3 donne alla Maratona di New York, la più blindata di sempre

Credits: Ansa

Franca Fiacconi (in prima fila, a sinistra) durante la Maratona di New York del 1998, da lei poi vinta

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di

Cristina Sarto

La Maratona di New York si correrà domenica 5 novembre 2017. Ma, a pochi giorni dall'attentato terroristico a Manhattan, come si deve sentire un runner che corre in mezzo a una strada della metropoli più in vista del mondo? La parola a 3 maratonete italiane che indosseranno la pettorina, senza paura

Solo, con addosso leggins e t-shirt, il telefonino in albergo, la pettorina sul cuore. Come si deve sentire un runner in mezzo a una strada a pochi giorni da quelle biciclette blu falciate dalla furia terrorista?

«Fa impressione, inutile negarlo. Di questi tempi quando attraversi un incrocio sai che tutto può succedere» dice Franca Fiacconi, 52 anni, da qualche giorno nella Grande Mela dove nel 1998 tagliò per prima il traguardo di Central Park.

Franca Fiacconi taglia il traguardo alla Maratona di New York del 2000. In quell'occasione la maratoneta italiana (è nata a Roma nel 1965) ha conquistato la medaglia d'argento

È la vulnerabilità dei maratoneti (oltre 51mila quelli in partenza dal Verrazzano Bridge domenica mattina), ma in fondo anche degli spettatori accalcati contro le transenne (saranno almeno 2 milioni e mezzo), degli amici che si ritrovano per una biciclettata e delle mamme che recuperano i figli a scuola. Siamo tutti bersagli, ma mai fermi.

«La maratona continua perché la vita di questa città continua» ha dichiarato il governatore Andrew Cuomo subito dopo l’attentato di Halloween costato la vita a 8 persone. Certo, sarà la 42 chilometri più militarizzata di sempre, con un livello di allerta superiore a quella del 2001 (a soli 60 giorni di distanza dalla strage delle Torri Gemelle) e a quella del 2013 (7 mesi dopo le bombe al traguardo di Boston).

La polizia newyorkese, di solito piuttosto abbottonata, stavolta ha concesso qualche dettaglio: raddoppiati i cecchini appostati sui tetti, aumentati i poliziotti armati e i camion antisfondamento per le strade. E come per le altre edizioni, elicotteri a sorvegliare il percorso dall’alto, unità cinofile e migliaia di agenti in borghese tra la folla.

«Non vedo la differenza: vivo a Roma e corro tutti i giorni tra i posti di blocco dei militari» dice Donata Columbro, esperta di comunicazione alla sua seconda maratona, dopo quella nella capitale lo scorso aprile. «Certo, qualche volta ti guardi attorno e ci pensi, ma sulla paura prevale la voglia di libertà. Soprattutto in un evento come questo, pensato per unire persone di culture diverse. Rinunciare sarebbe una vittoria per i terroristi».

Basta scacciare dalla testa quell’immagine di lamiere accartocciate, un po’ come si fa con il sudore quando dalla fronte ti cola negli occhi. Li strizzi un po’, ma quando li riapri New York è quella di sempre: gente che corre, cade e si rialza. «Paura zero, non ci rinuncio per nessun motivo al mondo» dice Isabella Spertini, in America con il Pink is Good Running Team della Fondazione Veronesi. «Nel luglio del 2016 sono stata operata per un tumore al seno. Se non mi ha fermata la malattia, non lo farà certo il rischio di un attentato. Ho imparato ad affrontare gli ostacoli che la vita mi mette davanti, senza farmi paralizzare dall’incertezza per il futuro». Domenica sulle avenue che non finiscono mai Isabella sarà sola, con leggins e t-shirt. Il telefonino in albergo, le compagne chissà. Ma quanta grinta sotto quella pettorina. 

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