Le frasi di Antonio Conte, che ci ha fatto rinnamorare della Nazionale

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di

Cristina Sarto

Dopo la sconfitta ai rigori contro la Germania, ciò che resta di questi Europei è la grande lezione di Antonio Conte. Un allenatore che ha insegnato all'Italia il valore della fatica e del sudore. L'importanza del perdono e della fedeltà. Ma anche la forza che ti dà il sentirti parte di una squadra. Ecco le frasi-mantra che ha pronunciato nella sua carriera.

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    «Per vincere ci vuole testa, cuore e gambe. Non in quest'ordine preciso»

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    «Ai giocatori dico sempre che la palla va indirizzata, non colpita. Non mi piace vederla sparacchiare alla viva il parroco, a cominciare dai portieri»

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    «Non è che ti svegli alla mattina e dici: oggi vinco. C'è un percorso da rispettare e non ci sono scorciatoie»

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    «Quanto incide un allenatore? Un tecnico deve intraprendere una strada, tracciare un percorso portando gioco, organizzazione e cercando di portare competenze adeguate. Detto questo l'allenatore è nulla se non trova la disponibilità dei calciatori».

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    «Il perdono fa parte del compito dell'allenatore, altrimenti su 25 calciatori ne salveresti 10».

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    «Non ho mai pensato di essere un grandissimo giocatore, ma ho sempre saputo che sarei diventato un allenatore. Sono portato a dare un indirizzo, un metodo, indicare una squadra, prendere le decisioni»

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    «Penso che sia molto importante indossare il nostro colore, è la cosa più bella, e sarà molto bello anche per i nostri giocatori vedere i nostri tifosi colorati d'azzurro. È giusto essere orgogliosi: l'azzurro è un colore bellissimo e di potenza»

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    «Preoccupiamoci di fare le cose che noi conosciamo, di farle nel migliore dei modi, con l'intensità giusta, con la cattiveria giusta, con l'umiltà giusta e con la voglia di fare fatica, questa è la cosa più importante».

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    «Non mi piace mai parlare di successi singoli, mi piace sempre parlare di successi di squadra perché è la squadra che vince, se vince la squadra vinco anch'io».

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    «La fede aiuta a distinguere il bene e il male, a scegliere la via giusta nei momenti di difficoltà».

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    «Mi auguro di fare qualcosa che giustifichi tutto il bene che ho ricevuto».

Ma non poteva entrare in campo Antonio Conte? Io l’ho sognato spesso nel corso dell’estenuante scontro con la Germania. E dite la verità, lo avete fatto anche voi. Perché in fondo è stato lui l’uomo in più di questo Europeo di calcio da cui l’Italia è uscita a testa alta. Per almeno tre motivi.

Che piaccia o no, il ct degli Azzurri è uno di noi. O meglio, è quello che tutti noi vorremmo essere: una persona capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Con la sua arringa, il giorno prima dello scontro contro la temibile Spagna, ci ha fatto vedere come si fa:

«Dobbiamo andare oltre la ragione, perché domani non basterà fare l’ordinario. E sono convinto che possiamo fare qualcosa di straordinario».

I due gol con cui la nostra Nazionale ha rispedito a casa gli iberici gli hanno dato ragione. E lui per festeggiare ha corso come un pazzo (ragazzi, che scatto a 46 anni!), si è appeso alla panchina, ha stampato un bacio sulle labbra della moglie Elisabetta in tribuna (alzi la mano chi non avrebbe voluto essere al suo posto).

Dicono che sia così ossessionato dalla tattica, da spedire ai suoi giocatori messaggini notturni in cui puntualizza schemi di gioco e marcature. Ma nei momenti che contano, Antonio Conte è poca ragione e tanto, tantissimo, sentimento. Lo avete visto a bordo campo? Ha sbraitato, imprecato, calciato la palla fuori dallo stadio quando uno dei suoi ha sbagliato un movimento. E così facendo, è diventato il ct di tutti noi, anche di quelli che non sanno che cosa sia il 3-5- 2 o che ancora non hanno capito come funzioni il fuorigioco.

Che cosa rimarrà di questa sconfitta? Il cardiopalma dei rigori e i lucciconi agli occhi di Gigi Buffon, certo. Ma soprattutto le parole dell’uomo simbolo della Nazionale:

«Sono orgoglioso di questi ragazzi. Hanno dimostrato di amare la maglia e di aver dato tutto. Usciamo senza alcun rimpianto, perché l’impegno è stato il massimo».

Non era il finale che speravamo. Ma con un condottiero così, ce ne ricorderemo comunque.

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