Fecondazione eterologa: ecco come diventare donatrice

Credits: Corbis

Il lungo cammino della fecondazione eterologa, la procreazione che impiega ovuli o spermatozoi esterni alla coppia, ha fatto altri passi avanti. All’inizio di luglio sono entrate in vigore le Linee Guida. E ora, al vaglio della conferenza Stato-Regioni, c’è il regolamento sulla donazione dei gameti. Un tassello importante, perché proprio quest’ultimo punto è il più debole della catena.

«In Italia il ricorso all’eterologa è possibile da un anno, eppure le persone che hanno messo a disposizione le proprie cellule sono poche decine» spiega Laura Volpini, presidente dell’Aidagg (Associazione italiana per la donazione altruistica e gratuita di gameti, aidagg.it). «Ora le lacune normative sono colmate, ma serve più informazione. La gente deve capire che è un gesto fondamentale, con una forte valenza etica: nel nostro Paese il 15% delle coppie ha problemi di infertilità. Servirebbero campagne di sensibilizzazione lanciate dal ministero della Salute». Allora cerchiamo di capire cosa significa donare.

1. Qual è l’identikit del donatore ideale? «La donna ha meno di 35 anni, l’uomo non più di 40, perché dopo questa età la fertilità si abbassa» spiega Antonino Guglielmino, direttore del Centro Hera di Catania, tra i più attivi nel campo dell’eterologa. «Chi dona deve essere una persona sana che, come prevede il regolamento, viene sottoposta a una visita medica generale e a una ginecologica per lei e andrologica per lui, con spermiogramma per la fertilità. Poi si fanno tutti gli esami per escludere malattie infettive (come epatite C e B, sifilide e Aids) e patologie genetiche (tipo talassemia e fibrosi cistica). Infine, si procede con la mappatura cromosomica. Ma per queste verifiche basta un semplice prelievo del sangue. Dopo il checkup medico, la persona ha un colloquio con uno psicologo che accerta la motivazione del gesto, che deve essere disinteressato, di pura generosità. A questo punto, il donatore è pronto: ha la sua documentazione clinica e viene identificato con un codice».

2. Come si donano gli ovuli?  «Il primo passo è la stimolazione ormonale» dice Antonino Guglielmino. «Per dieci giorni, la donna si fa delle punturine sottocutanee, con ormoni, sulla pancia o sul braccio. La siringa è piccola, assomiglia a una penna e non causa dolore. Al dodicesimo giorno avviene l’ovulazione, al quattordicesimo si procede con il pick-up, l’intervento per prelevare gli ovuli. L’operazione dura 15-20 minuti e si fa sotto una leggera sedazione. In pratica, un ago applicato sulla sonda dell’ecografo entra nell’ovaio e aspira il liquido follicolare in cui sono contenuti gli ovociti». AGF

3. E gli spermatozoi?  «Qui è molto più semplice» precisa Antoninio Guglielmino. «Non serve una preparazione specifica, non ci vogliono terapie o stimolazioni. Basta che l’uomo vada nella struttura scelta e doni il proprio sperma. Ovviamente, tutto avviene in un ambiente sterile e protetto».

4. Esistono rischi per la salute?  «È una domanda che si fanno soprattutto le donatrici» dice Guglielmino. «A loro rispondo che non ci sono problemi. Durante la stimolazione ormonale si possono provare i classici sintomi della sindrome premestruale, come pesantezza e irritabilità. Il giorno del prelievo si avverte un po’ di fastidio nella zona, ma dura solo qualche ora. Poi non ci sono conseguenze: è una procedura sicurissima».

5. Quante volte si può fare? «Il regolamento ha stabilito che una persona può arrivare a un massimo di 10 donazioni» spiega Laura Volpini, dell’Aidagg. «È un limite giusto: evita che questo gesto venga svilito e banalizzato».

6. Avrò un compenso? «Assolutamente no» risponde ancora Laura Volpini. «È previsto un rimborso spese per gli spostamenti e le giornate di lavoro perse. Ma la donazione è gratuita e dovrebbe diventare una pratica di routine, come succede con quella del sangue. Se ci fosse un pagamento, la gente lo farebbe per guadagno. E questo porterebbe alla mercificazione dei gameti».

7. Potrò sapere il destino di queste cellule? «Questo non deve succedere» conclude Laura Volpini. «E a me sembra una buona scelta: tutte le ricerche sul tema confermano che l’anonimato è più sicuro. Protegge il donatore da fantasie e ossessioni. Ma anche la coppia che riceve è al riparo da qualsiasi pretesa del donatore, che in qualche momento potrebbe decidere di accampare diritti sul bambino. Il piccolo, invece, deve essere messo a conoscenza dai genitori della modalità con cui è nato. Ma nulla di più».

/5
di

Flora Casalinuovo

Per molte coppie l’unica speranza di avere un figlio è ricorrere al seme o all’ovulo di donatori. Che in Italia sono ancora troppo pochi. Ecco le domande da farsi

Riproduzione riservata
Stampa
Scelti per te