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Ma rendetevi conto di cosa sono 10 mila morti!

di Antonella Trentin
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Quattro volte le vittime degli attentati dell'11 settembre. O tutti i bambini nati in una settimana in Italia.Tanti sono i profughi che, sulle carrettedel mare, hanno perso la vita inghiottiti dalle onde

Quattro volte le vittime degli attentati dell'11 settembre. O tutti i bambini nati in una settimana in Italia.Tanti sono i profughi che, sulle carrettedel mare, hanno perso la vita inghiottiti dalle onde

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Sono morti in mare, in acque libiche, su una delle tante carrette galleggianti che li portava verso un futuro diverso, in Italia. 140 uomini, donne e bambini inghiottiti dalle onde, il 7 giugno scorso, che si aggiungono alle altre 10 mila vittime di naufragi stimate negli ultimi dieci anni sulle rotte tra l'Africa e le nostre coste meridionali. 10 mila cadaveri di profughi scappati dalla fame o dalla guerra.

È come dire quattro volte le vittime delle Torri Gemelle, o due volte e mezzo i soldati americani uccisi in Iraq. 10 mila persone sono l'equivalente degli abitanti di Gerenzano, Comune in provincia di Varese, oppure i bambini nati in una settimana nel nostro Paese.

Come si può fermare quest'orribile strage? Davvero basta soltanto trasformare la clandestinità in reato? «No, bisogna risolvere alla radice le ragioni che inducono migliaia di persone a scappare dal proprio Paese» dice Laura Boldrini, por tavoce italiana dell'Unhcr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. «Per questo è fondamentale rilanciare i negoziati di pace nelle terre dilaniate dai conflitti, offrire aiuti sanitari ed economici ai Paesi poveri in cambio del rispetto dei diritti umani. Le punizioni non servono: faranno solo aumentare il prezzo del viaggio per i disperati

pronti a tutto. E non fermeranno le stragi in mare: solo il dieci per cento dei clandestini, infatti, arriva in Italia su una barca di fortuna. La maggioranza entra con un regolare visto turistico e resta anche quando è scaduto, oppure è arrivata con un permesso di soggiorno per un lavoro che poi ha perso»

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