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«Per me è come se mia figlia morisse il 13 di ogni mese»

di Ilaria Cavo
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Parla Rita Poggi, a un anno dall'omicidio di Garlasco. La morte di Chiara è ancora un mistero. Ogni giorno sua madre ripensa al loro ultimo incontro, all'ultima telefonata. Senza riuscire a trovare un perché a questa tragedia. E oggi ha un solo desiderio: «Voglio che il suo assassino abbia un nome»

Parla Rita Poggi, a un anno dall'omicidio di Garlasco. La morte di Chiara è ancora un mistero. Ogni giorno sua madre ripensa al loro ultimo incontro, all'ultima telefonata. Senza riuscire a trovare un perché a questa tragedia. E oggi ha un solo desiderio: «Voglio che il suo assassino abbia un nome»

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«Vorrei tornare in montagna, sulle Dolomiti. Eravamo lì, il 13 agosto dello scorso anno, quando la nostra vita è stata stravolta, quando ci hanno dato la notizia che nostra figlia Chiara era stata uccisa, nella nostra casa, dove l'avevamo lasciata per partire per le vacanze. È anche da lì, da quei monti, che dobbiamo ricominciare». Rita Poggi lo dice con un'espressione che non cede mai alla rabbia, che  confonde, sempre, dolcezza, ricordi, malinconia. Lo ha ripetuto - se lo è ripetuto - spesso in quest'ultime settimane, proprio come quando, a primavera inoltrata, era potuta rientrare nella casa di Garlasco, la villetta del delitto, dove il corpo di Chiara era stato martoriato. «Chiara veniva spesso con noi, per questo voglio tornare su queste montagne, rivivere e maturare quello che è successo, e sentirla ancora con noi...

Pensavamo di partire per il 13 agosto, invece aspettiamo ancora qualche giorno perché abbiamo deciso che l'anniversario della sua morte dovevamo aspettarlo qui, a Garlasco,  in questa casa dove Chiara ha trascorso gli ultimi giorni, dove ce l'hanno uccisa». Rita fa una pausa prima di una precisazione a cui tiene: «Per tutti il 13 agosto è l'anniversario. Per noi è il dodicesimo mese dalla sua morte».

Cosa intende dire?

«Per noi il 13 di ogni mese è stata una ricorrenza, un giorno di ricordo in cui si è rinnovato il nostro dolore. Adesso faremo celebrare una messa, ma tra di noi, ogni mese, abbiamo trovato il modo per ricordarla».

Una domanda difficile: si sente in colpa per non averla convinta a venire in vacanza con voi, come aveva sempre fatto in passato?

«Io e mio marito ci abbiamo pensato spesso ma non potevamo fare nulla di diverso. Ci siamo sempre preoccupati di non lasciarla da sola, di notte, in quella villetta. Di giorno, invece, c'era più abituata: era sempre rimasta sola durante gli anni degli studi. Ma ormai Chiara era cresciuta, a 26 anni non potevamo più negarle la sua libertà; le avremmo creato dei problemi anche nei confronti delle amiche. E poi ce lo aveva chiesto espressamente: era contenta di passare le vacanze vicino ad Alberto, il suo fidanzato».

Alberto Stasi resta l'unico indagato per la sua morte. La Procura di Vigevano lo ritiene responsabile dell'omicidio e chiederà al gip di processarlo. I suoi difensori, con una contro consulenza, hanno cercato di smontare il castello degli indizi e hanno chiesto per lui l'archiviazione. Sostengono che il corpo di Chiara è stata trascinata da due persone, non da un assassino soltanto.

Voi non avete mai espresso un giudizio chiaro. Il silenzio è un modo di darsi forza?

«Tutti mi dicono che sono forte. Ma la forza per andare avanti io la cerco tutti i giorni. Io e mio marito abbiamo le nostre idee, ma non vogliamo esprimerle per non interferire con le indagini. Aspettiamo le risposte dalla magistratura. Ho pensato e ripensato spesso all'ultima volta in cui ho visto Chiara. Era il 5 agosto. Mi ha sorriso, mi ha detto di stare tranquilla. Era serena, non ho percepito nulla di strano, nessuna preoccupazione. L'ultima volta che le ho parlato al telefono, invece, era il 12 agosto, la sera prima che fosse uccisa: stessa tranquillità. Mi ha detto che avrebbe mangiato la pizza con Alberto. Nella mia mente ho cercato di riascoltare spesso la sua voce, mi sono rivista, ogni giorno, le espressioni del suo viso senza riuscire a trovare uno spunto, un perché».

La mattina dell'omicidio, Chiara può avere commesso un'imprudenza?   «Mia figlia non avrebbe mai aperto il cancelletto a uno sconosciuto. Se qualcuno ha citofonato dal cancello, lei deve aver aperto la porta per capire chi era, prima di permettergli di entrare dal giardino e di avvicinarsi a  casa. Lo faceva sempre. Di una cosa sono certa:  Chiara era molto cauta».

Esiste un'altra possibilità?

«Non posso escludere che qualcuno abbia scavalcato il muretto senza citofonare, in modo da avvicinarsi alla porta di ingresso, che si può aprire dall'esterno, se non si gira la chiave internamente. Ma mia figlia era molto prudente, non l'avrebbe lasciata aperta».

Cosa si aspetta dallo sviluppo delle indagini?

«Anche se Chiara non tornerà più voglio la verità: voglio che il suo assassino abbia un nome. Per ora so soltanto che il destino ha voluto che la sua vita finisse, così, a soli 26 anni».

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