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Dopo gli attacchi terroristici la vita continua. Ma come?

di Antonella Trentin
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Non è passato nemmeno un mese dall'ultimo attentato, quello di Sharm el Sheik. C'è chi è tornato a vivere come prima e chi ha rinunciato alle vacanze all'estero per paura. Ma se le reazioni sono diverse, i sentimenti ci accomunano: l'inquietudine per unnemico difficile da combattere

Non è passato nemmeno un mese dall'ultimo attentato, quello di Sharm el Sheik. C'è chi è tornato a vivere come prima e chi ha rinunciato alle vacanze all'estero per paura. Ma se le reazioni sono diverse, i sentimenti ci accomunano: l'inquietudine per unnemico difficile da combattere

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Londra, 7 luglio 2005, ore 8.50: quattro bombe esplodono nei tunnel della metropolitana e sull'autobus n. 30. Dopo gli attentati di Madrid, nel marzo 2004, è la conferma che il terrorismo islamico è arrivato in Europa. Che ci riguarda da vicino. Anche perché i kamikaze stavolta sono cittadini britannici, di origine pachistana, nati e cresciuti a Leeds. È passato un mese da quell'attacco con 56 morti e 700 feriti, ma non è finita. Ci sono stati altri attentati, quello fallito il 21 luglio sempre a Londra, quello tragicamente riuscito il 22 luglio a Sharm el Sheik, in Egitto.

Lì, fra i cadaveri, ci sono due coppie di giovani siciliani e due sorelle pugliesi. Ma le bombe potrebbero scoppiare anche a casa nostra. Secondo un sondaggio dell'Osservatorio di Renato Mannheimer,

l'85 per cento degli italiani pensa che la prossima volta toccherà a noi. L'arresto, il 29 luglio, di uno dei terroristi di Londra, Hamdi Issac, etiope, a Roma, non ha fatto

che accrescere l'angoscia. La gente ha paura, sa di essere nel mirino. Ma intanto la vita continua. Il punto è: come?

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Nel convoglio saltato in aria tra la stazione di Liverpool Street e Aldgate East, c'era anche un'italiana, Benedetta Ciaccia, 31 anni, analista finanziaria. Una bella ragazza con lunghi capelli castani, piena di grinta e speranze. Lavorava nella capitale inglese da dieci anni, ne aveva assorbito la curiosità e il rispetto per le culture diverse. Era cittadina di una metropoli multietnica. Si era innamorata di Fiaz Bhatti, 29 anni, britannico di origine pachistana, commerciante di cellulari. Avrebbero dovuto sposarsi l'11 settembre a Roma. Lei cattolica, lui musulmano: Giulietta e Romeo dei nostri giorni, che all'intolleranza religiosa avevano preferito la tenerezza dell'amore.

Sul tavolo del salotto, nella villetta dei suoi genitori, a Roma, di fronte a un mazzo di calle rosa, c'è un primo piano di Benedetta e, accanto, la riproduzione dell'abito da sposa con cui Roberto Ciaccia, il papà, l'avrebbe portata all'altare. Lui non riesce a staccare gli occhi da quell'immagine. Carezza le foto della figlia morta, che sorride accanto alle sorelle più piccole, Giulia 13 anni, e Roberta, 26. Non c'è odio nelle sue parole, solo dolore. Un dolore che stordisce la moglie Nella, in silenzio sul divano. «Poteva succedere a tutti» sussurra Roberto Ciaccia. «Purtroppo è toccato a Benedetta».

Quando ha perso ogni speranza di trovarla viva?

«Quasi subito. Appena mia sorella, la mattina del 7 luglio, mi ha telefonato per avvertirmi dell'attentato, ho avuto un presentimento. "Benedetta è morta" ho pensato. "Era nella metropolitana. Vicina al kamikaze". Lo so, sembra assurdo. Purtroppo la ricostruzione degli investigatori ha confermato i miei incubi».

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Uno dei quattro terroristi, Shahzad Tanweer di 22 anni, infatti, si è immolato accanto a lei. Cos'ha pensato quando l'ha saputo?

«Che mia figlia, tutta la fatica per costruirsi una carriera e un amore, erano state fatte a pezzi da un fanatico criminale. Uno che è peggio di un animale: almeno le bestie amano la vita. I terroristi invece predicano la morte e la stanno seminando ovunque. Come a Sharm el Sheik. Penso sempre alla madre dei due fratelli Conti ad Aci Trezza, ai genitori di quelle due ragazze pugliesi, Paola e Daniela Bastianutti. Come si sentirà il padre che ha mandato le figlie in vacanza premio, dopo che la più giovane si era laureata?».

E lei, come si sente?

«Come un uomo che non riuscirà mai a cancellare il dolore. Né io né mia moglie ne saremo capaci. Forse le sorelle di Benedetta, un giorno, me lo auguro. Vede questo gattino? Lo abbiamo comperato per la più piccola, Giulia, sperando di distrarla un po'. A 13 anni, non si hanno gli strumenti per affrontare la morte di una sorella».

Ha l'impressione di trovarsi all'improvviso coinvolto in una guerra che non è la sua?

«In una guerra, no. Però non avrei mai immaginato che mia figlia potesse restare vittima di un attentato. Sapevo che c'erano delle minacce, le avevo dato i consigli di buonsenso che darebbe un qualsiasi papà: "Stai attenta!". Ma non pensavo a pericoli concreti. Fino al 7 luglio, quando non ha risposto più al telefonino. Invece della sua voce, ho sentito qualcuno che parlava inglese e che diceva chissà cosa, perché io l'inglese non lo capisco».

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Poi è volato a Londra.

«Sì, accompagnato da un mio nipote. Mia moglie stava troppo male, non dormiva, si rifiutava di accettare quello che stava accadendo. Toccava a me cercare Benedetta. Toccava a me e a Fiaz, il suo fidanzato inglese. Lui non si è mai arreso, fino all'ultimo. Mostrava le foto di mia figlia a tutti davanti alla stazione di King's Cross, setacciava gli ospedali, lanciava appelli».

Era un grande amore, il loro?

«Grandissimo. Fiaz non poteva credere che gli avessero ucciso la futura sposa. Si erano conosciuti tre anni fa, attraverso gli amici. Vivevano già insieme a Norwich, a nordest di Londra, e avrebbero dovuto sposarsi, qui a Roma. La sera prima dell'attentato, Benedetta mi aveva telefonato per dirmi che i documenti di Fiaz per il matrimonio erano arrivati all'ambasciata britannica. Avrei dovuto ritirarli io. Mi trovavo lì, quando mia figlia è saltata in aria. Non l'ho più rivista, non mi hanno fatto vedere neppure i suoi resti».

Forse è stato meglio.

«È quello che hanno detto gli investigatori inglesi. Ma un padre non può accettarlo. Della mia bambina mi è rimasta solo una ciocca di capelli».

Come l'ha avuta?

«Me l'ha data Fiaz. Gli è stata consegnata all'obitorio dove avveniva il riconoscimento dei cadaveri. Metà della ciocca l'ha tenuta per sé, metà l'ha consegnata a noi, i genitori».

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Fiaz è un inglese di origine pachistana, di religione islamica, proprio come il giovane attentatore venuto da Leeds. Eppure lui si è integrato, ha trovato un posto nella società anglosassone, una fidanzata italiana.

«Fiaz è un bravissimo ragazzo. L'abbiamo ospitato fino a pochi giorni fa. "Per me resterai sempre uno della famiglia" gli ho detto. "Anche quando un giorno verrai forse a trovarmi con tua moglie e i tuoi figli". Amava moltissimo Benedetta e lei amava lui. Questo mi basta. L'ho accettato sin dall'inizio».

Quando l'ha conosciuto?

«Due anni fa. Mia figlia ci ha annunciato che l'avrebbe portato a casa, a Roma. Lui, come i giovani di una volta, aveva voluto sapere se noi eravamo favorevoli al fidanzamento. Anche noi siamo andati a Londra a incontrare i suoi genitori e le sorelle. Loro erano musulmani, noi cattolici. E allora? Il matrimonio sarebbe stato celebrato con rito misto. Non c'era problema».

Altri genitori non sarebbero contenti se la figlia sposasse un musulmano.

«Io, no. L'importante era che Fiaz piacesse a Benedetta. Mia figlia, poi, aveva amici di tutte le nazionalità, cinesi, indiani, europei. Era aperta, generosa. Riusciva a farsi amare da tutti. Ho ricevuto lettere da sue compagne di università che frequentavano con lei i corsi di lingua a Londra, dieci anni fa. Ai suoi funerali sono venuti tanti inglesi: dirigenti e dipendenti della società editoriale Pearson, dove Benedetta lavorava, una famiglia dov'era stata come ragazza alla pari e molti amici. Non è da tutti suscitare un simile affetto».

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Parla da padre orgoglioso.

«Benedetta era, è, il nostro orgoglio. Sua madre e io abbiamo sempre sperato che le nostre figlie ci superassero nello studio, nel lavoro. Lei c'era riuscita. Si era costruita completamente da sola. A vent'anni era partita per Londra come babysitter, poi aveva preso il diploma per l'insegnamento della lingua inglese, ed era stata assunta al Financial Times attraverso un colloquio all'agenzia di collocamento. In Inghilterra funziona così: se sei bravo vai avanti, non servono raccomandazioni».

Lei era andata avanti?

«Sì, era passata alla casa editrice Penguin, come analista finanziaria, e frequentava la facoltà d'informatica. Il professore con cui aveva sostenuto l'ultimo esame mi ha telefonato qualche giorno fa. Desiderava dirmi che Benedetta era stata promossa. Anche se lei non lo saprà mai».

Sua figlia si metteva sempre alla conquista di nuove mete.

«Questo rende la sua morte ancora più atroce. Proprio adesso che aveva raggiunto i suoi obiettivi e poteva godersi un po' la vita. Desiderava anche dei bambini con Fiaz. Era arrivata l'età giusta. Le avevamo comprato un bellissimo abito da sposa, di raso, tutto rosa. Sua madre ha voluto che fosse messo dentro la bara. L'abbiamo salutata così, la nostra Benedetta, vestita dei suoi sogni».

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>>Dobbiamo convivere con la paura

Dopo Londra, dopo Sharm el Sheik, abbiamo tutti più paura. Ci chiediamo se prendere la metropolitana, andare allo stadio o in discoteca. Se non sia più saggio modificare il nostro stile di vita. «Sarebbe un errore» avverte Rosario Sorrentino, neurologo e direttore dell'Unità per la cura degli attacchi di panico della Clinica Paideia, a Roma.

«Finiremmo per chiuderci in casa, perdere la fiducia negli altri. Al contrario, dobbiamo accettare di avere un controllo relativo su ciò che accade. E non temere di aver paura. Perché la paura è una risorsa sana che ribadisce il nostro istinto di sopravvivenza. Essere psicologicamente allenati a reagire al pericolo ci permette, al momento giusto, di organizzare un comportamento lucido. Quello che, spesso, ci salva la vita».

>>Convivere con la rabbia

«Sento tanta rabbia tra la gente ed è una rabbia che mi ferisce» dice Gabriella Simoni, inviata di Studio Aperto (Italia 1).

«Molti sono convinti che sia in corso una guerra, un conflitto di civiltà, e reagiscono in modo irrazionale. Chi prima si vergognava delle proprie idee razziste, oggi si sente legittimato a esprimerle. Quante volte, in questi giorni, ho sentito dire, per esempio, che i fondamentalisti si nascondono tra gli immigrati clandestini! Eppure i terroristi di Londra appartenevano

a una seconda generazione di immigrati ed erano ormai cittadini britannici.

Spero che con il ritorno alla normalità, si ricominci a ragionare in modo più pacato». Secondo lei c'è ancora un clima di allarme? «Ho visto atteggiamenti opposti» spiega

Simoni. «Qualcuno si è rinchiuso nelle proprie certezze, ha rinunciato alle vacanze all'estero per stare dove si sente protetto.

Ma c'è anche una grandissima voglia di normalità: a Roma la vendita dei biglietti del metrò è aumentata del 30 per cento».

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>>Convivere con la diffidenza

In Italia vive un milione di musulmani, un terzo degli immigrati. Dovremmo forse guardarli tutti con diffidenza? «Il sospetto generalizzato è sbagliato e pericoloso» avverte Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera e autore del recente saggio Vincere la paura (La mia vita contro il terrorismo islamico e l'incoscienza dell'Occidente) edito da Mondadori.

«Un musulmano è prima di tutto una persona, non coincide con dei dogmi religiosi, come molti europei sono portati a immaginare. Pensate che solo il 5 per cento dei musulmani in Italia frequenta la moschea. La stragrande maggioranza è laica». Dunque il sospetto deve limitarsi ai luoghi di culto? «Solo ad alcuni» dice Allam. «In passato, moschee come quella di viale Jenner a Milano, quelle di Cremona e Brescia, sono state centri di attività eversiva, hanno formato kamikaze che poi si sono immolati in Bosnia o in Irak. È importante che in questi casi lo Stato agisca con fermezza. E controlli la formazione degli imam». C'è un modo per farlo? «Devono avere una laurea italiana e frequentare un master dove s'insegni un'interpretazione dell'Islam che rispetti le altre religioni».

>>Convivere con meno libertà

Per combattere il terrorismo, il governo ha scelto il controllo di massa. Come stabilisce il decreto approvato dal Parlamento, tutti i dati su traffico telefonico, fisso e mobile, sms, accessi Internet ed e-mail saranno conservati fino al 2007. «Ma chi assicura che questa gigantesca banca dati sarà impenetrabile?» chiede l'ex garante per la privacy, Stefano Rodotà.«Immaginate cosa accadrebbe se un pirata informatico riuscisse a "scassinarla"! Dai contatti telefonici o Internet, si potrà scoprire tutto di noi: gli amici, un amante,

le preferenze politiche. E, poi, siamo certi che i dati verranno usati solo in inchieste sul terrorismo? Senza precise garanzie, la nostra libertà di comunicazione è a rischio».

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>>Convivere con la speranza

«È vero: ci sentiamo odiati, minacciati da qualcuno che non conosciamo» riflette la psicologa Gianna Schelotto. «Una paura simile l'ho percepita quando si ruppe la centrale nucleare di Chernobyl. Una paziente mi diceva: "Almeno potessi vedere le sostanze radioattive!". Ecco perché guardiamo con sospetto ogni passeggero con la pelle olivastra che sale in aereo. È la reazione istintiva di chi teme un nemico invisibile».

Ma come si fa a non sentirsi impotenti? «A rischio di sembrare retorica, penso che la sola speranza sia cambiare il mondo con piccoli gesti individuali» dice Schelotto. «Dopo l'11 settembre, non si fa che ripetere: "Nulla sarà più come prima". Falso: tutto è rimasto identico, i nostri modelli sociali, l'accettazione che un bambino muoia ogni tre minuti per fame o malattia, mentre noi non facciamo nulla. E proprio l'ingiustizia è carburante per il terrorismo».

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