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Eluana può morire

di Sara Sironi
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Il padre della ragazza di Lecco in stato vegetativo permanente è stato autorizzato dalla Corte d'Appello di Milano a sospendere l'alimentazione forzata

Il padre della ragazza di Lecco in stato vegetativo permanente è stato autorizzato dalla Corte d'Appello di Milano a sospendere l'alimentazione forzata

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Eluana Englaro è in stato vegetativo permanente a causa di un incidente stradale avvenuto nel 1992 e il padre Beppino si batte da quasi dieci anni per far rispettare la volontà della ragazza che aveva dichiarato di non volersi sottoporre a trattamenti terapeutici in caso di perdita totale e irreversibile delle proprie facoltà psichiche.

Oggi la prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano ha concesso al padre, in qualità di tutore, l'autorizzazione a interrompere il trattamento di alimentazione forzata. La sospensione delle cure provocherà la morte di Eluana che sarà comunque sedata e accudita fino alla fine.

Un conto è aiutare qualcuno a morire (eutanasia attiva), un altro aiutare qualcuno nel morire (fornire cure palliative senza accanimento terapeutico). La differenza è fondamentale, ma non tutti concordano nell'interpretazione del tribunale milanese. E il caso di Eluana continua a dividere il paese.

L'associazione Scienza & Vita  ha accolto la decisione con amarezza e stupore: "Perché si legittima l'uccisione di un essere umano privandolo delle cose più elementari: l'alimentazione e l'idratazione.

La società dei sani ha deciso di non prendersi cura di un essere umano in condizioni di grandissima fragilità e dipendenza".

Secondo l'associazione dalla sentenza emergerebbe "l'idea che una persona in stato vegetativo sia soltanto una vita biologica, dimenticando che fino a quando c'è vita biologica, quella è sempre e comunque una vita personale, espressione di una dignità che interpella in modo forte le coscienze e la responsabilità di tutti".

"L'alimentazione artificiale" - spiega il dottor Ignazio Marino , autore del libro Credere e curare e senatore del PD - "è un mezzo straordinario che esiste da poche decine di anni e oggi si associa a tutte le altre terapie a cui viene sottoposta una persona in stato vegetativo permanente. Si tratta di una condizione in cui non vi è più nessuna ragionevole possibilità di recupero dell'integrità intellettiva a causa di un grave danno cerebrale; mantenere pazienti perennemente incoscienti liberi da infezioni, dal rischio di embolie polmonari, da decubiti, da alterazioni metaboliche che possono causarne la morte, implica uno sforzo straordinario dal punto di vista dell'intervento medico e delle tecnologie utilizzate.

Uno sforzo che non porta però ad alcun miglioramento delle condizioni di salute. La sospensione di tutti questi atti implica inevitabilmente la fine della vita, ma si tratta di una fine naturale.

Si tratta di non accanirsi più, di non prolungare l'agonia, di accettare che non c'è più nulla da fare. Ed è cosa sostanzialmente diversa dal procurare volontariamente la morte attraverso l'iniezione di un farmaco letale".

 

Per saperne di più:

accanimento terapeutico: qual è il confine per stabilirlo?

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