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Emergenza immigrati: cacciarli tutti o accoglierli tutti?

di Fabrizio Rondolino
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Non basta punire i criminali. E non serve radere al suolo le baraccopoli. Per risolvere davvero il problema dell'immigrazione bisogna dare una casa, un lavoro, una speranza agli stranieri che vengono qui per migliorare la loro vita. Un'idea che fa discutere. Il dibattito è aperto

Non basta punire i criminali. E non serve radere al suolo le baraccopoli. Per risolvere davvero il problema dell'immigrazione bisogna dare una casa, un lavoro, una speranza agli stranieri che vengono qui per migliorare la loro vita. Un'idea che fa discutere. Il dibattito è aperto

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Gli "stranieri" qualche volta ci incuriosiscono, sempre più ci spaventano. È normale che questo accada, e non dobbiamo avere paura dei nostri sentimenti, anche quando sono sbagliati. Straniero, estraneo, strano: sono tutte la medesima parola. Il nostro gatto di casa, se gli si mette improvvisamente accanto un altro gatto, soffia e inarca il pelo, oppure corre a nascondersi in un angolo remoto, oppure fa la pipì dove non dovrebbe. Noi funzioniamo allo stesso modo. Istintivamente, abbiamo timore dello "straniero".

Poiché però non siamo soltanto istinto, anche la ragione reclama i suoi diritti. È alla ragione che dobbiamo chiedere una soluzione alla nostra paura, non alla paura stessa. La paura si alimenta da sola, come in un gioco di specchi, e moltiplica all'infinito, trasformandolo in terrore, un sentimento che all'inizio, forse, non era altro che un leggero timore. Chi alimenta la paura - molti politici, molti giornali - ha dunque buon gioco: sarebbe come versare benzina anziché acqua sui nostri boschi, quando d'estate cominciano a bruciare. Più difficile, invece, spegnere l'incendio: ma è anche l'unica cosa da fare, quando la foresta, o la casa, brucia.

Mettiamo dunque da parte la paura (di cui non dobbiamo affatto vergognarci, ma che dobbiamo considerare per quello che è), e proviamo a ragionare. Per prima cosa bisogna eliminare un equivoco. Parlare di "accoglienza", di "integrazione", e insomma di politiche rivolte all'apertura più che alla chiusura, all'accettazione più che al rifiuto, non significa affatto tollerare la forma benché minima di illegalità. È ovvio che le leggi vanno rispettate, che la sicurezza va garantita perché è il fondamento della libertà, e che chi sbaglia deve pagare. Né il rispetto delle leggi è una concessione, o un privilegio, o un "giro di vite": è, semplicemente, un dovere di tutti, degli italiani e dei non italiani. Le leggi, a loro volta, non possono contraddire la lettera e lo spirito della Costituzione, e devono essere uguali per tutti.

Ma il problema, se ci pensiamo bene, non è affatto punire i criminali. Il problema è che cosa fare con le migliaia, con le decine di migliaia, con le centinaia di migliaia di "stranieri" che vivono e vivranno sempre più numerosi in Italia, e che in Italia lavoreranno e faranno figli. Nel 2000, secondo uno studio condotto dal World Institute for Development Economics Research delle Nazioni Unite, l'1% degli adulti più ricchi del pianeta possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale, e il 10% ne deteneva l'85%; al 50% più povero della popolazione adulta dell'intero pianeta toccava invece l'1% della ricchezza globale. Sono dati ampiamente noti, ed è improbabile che in questi sette anni la situazione sia migliorata. Dunque è questo il nostro mondo, il mondo che abbiamo costruito, il mondo in cui viviamo.

Che quella metà del mondo che possiede, tutta insieme, soltanto l'1% delle ricchezze, provi in qualche modo a spostarsi verso quell'altra area del mondo, abitata dal 10% della popolazione, dove si trova l'85% della ricchezza, è del tutto normale. Sarebbe strano che non accadesse. È una specie di legge dei vasi comunicanti. Non abbiamo forse fatto così, noi italiani, partendo per l'America, per l'Australia, per il Belgio, per la Svizzera, per la Germania? E se io desidero mandare mia figlia a studiare negli Stati Uniti perché abbia una formazione migliore di quella che le offre l'università italiana, perché mai un ragazzo maghrebino o rumeno o senegalese dell'età di mia figlia non dovrebbe desiderare di venire in Italia per provare ad avere una vita migliore?

È curioso: parliamo di "mondializzazione", ma sembriamo intenderla a senso unico, e soltanto quando ci fa comodo: ci piace la cucina etnica, ci piace la musica etnica, ci piacciono i mobili etnici, viaggiamo continuamente come trottole e ci sentiamo cittadini del mondo. Ma non ci viene neppure in mente che ad altri uomini e ad altre donne possano piacere le "nostre" cose, e non pensiamo che un "nostro" diritto (per esempio, quello di viaggiare liberamente) possa essere riconosciuto anche a chi non è nato in Occidente. Non è vero che chi attraversa il mare in condizioni disumane e spesso a rischio della vita sia un "disperato". Non è vero che siano "disperati" gli abitanti delle spaventose baraccopoli di Roma portate alla ribalta della cronaca dal tragico omicidio di Giovanna Reggiani. I "disperati" che sfidano ogni disagio, e persino la morte, per avere la possibilità di vivere una vita migliore sono donne e uomini carichi di speranza, pieni di fiducia, tenaci e orgogliosi come lo sono tutti coloro che aspirano a condizioni di vita migliori.

Ci sono dunque due aspetti di cui tener conto: il primo è oggettivo, ed è che i flussi migratori verso l'Occidente sono destinati a crescere sempre più. Il secondo riguarda le persone, la loro libera volontà e la loro ferma determinazione a costruirsi in Occidente una nuova vita. Se questa è la situazione, le alternative non sono poi molte: o presidiamo i confini, affondiamo le loro barche, radiamo al suolo le baraccopoli e procediamo a espulsioni di massa, oppure troviamo la strada per risolvere pacificamente il problema. È incredibile, ed è disgustoso, che la politica - di destra e di sinistra - sia così prodiga di leggi e di decreti per i criminali non italiani, e non sappia dire una parola alle donne e agli uomini perbene venuti da lontano che si sudano ogni giorno il pane. Sarebbe come se il nostro governo si occupasse soltanto di inasprire il codice e costruire nuove carceri per i mafiosi e gli infanticidi e i pedofili italiani, e non facesse nulla per le scuole, gli ospedali, le strade o le pensioni.

La nostra ipocrisia non conosce limiti. Multiamo i lavavetri, ma non muoviamo un dito per stroncare il traffico indegno di ragazze dell'Est o dell'Africa che vengono quotidianamente deportate, stuprate, percosse e uccise esclusivamente per il nostro piacere, consumato a buon prezzo lungo i viali mentre a casa ci aspetta una famiglia affettuosa. Radiamo al suolo in diretta tv le capanne di lamiera e stracci che hanno ospitato l'assassino di Giovanna Reggiani, ma non ci poniamo nemmeno il problema di come hanno vissuto finora le donne e gli uomini e i bambini di quella baraccopoli, e di come vivranno adesso, né ci chiediamo come sia mai possibile che a due passi da casa nostra altri esseri umani vivano in condizioni semplicemente inumane.

Agli stranieri che vengono in Italia dobbiamo dare, nei limiti delle nostre possibilità, che peraltro sono molto ampie, un lavoro, una casa, una scuola - dobbiamo dar loro una prospettiva. È giusto, ed è utile prima di tutto per noi. L'etica, per una volta, si dimostra anche molto pratica. È dunque possibile trovare soluzioni ragionevoli, giuste, utili, partendo dalla dignità di ogni singolo essere umano e impegnandosi perché questa dignità dia i suoi frutti. Non è detto che questa strada porti al successo. Ma è molto probabile che non ce ne siano altre.

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