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Sette lettere aperte a Eluana

di Maurizio Dalla Palma
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Sono scritte col cuore, rivolte direttamente alla ragazza in stato vegetativo da 16 anni. Una sentenza ha riconosciuto il suo diritto di morire. E secondo il padre «è stata rispettata la sua volontà». Ma il caso divide l'Italia e le coscienze. Lasciarla andare è un atto di amore e di libertà, o la vita va tutelata fino in fondo?

Sono scritte col cuore, rivolte direttamente alla ragazza in stato vegetativo da 16 anni. Una sentenza ha riconosciuto il suo diritto di morire. E secondo il padre «è stata rispettata la sua volontà». Ma il caso divide l'Italia e le coscienze. Lasciarla andare è un atto di amore e di libertà, o la vita va tutelata fino in fondo?

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Dacia Maraini

Scrittrice

Cara Eluana, non so se puoi sentirmi. Vedermi certo no, non puoi. Eppure io ti vedo in continuazione nelle fotografie che ti ritraggono bella, giovane, sorridente. Mi piacerebbe sapere che quegli occhi sono davvero aperti, curiosi e pronti alla felicità come appaiono nelle immagini. Ma purtroppo quelle foto sono un inganno, perché tu ora non sei come ti vediamo stampata. Dopo sedici anni di degenza, oggi sei un corpo senza volontà né parola, senza sentimenti né desideri. Hai il viso smagrito e pallido, in cui gli occhi sono chiusi e, se aperti, non vedono. Sei un corpo assente che per la forza delle macchine, rimane attaccato a una parvenza di vita che non è vita. So bene che non sei tu a volerlo. Sono convinta che i tuoi piedi si sono già incamminati verso le praterie del silenzio. Hai bisogno di aria, di vento, di libertà. Tutte cose inesistenti nella tua piccola prigione ospedaliera. Sono le potenti forze della medicina tecnologica che ti tengono fra la vita e la morte, in un limbo oscuro che la natura non conosce. Sembra un miracolo della scienza. Ma più che di  miracolo parlerei di una presuntuosa sfida tecnologica. Da cui spero che chi ti ama saprà liberarti con delicatezza, senza farti soffrire.

Bruno Dallapiccola

Professore di genetica medica all'università La Sapienza di Roma, presidente dell'Associazione Scienza & Vita

Come medico, cara Eluana, trovo inaccettabile che qualcuno abbia deciso di darti la morte. Se non si fermerà questa volontà, ti attende una fine terribile, una lunga agonia: sì, ti spegnerai per fame e per sete. Dicono che il tuo corpo e la tua mente non provano più sensazioni e dolore. Chi può saperlo? Nessun medico può affermare con certezza se soffrirai oppure no. Sono certo che tuo padre, che si è battuto per ottenere la sentenza che autorizza la sospensione dei trattamenti medici, ha per te un amore forte e disperato. Ma qualsiasi scelta sul tuo destino dovrebbe essere operata con freddezza e razionalità. Io non avrei dubbi. Se anche lo stato vegetativo fosse irreversibile, e la speranza di un risveglio affidata a un miracolo, continuerei a pensare che nessuno deve interrompere quel che ti è stato donato da altri. E da vecchio medico, resto fedele al giuramento di Ippocrate: curare i pazienti e alleviare le loro sofferenze. Non dare mai la morte, neanche a chi sembra essersi spento.

Umberto Veronesi

Oncologo, ex ministro della Sanità

Cara Eluana, il tuo caso infiamma la polemica fra politici, magistrati, scienziati e giornalisti, senza risolvere il dilemma di fondo: chi deve decidere per te? Come medico, che si dedica da cinquant'anni alla difesa della salute e della vita attraverso la ricerca contro una delle malattie più difficili da sconfiggere, il cancro, capisco profondamente il dramma tuo e di chi sta intorno. Ma proprio la mia esperienza del dolore dei malati e dei dilemmi dei loro medici mi convince che c'è un solo criterio da seguire per affrontare i casi come il tuo e come le altre migliaia che si consumano nel silenzio: la volontà della persona. Una volontà che può nascere dalla fede in Dio, per cui la vita è un Suo dono, su cui l'uomo non ha facoltà di decidere. Oppure da altre convinzioni che inducono a una posizione pro o contro la vita artificiale. L'importante è conoscerla in modo certo. Purtroppo sedici anni fa, all'epoca del tuo incidente, non c'era modo di documentare la tua volontà. Oggi questa possibilità c'è: è il testamento biologico, nel quale possiamo esprimere la nostra volontà. Credo che tutti noi, anche i più giovani, dovremmo compilarlo come atto di civiltà e di responsabilità. Verso noi stessi, i nostri cari, la società.

Gabriella Carlucci

Deputato de Il Popolo della Libertà

Ti scrivo, Eluana, per raccontare quale carica di speranza ho ricevuto visitando persone come te. Il legame di affetti che ci unisce ai nostri cari non si spezza neppure quando si precipita in uno stato vegetativo. Nel centro medico dove sono stata, in Puglia, c'erano genitori che facevano di tutto perché ai loro figli, da anni in coma o con la mente assente, non venissero le piaghe da decubito. Il semplice fatto di prevenirle sembrava già un grande risultato, che riempiva di gioia. Sentivo frasi come: "Al mattino mio figlio apre gli occhi, forse mi vede". E tanto bastava per andare avanti. Ho trovato un'umanità e una fede incredibili. Nessuno pensava che sarebbe stato meglio lasciar perdere. C'era fede, e anche la speranza che forse la medicina, tra qualche anno, riuscirà a risvegliare chi è come te. Per questo, Eluana, pregherò moltissimo. Perché tu non soffra. E perché qualcuno possa ancora cambiare idea, permettendoti di continuare a vivere.

Vito Mancuso

Docente di teologia all'università San Raffaele di Milano

Ci sono momenti nella vita, Eluana, in cui la religione deve tacere e lasciar parlare l'umanità, perché la religione è funzionale alla vita, non viceversa. Il tuo caso è uno di quei momenti. Anche per questo ho esitato molto prima di scriverti. Se ho accettato, è perché intendo parlare da padre, e a tuo padre. I figli sono parte di noi. È il legame più forte che la natura ha istituito. La battaglia che da anni tuo papà sta conducendo è all'insegna della fedeltà verso la tua visione della vita. Anche se non la condivido, come primo dovere mi si impone il rispetto, non solo formale ma pratico, tale cioè da consentire che la tua volontà si compia. Certo, io non sospenderei l'alimentazione, non lo farei per me né per uno dei miei figli, per l'intima convinzione che ogni vita va custodita, anche se ridotta alla sola dimensione vegetativa. Ma di quel fenomeno così prezioso che è la vita, la parte più preziosa è la vita libera. La vera dignità e sacralità della vita consiste nell'esercizio della libertà. Per questo io credo che si serva veramente la sacralità della vita permettendo a tuo papà di attuare la tua volontà. Gesù ci ha insegnato a rivolgerci a Dio col nome di "padre" e ci ha parlato di lui come di un amore senza confini. Se questo è vero, il mondo e ognuna delle nostre vite sono nelle mani di un padre, e noi siamo pezzi di lui, e non c'è da temere nulla, proprio nulla. Solo fidarsi.

Mina Welby

Moglie di Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, che si è battuto per l'eutanasia ed è morto nel  2006 dopo la sospensione dei trattamenti medici

Eluana, queste parole di silenzio accompagnino te e i tuoi genitori negli ultimi passi che da anni eri costretta ad aspettare. La vostra sofferenza è stata lunga e tortuosa. Sei stata relegata a un letto in uno stato che mai avresti voluto subire, alla mercé di altri, benché premurosi e amorevoli nelle cure del tuo corpo. Hai trovato un giudice illuminato e giusto che ha saputo sapientemente ricostruire il tuo concetto di vita e di morte, come d'altronde è stato fatto per Piergiorgio in tribunale. Se tu, cara Eluana, potessi percepire le mie parole sorrideresti, come mi ha sorriso Piergiorgio, quando ho pronunciato il mio consenso per terminare la sua sofferenza. Il nostro volere, di tuo padre e mio, sta un passo indietro dalla vostra autodeterminazione, tua e di Piergiorgio. Puoi essere fiera di tuo padre, che, costretto dagli eventi tragici, già 16 anni fa, si è arreso, con grande responsabilità, alla tua voglia di libertà e ha continuato per te a reclamare l'adempimento della tua volontà. Possa tu, cara Eluana, trovare riposo per sempre.

Giulio Giorello

Filosofo della scienza

Mi rivolgo a te, Eluana, per dire che ognuno deve poter decidere il proprio modo di vivere e anche di morire. Lo Stato non ha il diritto di intromettersi in questioni così personali. Altrimenti, Eluana, non ne va solo della tua libertà, ma della libertà di tutti. Bene ha fatto chi ha esplicitato per tempo le proprie "ultime volontà" col testamento biologico. Può essere una garanzia per chiunque, indipendentemente dal fatto che ritenga sbagliato ogni accanimento terapeutico o che pensi che la propria vita vada difesa a qualunque costo, anche se si tratta di una vita che altri considererebbero terribile vivere. Quello che conta è la scelta in piena libertà, demandata, quando non c'è altro modo, all'aiuto dei propri cari. Gli unici su cui alla fine si può contare in momenti così difficili.

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