Non fermiamoci a #Quellavoltache

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di

Annalisa Monfreda

La narrazione corale nata dal caso Weinstein è il punto di partenza per riflettere su un problema misconosciuto ma reale: la diseducazione all'esercizio del potere. Che riguarda uomini e donne

Un'opinione di:
Direttrice di Donna Moderna e Starbene, moglie di un sociologo prestato alla consulenza digitale e...

La piena di confessioni degli ultimi giorni raccolta da #Quellavoltache mi ha fatto perdere l’orientamento.

Nel flusso di coscienza delle vittime si è mescolato di tutto, dalle molestie durante il colloquio di lavoro alla mano morta sul tram, dai palpeggiamenti del prete pedofilo allo stupro da parte dell’amico del padre. È come mettere tutti i mali del mondo in un calderone e chiederci di guardar dentro. C’è da morire dallo spavento.

Ho sempre amato il romanzo corale e, da professionista della comunicazione, trovo affascinante questo esperimento di narrazione. Ma qui manca la trama. Di cosa stiamo parlando? Davvero c’è un comune denominatore tra queste storie? E davvero il fil rouge è il maschilismo? Davvero metà della popolazione mondiale è ostaggio del destino che l’ha fatta nascere donna? Per fortuna, a moltiplicare ulteriormente i piani, ma comunque a rendere giustizia alla complessità dei fatti, hanno cominciato a confessare anche i maschi. E allora il comun denominatore qual è? Il sopruso sessuale? Temo che potremmo andar avanti per anni a raccontare storie senza arrivare da nessuna parte.

La stessa creatrice dell’hashtag, Giulia Blasi, ammmette in un’intervista a Vice Italy che non pensa che tutto ciò andrà concretamente da nessuna parte. «È un momento di autocoscienza collettiva che sta durando da qualche giorno ed è molto sostenuto. Ma quando si posa la polvere tutto torna come prima. E giustamente si parlerà d’altro».


E no, così non vale. Facciamo che serva. Facciamo che se una quindicenne per caso dovesse affacciarsi su questo calderone non ne esca rimpiangendo di essere nata femmina o arresa al suo destino di vittima o peggio ancora con un bell’alibi prefabbricato che “tanto non ha scelta”.

Quindi, per prima cosa, proviamo a mettere ordine: di cosa stiamo parlando?

Tutto parte dal caso Harvey Weinstein. Un produttore di Hollywood che approfitta del suo potere per ottenere favori sessuali da giovani attrici. Rimaniamo in questo recinto: l’abuso quando c’è squilibrio di potere.

Cosa vorrei che imparassero le giovani generazioni a questo proposito, da tutte le storie depositate in questo romanzo collettivo?

Primo: non è vero che non abbiamo scelta

Quello che ha detto Natalia Aspesi, beccandosi il marchio di antifemminista, credo sia molto vicino alla verità: «Che molte ragazze, sul famoso sofà, si accomodavano consapevoli. Avevano fretta di arrivare. E ancor più fretta di loro avevano le madri legittime che su quel divano, senza scrupoli di sorta, gettavano felici le eredi in cerca di un ruolo, di un qualsiasi ruolo». E se fingiamo che non sia così, non rendiamo un buon servizio al genere femminile. Ci dipingiamo come una mandria di agnellini indifesi in balia fisica e psicologica del maschio di turno.

Sicuramente ci sono anche le ragazze finite sul sofà per ingenuità e rimaste lì inchiodate dal terrore. Però non riesco a trovarmi d'accordo con Giulia Blasi quando, a proposito delle conigliette finite nel letto di Hugh Hefner, fondatore di Playboy, dice «che tante volte non avevano altra scelta». 

Per tutte, finché non si arriva allo stupro, la scelta c’è. È quella di voltarsi e andarsene, anche al costo di rinunciare alla propria carriera e al proprio sogno. Il racconto corale di questi giorni ci restituisce l'immagine di tante donne che hanno detto no. E non tutte hanno dovuto dire addio a una carriera degna di questo nome.  

Secondo: il rispetto ci è dovuto, anche se non siamo santi

Il punto è un altro. Che la vittima fosse più o meno consenziente, qui parliamo di un'umiliazione e di una mancanza di rispetto a prescindere.

Il fatto di non aver esercitato la propria libertà di andare, il fatto di aver compiuto una scelta di cui poi ci si pente, non deve frenare le donne dal denunciare, non deve farle sentire sbagliate.

Come scrive Chimamanda Ngozi Adichie, nei consigli per crescere una figlia femminista, «la santità non è il prerequisito della dignità. Le persone non devono essere brave e angeliche per meritare rispetto». 

Ma veniamo al punto che mi sta più a cuore. Da dove nasce questa libertà di umiliare? Da una scarsa considerazione della donna o da una cattivo esercizio del potere? Sicuramente nel caso Weinstein, come in molti di quelli raccontati, entrano in gioco entrambe le componenti, anche perché viviamo in una società in cui il potere è nelle mani degli uomini e i piani si confondono facilmente.

Però io credo che all'origine di questo fenomeno (perché tale è vista la diffusione) ci sia innanzitutto una cattiva educazione al potere. Come ha scritto Luca Dini, questa «non è una storia di sesso, è una storia di potere».

Terzo: rieduchiamoci al potere. Iniziando a parlarne in modo diverso

Quando a 30 anni sono diventata direttrice di giornale, non ricordo battute o insinuazioni circa il modo in cui ci ero riuscita (probabilmente non le ho intercettate). Ma ricordo chiaramente tutte le battutine sul mio ruolo di capo: "Quanti schiavi hai?" "Bè, adesso puoi permetterti di non fare niente". "Dai, fai il capo per una volta!" (inteso come alza la voce, umilia...)

Queste battute mi destabilizzavano. Non avevo una lunga esperienza lavorativa alle spalle e non possedevo una galleria di leader di riferimento. Ho praticamente inventato il mio modo di essere capo, mettendoci dentro tutto l'idealismo e la voglia di cambiare il mondo della giovinezza. Sono passati anni prima che fosse legittimato. Ma poi è successo.

Intanto, dalla mia postazione privilegiata (e protetta) ho visto sfilare il potere in tutte le sue forme.

Ho visto persone, uomini e donne, salire al potere dopo una vita di umiliazioni ed esercitarlo nell'unico modo che conoscevano: umiliando. 

Ho visto persone, uomini e donne, occupare una poltrona e da quella postazione sentirsi in diritto di chiedere ogni sorta di favore, benché esulasse dal proprio ambito di competenza.

Ma, soprattutto, ho visto persone inginocchiarsi al potere, perdere completamente il lume della ragione di fronte alla richiesta del potente di turno ed essere sinceramente convinti di non avere altra via d’uscita che acconsentire.

Spesso si trattava delle stesse persone. Chi abusava del proprio potere, poi finiva per inginocchiarsi al potere altrui

La diseducazione al potere è un problema misconosciuto, non ne parla nessuno, siamo tutti arresi, rassegnati di fronte all'evidenza di questa lacuna formativa. Ecco perché passano le generazioni, ma le persone di potere non cambiano. Dai vecchi balordi alla Weinstein ai giovani rampanti della Silicon Valley non c'è evoluzione se non nel contesto. Ricatti sessuali, molestie e discriminazioni sono all'ordine del giorno nelle nuove aziende tecnologiche, regno dei millennials, così come nel mondo dello spettacolo. 

A essere cambiate sono le vittime, e questo è merito del femminismo. Se 20 anni fa Asia Argento e tante altre scelsero di tacere, oggi un'ingegnera come Susan Fowler ha scelto di parlare e con un post di 3.000 battute ha portato all’uscita di molti manager di Uber, fino alle dimissioni del giovane amministratore delegato.

È un primo passo importante. Ma non dobbiamo fermarci qui. 

Non basta spingere le giovani generazioni a ribellarsi al sessismo, bisogna anche educarle all'esercizio del potere. 

E ci tengo a parlare di potere e non di sessismo, perché vorrei che la smettessimo di pensare a noi come donne. Vorrei che iniziassimo a parlare di noi come persone. Altrimenti tutte le battaglie che porteremo avanti sembreranno una guerra civile tra le due metà del cielo. Mentre sono battaglie che uniscono i due sessi contro un modo di fare, che in forme diverse, ci accomuna.

Poi c'è il sessismo, sì lo so. La cultura diffusa che fa sentire un uomo in diritto di allungare una mano sul corpo di una donna o di farle battute spinte o di chiederle di indossare i tacchi quando va dai clienti. La maggior parte delle testimonianze arrivate con l'hashtag #quellavoltache non hanno a che fare con l'esercizio del potere, ma con la cultura sessista in cui siamo immersi, uomini e donne.

Stamattina Claudia De Lillo a Caterpillar mi ha chiesto come facciamo a immunizzare i nostri figli da questo virus.

Non lo so, probabilmente ci vorranno interventi di manutenzione straordinaria, ma io per ora mi occupo di quella ordinaria. E cioè di tenere libera l'aiuola mentale delle mie bambine dalle erbacce del sessismo. Che è davvero una pianta infestante: se non te ne curi e le lasci metter radici, poi è difficile da estirpare, ti tocca utilizzare prodotti chimici, buttando via anche le erbe buone, i fiori.

La manutenzione ordinaria consiste nel non far passare indisturbata neppure una frase o un gesto sessista. Senza astio, senza rabbia, talvolta con indulgenza nei confronti di chi in una certa cultura ci è nato e non riuscirà a uscirne nel corso della sua vita. Però inesorabilmente tirare via ogni seme che potrebbe attecchire nella testolina libera di un bambino. 

Lo faccio perché da grandi non ne siano vittime. Ma soprattutto perché non ne diventino complici.

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