Di vaccini possono parlare solo gli esperti?

Roberto Burioni

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di

Isabella Colombo

Nel suo nuovo libro "La congiura dei somari" Roberto Burioni sostiene che non tutti possono parlare di scienza. E che bisogna tornare a fidarsi degli esperti

Non tutti hanno diritto di parola quando si parla di scienza. È la tesi del nuovo libro di Roberto Burioni, virologo di fama internazionale e docente all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano: La congiura dei somari. Perché la scienza non può essere democratica (Rizzoli). Su Facebook, dove il medico conta quasi 300.000 follower e una marea di pagine non ufficiali che gli si scagliano contro, è il tema del giorno. «Somaro non è un insulto» precisa lui. «Ma il termine pittoresco che uso per ridicolizzare l’arroganza di chi parla senza sapere. Sono anche io un somaro se dico a un elettricista come montare una presa. Eppure tanta gente non titolata, sui social o in tv, spiega a me, che studio i vaccini da una vita, i danni che provocano».

«Bisogna fidarsi degli esperti»

Il libro smonta le tesi antivax, come la correlazione con l’autismo o la connivenza tra medici e case farmaceutiche. Tesi diffusissime sul web, che hanno contribuito alla perdita dell’immunità di gregge e al ritorno del morbillo. «La salute è un tema che coinvolge tutti e prende la pancia, ma non si può danneggiare la società in nome della libertà di espressione» avverte il virologo. «Bisogna fidarsi della scienza, fatta di studio e analisi. Anche se a volte è fallace, è la cosa più vicina alla verità che abbiamo».


La cover del saggio di Roberto Burioni "La congiura dei somari" (Rizzoli)

«Occorre la collaborazione tra studiosi e cittadini»

L’idea che del “sapere” possano parlare solo gli studiosi è sbagliata secondo gli scienziati della comunicazione. «Rischia di bloccare il dialogo e aumentare la diffidenza» spiega Andrea Cerroni, sociologo e direttore del Master in Comunicazione della scienza all’Università Milano-Bicocca. «Una buona comunicazione scientifica si basa sul principio della “citizen science”, cioè della collaborazione tra cittadini ed esperti. Pensiamo a questioni pratiche ed etiche come gli Ogm, le centrali nucleari o la vivisezione: non si può prescindere dall’opinione della gente, con le sue preoccupazioni e i suoi criteri di giudizio che possono indurre gli scienziati a fare ulteriori analisi e verifiche». La collaborazione oggi passa anche da Internet e social. «Se da un lato facilitano la circolazione delle fake news, dall’altro sono anche lo strumento per combatterle. La scienza deve imparare a usarlo».

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