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Il referendum trivelle: 6 domande per capire

di Adriano Lovera
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Il 17 aprile andremo alle urne per decidere se vietare l’estrazione di gas e petrolio vicino alle coste. Ecco le conseguenze del voto sulla produzione di energia, la tutela dei mari, i posti di lavoro

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Il 17 aprile andremo alle urne per decidere se vietare l’estrazione di gas e petrolio vicino alle coste. Ecco le conseguenze del voto sulla produzione di energia, la tutela dei mari, i posti di lavoro

IL REFERENDUM CHIEDE DI IMPEDIRE LE TRIVELLAZIONI? No. Il testo che troveremo sulla scheda non vuole vietare tout court le trivellazioni marine in Italia, ma interviene su una questione specifica: la durata delle attività estrattive più vicine alla costa.  Dal 2012 non è possibile cercare gas o petrolio entro le 12 miglia marine (circa 22,2 chilometri). Però esistono aziende che hanno ricevuto  l’autorizzazione prima di 4 anni fa. E secondo Legambiente hanno 79 piattaforme e 463 pozzi distribuiti tra mar Adriatico, mar Ionio e Canale di Sicilia.

CHE COSA SUCCEDE SE VINCE IL SÌ? Le  trivellazioni non verranno fermate subito, ma alla data di scadenza della concessione segnata sui contratti. Alcune estrazioni sono partite negli anni ’70 e ’80: si stima che queste dovrebbero essere fermate entro 2 anni, le più recenti entro 10.

E SE VINCE IL NO? Se si afferma il “no” o il referendum non raggiunge il quorum, ovvero la maggioranza degli aventi diritto al voto, le trivellazioni proseguiranno fino all’esaurimento delle scorte di fonti energetiche: almeno 20-30 anni. «Il voto ha un’importanza politica. È stato chiesto da 9 Consigli regionali: Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto» spiega Vincenzo Balzani, professore emerito all’università di Bologna, coordinatore del movimento  “Energia per l’Italia”. «Obiettivo: spingere il governo ad adottare una politica energetica più attenta alla sostenibilità».

LE PIATTAFORME AL CENTRO DEL REFERENDUM SONO PERICOLOSE PER L’AMBIENTE? «La possibilità di incidenti è di 1 su 100.000» spiega Davide Tabarelli, presidente del centro ricerche Nomisma Energia. «E almeno l’80% di questi impianti estrae gas, non petrolio. Quindi è basso anche il rischio di inquinare il mare» aggiunge l’esperto. Secondo Greenpeace, le acque attorno alle piattaforme in Emilia Romagna presentano un livello di inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme Ue per alcune sostanze pericolose come cromo e nichel.

SENZA TRIVELLAZIONI CORRIAMO IL PERICOLO DI RESTARE A CORTO DI ENERGIA? No. Oggi produciamo il 10,1% del petrolio e e l’11,5% del gas che ci servono, e dalle piattaforme oggetto del voto arriva meno del 4% delle due fonti. Tutto il resto viene importato dall’estero. Secondo le stime,  se si raddoppia la produzione nazionale (approvando nuovi impianti sia in mare aperto sia sulla terraferma), risparmieremmo 2 miliardi l’anno. E  anche “spingendo” sulle energie rinnovabili, come quella solare e quella eolica, nel 2050 circa la metà delle fonti di energia indispensabili saranno ancora quelle fossili.

SE VINCE IL SÌ, SONO A RISCHIO MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO? Il  premier Matteo Renzi ha parlato di 6-7.000 posti in bilico, mentre  Greenpeace sostiene che nel settore delle rinnovabili ci sarebbe posto addirittura per 100.000 addetti. «Esagerano tutti. Secondo  Assomineraria, sono 5.000 le persone occupate direttamente e nell’indotto delle estrazioni. Se vincesse il sì, nel giro di alcuni anni, ovvero dopo la scadenza delle concessioni, questi pozzi verrebbero chiusi» osserva Tabarelli di Nomisma. «C’è tutto il tempo per  intervenire e redistribuire il personale, a patto che nel frattempo sorgano nuovi impianti dove non c’è il divieto».

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