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Don Colmegna, il prete dei rom: “Anch’io dico no ai campi nomadi”

di Giusy Cascio
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Sono parole che non sorprenderanno chi già conosce il sacerdote che guida la Casa della Carità di Milano. Virginio, come lo chiamano i suoi collaboratori, è infatti uno che le canta chiare. «Il degrado porta solo illegalità» spiega. E per i clandestini, che accoglie e aiuta, invoca solidarietà e non repressione. Oggi quest'uomo speciale pubblica un libro. Noi lo abbiamo intervistato

Sono parole che non sorprenderanno chi già conosce il sacerdote che guida la Casa della Carità di Milano. Virginio, come lo chiamano i suoi collaboratori, è infatti uno che le canta chiare. «Il degrado porta solo illegalità» spiega. E per i clandestini, che accoglie e aiuta, invoca solidarietà e non repressione. Oggi quest'uomo speciale pubblica un libro. Noi lo abbiamo intervistato

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È il prete che non ti aspetti. Non indossa l'abito talare, ma jeans e polo. Non conquista con le prediche, ma con il senso pratico. Per lui carità non è soltanto dare o darsi agli altri, ma "ricevere". Il racconto di una vita, una preghiera, una richiesta di aiuto, sussurrata o gridata. Don Virginio Colmegna, prima di tutto, ascolta. Lo incontriamo per parlare del suo nuovo libro: Ho avuto fame (Sperling & Kupfer). E ci accoglie nella sua Casa della Carità di via Brambilla, a Milano.

Il quartiere è di periferia, lontano dalle rotte turistiche, guardato con diffidenza. Eppure qui, in questo luogo di ospitalità fondato nel 2004 dal cardinale Carlo Maria Martini e di cui don Virginio è presidente, si respira un clima di felicità. Felicità, sì. Alberga proprio fra i poveri, i senzatetto, gli emarginati. Che grazie all'aiuto dei volontari, dei medici e degli educatori trovano rifugio e cure. In una parola: solidarietà.

Don Virginio, l'Italia chiede più sicurezza. Dov'è finita la solidarietà?

«Questo Paese confonde sicurezza e legalità, ma non ha la cultura della responsabilità. Siamo un popolo che evade le tasse, che guida in stato di ubriachezza. Ma poi diciamo: "Gli stranieri ci rubano il lavoro". Quindi chi ha dentro di sé il germe della solidarietà e li accoglie viene visto come il troppo buono che sottovaluta il problema dell'ordine pubblico».

Lei è troppo buono?

«Io sono allergico al buonismo e al pietismo. I poveri non fanno da cavie ai nostri esperimenti di bontà. Prendersi a cuore un emarginato non vuol dire solo dargli l'elemosina, un posto letto, un pasto caldo. Dobbiamo anche capire la sua tragedia, i suoi bisogni. E aiutarlo a ricrearsi una vita».

Che significa il titolo del suo libro?

«È il Vangelo di Matteo, al capitolo 25. Quando il Signore dice: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato". È il senso vero della carità cristiana».

Perché lo ha scritto proprio ora?

«Perché proprio adesso abbiamo fame di umanità. Nel giro di pochi anni siamo passati dal 2 al 5,7 per cento di immigrati concentrati soprattutto nelle metropoli. Confrontarsi con popoli e religioni diversi richiede un nuovo modo di ragionare, fatto di condivisione e di fraternità. Noi ci proviamo e il libro racconta l'esperienza qui alla Casa della Carità».

Un'esperienza di integrazione?

«Integrazione è una parola vuota, inadeguata. Preferisco "partecipazione", o "progetto". Anche economico: non dimentichiamoci che 1 milione 800 mila rumeni lavorano nelle nostre aziende. Sono un grande popolo che sostiene l'economia del Paese».

Anche i rom?

«Non confondiamoli con i rumeni. In Italia i rom sono circa 180 mila, di cui molti italiani, tra l'altro».

Ma i campi nomadi creano disagio.

«I campi non li vuole nessuno, neanch'io. Perché il degrado e l'abbandono sono il terreno fertile dell'illegalità. Se leggo i giornali, però, ho la sensazione che si stanno lanciando proclami demagogici: "Sgombriamoli tutti, legali e illegali!". Poi si farà? Quando già ci vivono migliaia di persone da anni? Non si farà con l'esercito né con la polizia. Ma con il tempo, la gradualità. Abbassando i toni polemici».

E il problema dei clandestini?

«Un clandestino non è, automaticamente, un criminale. Pensiamo alle badanti. Come arrivano in Italia? Da clandestine, non certo in base alle liste di collocamento in Eritrea o Moldavia. Chi si mette in casa una persona che non conosce? Poi ci sono altri irregolari, quelli che per rinnovare il permesso di soggiorno impiegano sei mesi, i tempi burocratici. Ma una vita non aspetta sei mesi se ha bisogno di lavoro!».

Come la mettiamo con chi, nel frattempo, commette reati?

«I reati vanno denunciati e puniti. E il carcere dovrebbe essere il luogo che rieduca e riscatta. Ma non tutto si risolve se chi sbaglia va dentro e poi si butta via la chiave, lontano dagli occhi e lontano dal cuore».

L'alternativa qual è?

«Creare patti di fiducia per la convivenza pacifica, contrastare il senso di conflitto, senza cavalcare la paura».

Cioè, concretamente?

«Qui da noi, tre volte a settimana, vengono 80 anziani del quartiere. Ebbene, guardando in faccia Dudù, il senegalese che li accoglie, non hanno più paura. Dicono con candore: "È nero, ma è buono". Ecco, non bisogna bollare le etnie come categorie (i neri sono ladri, i cinesi mafiosi). Ma per smontare i pregiudizi servono incontri positivi con le persone e le loro storie. Vite che ti cambiano la vita».

Quale storia le ha cambiato la vita?

«Quella di Sergio, un ragazzo spastico molto intelligente, ma imprigionato in un corpo che non riusciva a esprimersi. Nel 1973 l'ho portato in vacanza nelle Marche, con il mio gruppo di giovani. Lì, di colpo, la sua condizione si è aggravata. La sua ultima frase prima di morire è stata: "Vado in un posto più bello e là vi aspetterò correndo". Così, Sergio, ateo convinto e sempre arrabbiato con il buon Dio (e aveva anche ragione di esserlo), mi ha scosso profondamente. Mi ha fatto vedere l'Altro e l'Oltre come un luogo di felicità».

È questo il messaggio del Vangelo?

«Sì, un messaggio sobrio e mite, molto attuale. Il cristianesimo non è utile, ma è gratis. Dio noi non lo "consumiamo", è lui che si dona. Gesù dice: "Voi siete miei amici". È un'amicizia profonda che non fa proseliti, ma viene regalata, con gioia, alle donne e gli uomini di oggi».

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