Dislessia, sempre più bambini ne soffrono

Credits: Getty
/5
di

Silvia Calvi

Solo 5 anni fa erano lo 0,7%. Oggi gli alunni con una diagnosi di “disturbo dell’apprendimento” o di “bisogni educativi speciali” arrivano al 7%. Anche se l’iter per la certificazione è lungo. Costoso. E non sempre indispensabile

Non lo sapevamo, invece sono tantissimi: nelle classi italiane, dalla prima elementare alla terza media, secondo il ministero dell’Istruzione oggi studiano 162.000 alunni con la certificazione Bes (Bisogni educativi speciali, dati del ministero della Salute) e 187.000 con quella Dsa (Disturbi specifici dell’apprendimento). Tutti insieme, dislessici, iperattivi, disgrafici e bambini con disturbi linguistici, emotivi o del comportamento, rappresentano circa il 7% degli alunni italiani (le percentuali sono più alte al Nord e, in generale, tra i maschi). Solo 5 anni fa erano lo 0,7%.

Conosci la dislessia? Per saperne di più, Leggi il nostro progetto speciale.

È boom delle richieste in terza media

«Le cifre sono in difetto perché non tengono conto delle domande di screening per la fascia 6-18 anni, che non sempre portano alla certificazione» spiega Giacomo Stella, docente di Psicologia clinica all’università di Modena e fondatore dell’Associazione italiana dislessia (www.aiditalia.org). Il motivo di questa impennata è legato a 2 norme: la 170 del 2010 e la direttiva ministeriale 27/12/2012. Prima ci si riferiva solo alla legge quadro sulla disabilità, la 104 del 1992 che, però, parlava genericamente di “alunni con handicap”, senza riconoscere la specificità dei Dsa. Con le nuove norme è possibile dotare i bambini dislessici, disgrafici, discalculici di strumenti compensativi o dispensativi in classe, a seconda della gravità del disturbo.

«L’aumento delle domande riguarda soprattutto i ragazzi tra la terza media e le superiori, che faticano ad affrontare l’altissima richiesta di testi da leggere che la scuola, strutturata sulla triade molto serrata di lezioni-compiti-verifiche, impone. Se si incrocia questo dato con quello di un metodo sempre più rigido che non permette nemmeno di far usare la tavola pitagorica durante una verifica, si comprende il perché di questa corsa alla certificazione».

Si pagano fino a 600 euro per un “Dsa”

Che sia un insegnante a segnalare i problemi di apprendimento di un alunno o un genitore ad accorgersene, l’iter per arrivare alla diagnosi è lo stesso: bisogna rivolgersi alla équipe di specialisti (neurologo, psicologo e logopedista) delle Ats e delle Uonpia, Unità operative di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, che però oggi non riescono a soddisfare le richieste.

«Le liste d’attesa possono essere anche di 12-14 mesi, mentre un bambino con Dsa dovrebbe poter accedere il prima possibile al Piano educativo personalizzato, un percorso di studi su misura» dice Giacomo Stella. «Così spesso le famiglie sono costrette a ricorrere a strutture private accreditate e devono sostenere spese che vanno da 300 a 600 euro». Un costo di partenza al quale, poi, si devono aggiungere quelli per le terapie con logopedista e psicologo, per i test periodici di controllo e, in certi casi, anche per l’insegnante che, privatamente, segue il bambino nei compiti a casa. Un mercato? Forse. Ma non è la sola cosa che oggi fa discutere. «La scuola dovrebbe riuscire a distinguere tra disturbi dell’apprendimento e semplici difficoltà, cioè problemi che non richiedono cure mediche o farmacologiche né certificati che condizioneranno l’intero percorso scolastico del bambino» precisa il professor Stella.

La diagnosi placa le ansie dei genitori

A contribuire al boom dei Dsa c’è anche un altro elemento: la maggiore, talvolta ossessiva, attenzione di genitori e docenti alle performance scolastiche dei ragazzi. «La sensazione è che la medicalizzazione serva più a placare le ansie degli adulti che al bene dei bambini» dice Susanna Mantovani, docente di Psicologia generale e sociale all’università Bicocca di Milano. «Non si cresce tutti nello stesso modo e con gli stessi tempi. Ma la scuola è rigida, le classi numerose, i programmi standardizzati: la lentezza così come l’eccessiva velocità di un alunno ci disorientano. E alla fine ci rifugiamo nella diagnosi anche quando non serve».

Non a caso, molte certificazioni riguardano bambini stranieri (che sono il 9,2% degli alunni della scuola dell’obbligo ma rappresentano il 12% di quelli con una diagnosi Bes) o con situazioni socio-culturali difficili. «Irrequietezza, incostanza, vivacità, disattenzione fanno parte dell’immaturità evolutiva dei bambini, non sono malattie» afferma il pedagogista Daniele Novara, che al tema ha appena dedicato un convegno. «Richiedono, per essere gestite e superate, una buona “organizzazione educativa” sia a casa sia a scuola, che tenga conto delle loro tappe di crescita e che includa movimento e gioco spontaneo anziché il servizio di neuropsichiatria». Una tesi sostenuta dall’Associazione nazionale di pedagogisti italiani (www.anpe.it), che ha appena promosso una raccolta di firme “contro la medicalizzazione dei contesti formativi ed educativi”.

Riproduzione riservata
Stampa
Scelti per te