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Non toglieteci mai più il fondo contro la violenza sulle donne!

di Antonella Trentin
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Per compensare l'eliminazione dell'Ici, erano stati tagliati i 20 milioni di euro destinati a sostenere la lotta agli abusi sessuali. Una notizia gravissima, passata sotto silenzio

Per compensare l'eliminazione dell'Ici, erano stati tagliati i 20 milioni di euro destinati a sostenere la lotta agli abusi sessuali. Una notizia gravissima, passata sotto silenzio

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Nessuno ha alzato la voce: le italiane neanche lo sapevano. Ma, grazie a politiche di destra e di sinistra, il pericolo è stato scongiurato: ora quei soldi sono salvi. Come verranno spesi? Cosa è urgente fare? L'abbiamo chiesto alle protagoniste della vicenda e a chi lavora sul campo. Con un messaggio: vigiliamo perché nessuno tocchi queste risorse preziose.

Per una volta le donne hanno vinto, non sono state umiliate, prese in giro. Ma c'è mancato poco. Infatti il decreto fiscale che elimina l'Ici dalla prima casa avrebbe dovuto attingere una parte delle risorse dal fondo di 20 milioni di euro destinati dalla Finanziaria 2008 al Piano nazionale contro la violenza sulle donne. In ballo c'erano il sostegno economico ai Centri di accoglienza per le vittime di uomini brutali, la creazione di nuovi rifugi protetti, il coordinamento tra forze dell'ordine, magistratura, medici di Pronto soccorsi e servizi sociali per scongiurare la mattanza di mogli, ex fidanzate, figlie (ogni anno cento nuove morti e oltre un milione di abusi).

Volevano tagliare i soldi e nessuno fiatava

C'è mancato un pelo perché il Piano fosse cancellato con un colpo di penna. Poi, il 25 giugno, un maxi-emendamento, su cui il governo ha posto la fiducia, ha ripristinato i fondi. Ma fino a quel momento il taglio dei 20 milioni di euro era scritto nero su bianco nel decreto 93, dal titolo "Salvaguardia del potere d'acquisto delle famiglie". A pagarne il prezzo sarebbero state le donne: ma nessuno se ne era accorto. I giornali si erano limitati ad articoli sbrigativi che sottolineavano la novità dell'Ici. «Ero all'oscuro di tutto, lo confesso» ammette incredula l'opinionista di Repubblica Miriam Mafai. «E già questo mi sembra una cosa gravissima». «Non l'ho letto da nessuna parte» dice l'attrice Lella Costa.

«Ma forse oggi le donne sono troppo preoccupate di riuscire a pagare il mutuo e l'affitto, per leggere tra le righe di un decreto. Anche questo perenne correre a testa bassa, senza pensare alla realtà che ci circonda, è una forma di violenza che subiamo. Penso a quell'insegnante di Lecco che il mese scorso ha dimenticato la bambina in macchina per affrettarsi al lavoro e poi l'ha ritrovata morta. È una storia che mi toglie il respiro».

«Che vergogna se quei fondi non fossero stati reinseriti!» si indigna Dacia Maraini, scrittrice e femminista storica, coautrice di un saggio appena uscito per Laterza: Amorosi assassini - Storie di violenza sulle donne. «Proprio quando le Nazioni Unite avevano equiparato lo stupro ai crimini di guerra, l'Italia stava per togliere i soldi al Piano antiviolenza».

In Parlamento ha vinto l'alleanza rosa

La vergogna, per fortuna, è stata evitata. Grazie a un gruppo di deputate e senatrici dell'opposizione e della stessa maggioranza, come Laura Ravetto, del Popolo della libertà, relatrice del provvedimento in Commissione Bilancio a Montecitorio, che ha presentato un emendamento per ripristinare il fondo. «Rimettere quei 20 milioni di euro è una mia battaglia personale, una battaglia di civiltà» spiegava prima che il decreto fosse votato in aula. «Spero di convincere il governo a farlo proprio». C'è riuscita. Insieme a lei si sono date da fare le donne dell'opposizione con interpellanze ed emendamenti. Emilia De Biasi, deputato milanese del Partito democratico, ha raccolto un dossier e l'ha mandato a mezzo mondo. «Persino ai parlamentari maschi» scherza. «Con un commento: "penso che la violenza alle donne interessi anche voi"». De Biasi l'ha spedito soprattutto ai Centri in giro per l'Italia, un centinaio di strutture di volontariato, che accolgono, salvano e restituiscono alla vita migliaia di donne maltrattate e i loro figli. Le prime vittime dello scippo dei 20 milioni di euro sarebbero stati loro, perché senza quei soldi faticherebbero a sopravvivere.

«Ci siamo arrabbiate moltissimo» racconta Emanuela Moroli, presidente dell'Associazione differenza donna di Roma. «Non eravamo in grado di organizzare una protesta di piazza. Ma non siamo rimaste con le mani in mano. Abbiamo scritto subito una lettera al ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna. Chi, se non lei, deve tutelare i nostri diritti?». «La violenza non si può cancellare con le dichiarazioni» è scritto nelle ultime righe. «Per farlo serve un finanziamento nazionale». Anche le parlamentari dell'opposizione hanno chiamato in causa il ministro. Che si è difeso il 5 giugno in un "question time" al Senato, scegliendo una prudente fedeltà alle decisioni dell'esecutivo . «Il governo ha piena contezza della gravità del fenomeno della violenza sulle donne» ha spiegato il ministro, col politichese un po' legnoso di chi si è da poco affacciato nella stanza dei bottoni. «In tale ottica, appaiono pretestuose ed eccessive le critiche al taglio operato, posto che si è proceduto nella consapevolezza che i centri di contrasto alla violenza dovranno costituire oggetto di una seria riflessione in quanto solo il 2,8 per cento delle donne si rivolge a essi». Detto altrimenti: perché tanto scandalo se si tagliano i soldi a Centri che funzionano poco?

Più visibilità ai centri per donne abusate

Angela Romanin, socia della Casa delle donne di Bologna, è rimasta sbalordita: «Forse» puntualizza «il ministro non sa che solo il 4 per cento delle vittime trova il coraggio di denunciare i propri carnefici. Molte non sanno neppure che esistono centri a cui chiedere aiuto, o dove trovarli, proprio perché questi non hanno fondi per farsi pubblicità, per affiggere manifesti nelle città. Tagliare i finanziamenti significa renderli ancora più invisibili. La controprova? Ogni volta che in televisione passa uno spot sul telefono nazionale antiviolenza (il numero è 1522) arrivano centinaia di chiamate e di denunce».

Altrimenti il silenzio. Come quello di Maria, la ragazza di Verona che per 18 anni è stata violentata dal padre, e solo a dicembre ha trovato il coraggio di scappare e confidarsi con un'amica. Ora vive in una casa protetta, ma forse avrebbe dovuto trovare qualcuno in grado di aiutarla molti anni prima. «Quando mio padre abusava di me» racconta «pensavo che la morte sarebbe stata una dolce soluzione. Comunque mi dicevo: nessuno mi vede, nessuno mi sente, come se fossi trasparente».

Appunto: il problema è che mancano un sistema di allerta e un numero adeguato di centri di accoglienza capaci di "vedere" le Marie che subiscono ogni tipo di sopruso in Italia:  infatti, a fronte di una marea di crimini, ci sono solo 4.500 denunce l'anno per stupri e aggressioni. «Ma allora il problema è moltiplicare queste strutture, non tagliare i finanziamenti sotto i piedi» si accalora Daniela Santanchè, esponente di La Destra-Fiamma Tricolore. «Non mi importa che siano di destra o di sinistra. So cos'hanno fatto questi centri per le donne. Il ministro s'informi, chieda quanti esseri umani hanno salvato».

Lo stesso ministro Carfagna ha poi corretto il tiro e alla Camera, pur sottolineando che le risorse del ministero «sono pari a ben 72 milioni di euro»,  ha dichiarato che: «Lo stanziamento in favore delle azioni di contrasto alla violenza sessuale potrà, e a mio avviso dovrà, essere notevolmente incrementato».

Tra i progetti: rieducare gli uomini violenti

Ma adesso che sono "tornati", come verranno usati i 20 milioni di euro? «Per la prima volta si potrà costruire un sistema solido di aiuti alle donne, con finanziamenti stabili» spiega Alessandra Kustermann, ginecologa e direttore del Soccorso  violenza sessuale della Clinica Mangiagalli di Milano. «Finora ci si appoggiava solo al volontariato e a oscillanti contributi degli enti locali. Nascerà anche un Osservatorio nazionale che servirà a monitorare gli abusi, a mettere a punto interventi adeguati e anche a verificare l'efficacia dei Centri, come vuole il ministro Carfagna».

Non solo: «Verranno intensificati i corsi speciali per le forze dell'ordine, per gli infermieri e i medici dei Pronto soccorsi, per i magistrati che si occupano di violenza alle donne» spiega Emilia De Biasi.

«In modo che sappiano subito riconoscere la gravità degli abusi, anche quando la vittima è terrorizzata e quindi reticente, e siano capaci di prevedere il rischio di un'escalation della violenza che, come spesso accade, culmina nell'omicidio».

Il fondo servirà alla prevenzione: «Campagne di informazione televisive, corsi nelle scuole per insegnare il rispetto verso l'altro sesso, opuscoli per sensibilizzare l'opinione pubblica» dice De Biasi. «Solo cambiando la cultura si può sconfiggere la violenza». I progetti sono tanti: la Casa per le donne di Milano sta pensando a corsi di recupero per uomini violenti, come avviene già in molte parti del mondo. «È l'unico modo per evitare che una volta usciti dal carcere tornino a nuocere» spiega la presidente Marisa Guarnieri.

Alessandra Mussolini, deputato del Popolo della libertà, propone il patrocinio gratuito per donne e bambini vittime di violenza. «Io stessa ho pagato l'avvocato che difenderà la ragazzina di 14 anni di Tarquinia violentata un anno fa da un branco» racconta. «Se non l'avessi aiutata, non si sarebbe potuta difendere perché non ha i soldi, mentre i presunti stupratori sono assistiti dai migliori legali». Ecco, si spera che con i fondi salvati dal decreto fiscale vergogne come questa vengano cancellate per sempre. E che su quei soldi nessuno cerchi più di mettere le mani.

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