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Referendum trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No

di Adriano Lovera

Tutto quello che c'è da sapere sul referendum pro o contro le trivellazioni in mare per la ricerca di gas e petrolio. Il referendum si terrà il 17 aprile. Ecco di che cosa si tratta

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Tutto quello che c'è da sapere sul referendum pro o contro le trivellazioni in mare per la ricerca di gas e petrolio. Il referendum si terrà il 17 aprile. Ecco di che cosa si tratta

Il prossimo 17 aprile andremo a votare il referendum pro o contro le famose trivellazioni in mare per la ricerca di gas e petrolio. Appuntamento su cui poggiano molte speranze degli ambientalisti, snobbato invece da chi sostiene la ricerca degli idrocarburi in qualunque posto: a patto di farla in sicurezza, dicono, è un'attività che serve a rendere l'Italia più indipendente come energia. Ma conosciamo davvero il quesito su cui dovremo esprimerci? Vediamo su che cosa ci esprimeremo e consideriamo le ragioni del Sì e del No.

Referendum sulle trivellazioni: il quesito
In primo luogo, non siamo di fronte a una domanda tout-court pro o contro, ma il referendum si concentra soltanto sulle trivellazioni che si effettuano entro le 12 miglia dalla costa, circa 19,3 km. La legge attuale, entrata in vigore a gennaio, vieta di esplorare i fondali entro questa fascia protetta, però ci sono società petrolifere che avevano ottenuto l'autorizzazione in passato e che già hanno in corso attività entro questa porzione di mare.

Oggi, chi estrae gas o petrolio da questi giacimenti può chiedere la proroga della concessione addirittura fino a 50 anni, così da raggiungere l'esaurimento naturale delle scorte. Se vincesse il “sì”, invece, gli italiani farebbero in modo che queste concessioni ricevano uno “stop” alla scadenza segnata sui contratti in vigore, senza più possibilità di rinnovarli, anche se ci sono ancora idrocarburi disponibili. Di quanti pozzi parliamo? Attualmente ce ne sono 53 attivi, che sarebbero costretti a chiudere nel giro di 5-10 anni in caso di vittoria del Sì.

Le ragioni del Sì
I comitati per il Sì (tra cui associazioni ambientaliste e ben nove Regioni) sostengono che le operazioni effettuate così vicino alla costa siano potenzialmente dannose, suscettibili di provocare danni alle spiagge, all'ecosistema marino e anche di rovinare l'appeal turistico di alcune perle del Paese.

Secondo uno studio Ispra, ripreso da Greenpeace, tra il 2012 e il 2014 nei mari che circondano le trivelle oggi in azione sono stati superati, seppure di poco, i livelli stabiliti dalla legge come concentrazione di agenti inquinanti. Più in generale, quel che viene chiesto al Governo è l'adozione di una politica chiara che punti sulle energie rinnovabili e abbandoni il petrolio. “E’ l’occasione per fare informazione sulla mancanza di una politica strategica sull’energia nel nostro Paese e parlare del futuro energetico” ha detto Rossella Muroni, presidente di Legambiente.

Le ragioni del No
Chi, invece, non crede al referendum poggia le sue argomentazioni soprattutto su motivi economici. Per esempio, secondo il centro studi Nomisma Energia, oggi l'Italia compra l'80% dell'energia di cui ha bisogno dall'estero, mentre potrebbe abbassare questa quota anche al 60% se sfruttasse i giacimenti di idrocarburi ancora inesplorati, compresi quelli in mare. E il Paese risparmierebbe un miliardo di euro l'anno.

Inoltre, i sostenitori degli idrocarburi rilevano che la possibilità di scongiurare al 100% qualche incidente sia impossibile, ma le tecniche oggi a disposizioni permettono di trivellare senza dare fastidio all'ecosistema, al punto che in alcune zone di fronte al mare di Marina di Ravenna ci sono allevamenti di cozze prodotte direttamente sui piloni degli impianti dell'Eni.

Gli effetti prima del voto
Eppure, sembra che il movimento anti trivelle qualche risultato lo abbia già ottenuto. Proprio in questi giorni tre colossi petroliferi (Petroceltic, Shell e Transunion), che avevano manifestato l'intenzione di avviare progetti esplorativi tra Sicilia e Puglia, hanno detto che rinunciano. Ufficialmente, il dietrofront è motivato dai costi eccessivi, a fronte dei possibili ricavi futuri, visto che il prezzo del petrolio è sceso moltissimo nell'ultimo anno. Ma il Coordinamento Nazionale No Triv ha interpretato queste mosse come un prima vittoria del movimento.

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