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Eutanasia: e se fossi tu a decidere? – Terri, Eluana e… (2005)

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È giusto interrompere le terapie, in casi come quello di Terri Schiavo, che ha fatto discutere il mondo? E possiamo, in situazioni estreme, giungere a dare la morte a un malato che lo chiede? Domande laceranti, che dividono le coscienze. Noi abbiamo chiesto una risposta a esperti e medici

È giusto interrompere le terapie, in casi come quello di Terri Schiavo, che ha fatto discutere il mondo? E possiamo, in situazioni estreme, giungere a dare la morte a un malato che lo chiede? Domande laceranti, che dividono le coscienze. Noi abbiamo chiesto una risposta a esperti e medici

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Non sarà facile dimenticare il volto di Terri Schiavo. Perché con la sua storia di dolore ha scosso le coscienze di tutti. Ci ha portato di nuovo a riflettere su un tema terribile: sospendere le cure o addirittura procurare la morte di un malato incurabile è un omicidio o un ultimo gesto di pietà? Il nostro sondaggio dice che gli italiani si dividono, sorprendentemente, a metà. Il 49,5 per cento sostiene che è giusto "staccare la spina". E fra questi, tre su quattro troverebbero persino il coraggio di farlo in prima persona.

Scelta non facile, dopo la quale a volte non si ha nemmeno la forza di vivere. Come è accaduto a Pier Ezio Paterlini, che nel 2002 ha staccato il respiratore a suo figlio Jacopo, un bimbo di 9 anni in coma da tre, e poi per la disperazione si è gettato nel vuoto.

Il 50,5 degli italiani, invece, difende la vita a tutti i costi. "Non mi stupisco che un parente chieda di avere voce in capitolo in un simile dramma, e sono d'accordo che ce l'abbia" dice il filosofo Massimo Cacciari. "Ma prima della sua volontà c'è quella del malato. Per questo sono necessarie norme che regolino il problema e consentano a chi è interessato di dichiarare, preventivamente, che cosa vorrebbe venisse fatto nel caso si trovasse tra la vita e la morte". Un testamento biologico, insomma. Che in Italia non è ancora previsto da una legge (varie proposte giacciono in Parlamento). Ma è contemplato dal codice deontologico dei medici, in cui si dice che si deve sempre tenere conto delle volontà espresse dal paziente.

Basterebbe un foglio di carta, anche scritto di getto. Ma, per il momento, c'è un limite forte a questa volontà: l'eutanasia. In Italia nessuno può scegliere che gli venga data la morte. Può invece chiedere che vengano sospese le terapie. Ma l'alimentazione forzata è da considerare una terapia o un atto sempre dovuto? Sulla risposta gli esperti si dividono. Ed è giusto o no chiedere che il limite dell'eutanasia venga valicato? Ne parliamo qui.

I temi di cui si discute

Eutanasia

Significa dolce morte. Si procura, col consenso della persona, per porre fine a un'esistenza resa insopportabile da una malattia. In Italia (e nella maggioranza dei Paesi) è illegale: si rischiano fino a 15 anni di carcere. 12 anni se si tratta di suicidio assistito (per esempio fornire del veleno a un paziente, che lo ingerisce senza la collaborazione di nessuno). È stata legalizzata in Olanda, dove si può praticare anche quella ai bambini sotto i 12 anni, in Belgio e in Svizzera. In Svezia è depenalizzata.

Accanimento terapeutico

Esiste quando le terapie a cui è sottoposto il malato sono assolutamente sproporzionate rispetto al risultato che si può ottenere. In Italia è vietato.

Stato vegetativo permanente

Non c'è morte cerebrale, ma sono compromesse tutte quelle funzioni che consentono le relazioni con l'esterno: ascoltare, vedere, provare dolore, provare emozioni. In Italia sono in questo stato 1.500 pazienti.

Le opinioni degli esperti

Non si può dare la morte a nessuno. Neppure a chi la chiede

Don Leonardo Zega, ex direttore di Famiglia Cristiana, opinionista de La Stampa

"La vita ci è stata data da Dio, non è nostra e non ne possiamo fare ciò che vogliamo. Su questo principio non è ammessa discussione, la Chiesa è molto chiara. Quindi, non si può dare la morte a nessuno, neppure a chi la chiede. La pietà non può far velo a quell'imperativo etico, scritto nel cuore di ogni persona e negli ordinamenti della società civile, che impone di curare il malato, non di procurargli la morte. La pietà verso chi è esposto a sofferenze estreme si esercita in altri modi: si combatte e si lenisce il suo dolore, anche con i farmaci. Lo si accompagna con una presenza amica, con il conforto della fede, se c'è, degli affetti familiari. Diverso, invece, l'accanimento terapeutico: questo sì che è un abuso da evitare. Abbiamo il diritto di rifiutare per noi e i nostri cari cure assolutamente sproporzionate allo stato della malattia. Ma nutrire e dissetare una persona in stato vegetativo, che per vivere ha solo bisogno di questo, non è accanimento terapeutico. È un dovere che non può mai venire meno. E chi lo fa, commette un omicidio".

Se un malato me lo chiedesse, lo aiuterei a morire

Emilio Coveri, fondatore di Exit Italia, Associazione italiana per il diritto a una morte dignitosa

"Non mi vergogno di dire che, se la legge consentisse l'eutanasia e un malato me lo chiedesse, non avrei nessuna difficoltà ad aiutarlo a morire. E io per primo, se dovessi ammalarmi di un male incurabile e doloroso, vorrei essere aiutato ad andarmene il più presto possibile e dolcemente. Magari con il pentobarbital nutrium, un composto a base di barbiturici che somministrano in Svizzera, dove l'eutanasia è consentita. Prima ti addormenti e poi ti scoppia il cuore. Te ne vai senza accorgertene. Sono cattolico, ma non penso che un padre buono come il Creatore voglia vedere i propri figli soffrire così tanto. E penso anche che in alcuni casi non si possa più parlare di vita. Come in quello di Terri Schiavo o degli italiani che si trovano nelle sue condizioni:  incoscienti, in stato vegetativo, alimentati artificialmente, spesso hanno bisogno di una macchina anche per respirare. Io tutto ciò non lo chiamo vita".

Solo un medico può decidere se c'è accanimento terapeutico

Giuseppe Del Barone, presidente della Federazione nazionale chirurghi

"Come medico non ho dubbi: l'eutanasia è sempre vietata. L'articolo 36 del nostro codice deontologico recita: "Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a provocarne la morte". Da ciò deriva che un dottore non deve mai sospendere una cura, a meno che sia provata la morte cerebrale o si tratti di accanimento terapeutico. Cioè di una terapia ormai inutile a curare. Ma, attenzione, è solo il medico che può decidere se si tratta di accanimento o no. Un parente del paziente non può certo sostituirsi a lui e fare una diagnosi da sé. Altrimenti rischiamo di trovarci con il marito che vuol liberarsi della moglie perché ha un'altra donna. E poi, se diamo la libertà al singolo di decidere per l'eutanasia nei casi di stato vegetativo, che ne sarebbe dei casi di risvegli dopo anni?".

La soluzione? Un tutore affettivo che scelga per noi

Cinzia Caporale, presidente del Comitato di bioetica dell'Unesco

"La mia convinzione è che se non c'è una volontà esplicita del malato, non si possono prendere decisioni al posto suo. Ma a ognuno di noi dovrebbe essere lasciata la libertà di scegliere, per se stesso, anche l'eutanasia. Perché poter decidere di sé è una libertà insopprimibile. Ci sono persone in fin di vita che non possono nutrirsi da sole, non possono muoversi, hanno dolori insopportabili. Come possiamo negare loro il diritto di accelerare il trapasso? L'eutanasia è una scelta personalissima, che non danneggia altri. Vorrei che in Italia fosse depenalizzata. In modo che chiunque sia libero di  sceglierla scrivendolo in un "testamento biologico". Nello stesso documento bisognerebbe poter indicare un tutore affettivo, cioè colui che avrà l'ultima parola in caso noi non potessimo più esprimere la nostra volontà.

Impensabile affidare a qualcuno il potere di staccare la spina

Francesco D'Agostino, presidente del Comitato nazionale di bioetica

"Non possiamo disporre a nostro piacimento della vita. Lo dice un principio giuridico fondamentale del nostro ordinamento giuridico. Al punto che chi è contrario alla pena di morte sostiene che persino la vita del peggior criminale deve essere rispettata. Chi è a favore dell'eutanasia ha l'onere di provare che ci possono essere eccezioni a questo principio. Io credo che ne sia possibile una sola. Questa: un malato, capace di intendere e volere, può chiedere che gli vengano sospese le terapie a cui è sottoposto, anche quelle vitali. Perché in questo caso non sarebbe una scelta di morte. Sarebbe come se quell'uomo dicesse: da questo momento mi affido alla natura, o alla provvidenza, o a Dio. Una distinzione sottile, ma cruciale. Infatti, non è detto che sospendendo la terapia arrivi sicuramente la fine. Invece, è impensabile affidare a qualcuno il potere di dare la morte ad altri. Anche nei casi più strazianti. Si corre il rischio di non fermarsi più e di ritrovarsi in una società in cui chi è sano ha diritto di vivere e chi è malato può anche essere soppresso".

La vita non va difesa anche contro la volontà del malato

Umberto Veronesi, oncologo, ex ministro della Salute

"Abbiamo imparato a salvare la vita in modo egregio. Ma dovremmo chiederci se la vita è difendibile a ogni costo, anche contro la volontà dell'individuo. Io non credo che lo sia. Il compito della medicina non è solo allungare l'esistenza. Anzi, il suo obiettivo più importante è lottare contro il dolore. So per esperienza che un malato terminale non chiede di morire, se viene davvero aiutato a non soffrire e a non sentirsi emarginato. Ma so anche che la progressione verso la morte è una sequenza naturale che non va violata. Libertà significa anche rimanere padroni delle condizioni del morire. Significa poter rifiutare l'accanimento terapeutico quando si sa che non si può guarire e la morte è prevedibile e imminente. È il principio di autodeterminazione, che la nostra società sembra condividere, ma non sempre applica. Perché una persona in condizioni di sofferenza indicibile, che chieda di poter terminare la sua vita, non deve essere ascoltata?

Terri, Eluana, Ramon: le testimonianze

Terri, un caso che divide le coscienze

È rimasta 15 anni tra la vita e la morte, Terri Schiavo. In quella condizione che i medici chiamano stato vegetativo permanente, che impedisce di sentire, vedere, pensare, provare emozioni. Il suo caso ha diviso il mondo. Chi ha ragione? Da una parte il marito, Michael, che ha chiesto ai giudici il permesso di staccare la sonda che alimenta Terri. "Lei avrebbe voluto così" ha dichiarato. Dall'altra i genitori della donna, che hanno fatto di tutto per evitare la sua morte. Dopo che un giudice aveva ordinato di sospendere l'alimentazione, l'hanno mostrata al mondo in un video scioccante: Terri che apre gli occhi, muove la testa, sorride. Terri che sembra capire. I medici hanno detto che quei movimenti sono involontari, reazioni incoscienti e non risposte a stimoli esterni. Hanno ripetuto che chi è in uno stato vegetativo permanente non potrà mai uscire da quella condizione. Ma un terzo degli americani si è schierato dalla parte dei genitori e contro quel marito che si è rifatto una vita e una famiglia. Anche il presidente George Bush si è messo dalla loro parte, anche la Camera e il Senato. Inutilmente. L'ultima parola in questo dramma l'ha messa il giudice federale di Tampa che ha dato ragione a Michael Schiavo. E Terri è diventata come una pianta che nessuno annaffia più.

"Lotto perché mia figlia Eluana possa morire"

Non si arrende Beppino Englaro. Ogni giorno lotta perché sua figlia possa morire. Sua figlia Eluana, che il 18 gennaio del 1992, in auto, si è schiantata contro un muro. È in stato vegetativo permanente. Attaccata a una pompa che la nutre e la idrata, in una clinica di Lecco. "I medici dicono che le hanno salvato la vita, ma l'esistenza che le hanno restituito è ciò che lei non avrebbe mai voluto, né per sé, né per me o per sua madre" dice il padre. "Ne avevamo parlato a lungo quando era una ragazza come tante. Anche perché un suo amico, due anni prima di lei, ebbe un incidente gravissimo e rimase in coma. Ricordo mia figlia andare in chiesa a pregare perché lui morisse. Eluana era un purosangue, amava la libertà, considerava una barbarie il tenere in vita una persona a tutti i costi. Ho messo al corrente i medici di come la pensava, ma non è stato sufficiente. La legge non dà loro il potere di sospendere l'alimentazione". È per questo che Beppino Englaro ha avviato una battaglia legale. "Per me si tratta di accanimento terapeutico, e come tale va interrotto. La Corte d'appello mi ha dato torto in due sentenze. Ora sto aspettando, entro aprile, che si esprima la Corte di Cassazione. Ma voglio arrivare a quella Costituzionale, per cambiare una legge che cancella la libertà di ognuno".

L'eutanasia di Ramon, ucciso per amore

Ha aspettato che per il codice spagnolo il reato di cooperazione al suicidio entrasse in prescrizione. Poi Ramona Mainero, all'inizio di quest'anno, si è liberata di un peso. "Sono stata io a dare il cianuro a Sampedro. L'ho fatto solo per amore" ha confessato davanti alle telecamere di Telecinco. Ramon Sampedro, scrittore, è morto il 12 gennaio 1998. Aveva trascorso gli ultimi trent'anni della sua vita in un letto, completamente paralizzato dalla testa in giù in seguito a un tuffo maledetto (la sua storia ha ispirato il film "Mare dentro", vincitore degli Oscar 2005 come miglior pellicola straniera). E per 30 anni aveva chiesto ai giudici di riconoscergli il diritto di strappare le sonde che lo alimentavano, in modo da evitare il carcere a chi lo avrebbe aiutato. La risposta, anche quella del Tribunale dei diritti umani di Strasburgo, era sempre stata "no". Finché Ramon non ha deciso di procedere, senza l'ok della giustizia, perchè non sopportava più quella che lui definiva: "La più umiliante delle schiavitù: avere una testa viva attaccata a un corpo morto".  Lo ha fatto aiutato da 11 amici e da Ramona, la donna che si era innamorata di lui. Si sono divisi i compiti, affinché, in ogni caso, nessuno potesse essere accusato di averlo ucciso. A Ramona è toccato versare il cianuro nel bicchiere. "Ci guardavamo, pensavo che chiudendo gli occhi si sarebbe semplicemente addormentato. Ma non è stato così. A un certo punto non sono più riuscita a sopportare quelle sofferenze e sono andata nel bagno vicino. Mi hanno detto che si udivano gemiti mentre io continuavo a ripetere "Arrivederci amore"".

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