del

Vi raccontiamo i drammi nascosti delle donne

Vota la ricetta!

La prima a chiamare al telefono aperto di Donna Moderna è stata Paola. Poi Caterina, Mariangela, Piera. Per una settimana moltissime donne hanno confidato a una celebre scrittrice, Antonella Boralevi, la loro disperazione. Le botte. Le umiliazioni. E la rabbia: verso se stesse, prima di tutto. Perché, soffocate dalla paura e dai sensi di colpa, per troppo tempo non si sono ribellate ai loro uomini

La prima a chiamare al telefono aperto di Donna Moderna è stata Paola. Poi Caterina, Mariangela, Piera. Per una settimana moltissime donne hanno confidato a una celebre scrittrice, Antonella Boralevi, la loro disperazione. Le botte. Le umiliazioni. E la rabbia: verso se stesse, prima di tutto. Perché, soffocate dalla paura e dai sensi di colpa, per troppo tempo non si sono ribellate ai loro uomini

Un caffè con Donna Moderna

Il primo giorno non ha telefonato nessuno. Stavo lì, accanto al telefono, con la penna in mano, il blocco per gli appunti davanti e provavo un sentimento spaventevole di impotenza. Era come vedere tante persone che urlano, disperatamente, e non sentire la loro voce. Stavo malissimo. Poi è arrivato mezzogiorno, la mia vita normale è ricominciata ma era bucata da questo tarlo silenzioso e acutissimo: dove sono, come sopravvivono, queste donne senza voce? Chiameranno?

La prima è stata Paola. Una voce energica, inquisitoria: "È lei la scrittrice Boralevi?". La voce di qualcuno che ha dovuto imparare a difendersi. "Ha cominciato a picchiarmi dalla seconda notte di nozze" ha detto. Una pausa. C'era tutta quella notte, dentro il silenzio. E deve essere stato insostenibile riviverla, perché Paola è ammutolita. Dovevo riacciuffarla: subito. "Quanti anni ha?". "Cinquantuno". Ora il respiro era tornato, l'ho immaginata di nuovo diritta sulla sedia accanto al telefono, il viso di nuovo immobile, saldo. Un viso di pietra che contempla un destino. "Perché la picchiava?". Una pausa lunghissima, ora riattacca, ho pensato. Invece ha raccontato, in un fiotto: come di vomito.

"Mi sono trovata davanti all'improvviso un altro. Ha dieci anni più di me, già sposato due volte, la seconda volta è stato sposato poco, ma io non mi sono chiesta il motivo. È un dirigente di una compagnia importante, stimato, rispettato, io ho un negozio a Trieste, sono una persona decisa e questo non gli andava bene, qualsiasi cosa io dicevo non gli andava bene. Però ci siamo sposati, alla nostra età bisogna accettare, non è come quando hai vent'anni... La seconda notte di nozze ho chiamato quattro volte i carabinieri. Li ho aspettati nel corridoio e sono venuti e hanno visto che avevo la bocca rotta. "Signora" mi hanno detto "se fa la denuncia entro sette giorni il matrimonio non è più valido...". Da ridere, no?

Il giorno dopo lui è venuto in negozio a chiedere perdono e l'ho perdonato. E poi dopo quindici giorni eravamo in montagna e di nuovo botte, e io ho sopportato perché c'era mia mamma. Ha cominciato a picchiarmi tutti i giorni. Un giorno stavo lavando i piatti e mi ha messo la pistola tra le scapole e ho chiamato i carabinieri ma lui: "No, di qui non si muove" e loro a forza a strapparmi via e son scappata con la maglietta che avevo addosso e ho perso il negozio e ho dormito per un anno in un garage al freddo e anche ora, sa, ho paura, gli hanno dato la misura cautelare, è tornato in Calabria ma ho paura, la sera per tornare a casa devo fare un sotoportego scuro e penso ora torna e mi ammazza".

Penso a questa paura, una pietra che starà per sempre appesa al collo di Paola, al collo di tutte le donne che hanno avuto il coraggio di denunciare. Penso a questi uomini che spaccano la mandibola e poi vengono a chiedere perdono. Alle donne che li perdonano. Perché lo fanno?

Caterina ha trentun anni, abita a Milano. Mi racconta che ha conosciuto "questa persona che poi è diventata mio marito" quando di anni ne aveva quindici, che si è sposata a diciotto, che già da fidanzati lui "aveva problemi di personalità". Quali, Caterina? Un ansito. "Era molto violento, assumeva droga e alcol, l'ho sposato perché speravo che potesse cambiare". Ancora. Ancora questa stupida aberrante vocazione a farci infermiere e salvatrici, ad accettare quella che pensiamo sia una sfida e invece è una condanna già scritta. Ma sto zitta. Ascolto. "Il primo anno e mezzo è stato quello più devastante. Lui arrivava a casa arrabbiato, pieno di alcol e cocaina... A volte scappavo, altre volte no". Fermati, Caterina. Qui bisogna fermarci. Questa frase va scritta a caratteri maiuscoli: A VOLTE SCAPPAVO, A VOLTE NO.

Perché non scappavi, Caterina? Ho preso un rischio, dicendolo. Caterina potrebbe riattaccare. Ascoltare le vittime è camminare su un pendio scivoloso, una parola sbagliata e le hai perdute. Non Caterina. Risponde e a mano a mano le sale in gola una rabbia metallica, gelida. Penso che sia arrabbiata con il marito. Sbaglio. "Tu sei impotente, perché ti ha derubato di tutto. Dentro di te, tu pensi che sia colpa tua, che ti maltratta perché tu glielo permetti. Lui mi minacciava: "Se vai via, ammazzo tua madre, metto una bomba dentro la macchina di tuo padre". Mi ricattava: "Se vuoi andare via, mi devi dare tanti soldi".

La via devi trovarla da te, non ti può aiutare nessuno. E devi toccare il fondo, prima. Io ho tentato il suicidio due volte. Ho preso due scatole di Tavor. Lui mi aveva picchiato brutalmente, la sera prima. Mi picchiava e poi piangeva e mi chiedeva perdono, mi convinceva sempre... avevo un senso di colpa spaventoso: per me. Perché gli avevo dato un tacito consenso. Allora ho pensato: non avrò mai il coraggio di denunciarlo, farei soffrire la mia famiglia. E poi ho pensato: non ha senso vivere così. Quando subisci una violenza, è perché glielo permetti. Ti vergogni di dirlo perché alla fine sei tu, la colpevole!".

Adesso la rabbia la travolge ed è questa rabbia che devo provare a scardinare. Ma lei non me lo permette. "No, non ho scuse. Devi dire STOP subito, alla prima botta. Ma io sono stata zitta...". Ma adesso stai parlando, Caterina. E finalmente piange. Finalmente ha compassione di sé. Mi racconta di quando ha incontrato un altro uomo, sul lavoro, di quando si è accorta di essere incinta e di quando "faceva la brava" perché lui la picchiasse meno forte e il bambino potesse sopravvivere dentro la sua pancia, il bambino che lei proteggeva offrendo la testa e la schiena ai calci e ai pugni.

Mi racconta della notte in cui è scappata, con 300.000 lire e un golfino di angora rosa, di come è corsa a chiedere aiuto al Villaggio della Madre e del fanciullo e loro l'hanno nascosta, l'hanno aiutata a partorire. Ma il suo compagno, il padre del bambino? "Non gli avevo detto nulla, l'ho lasciato. Volevo essere libera di scegliere io, da sola. È stato solo quando il bambino aveva sei mesi che ho cominciato a rimettere insieme i cocci. Ho parlato a lui, ho chiamato i miei genitori... adesso è come se fossi rinata. Sì, mi stanno aiutando gli psicologi, e faccio anche incontri di gruppo con donne che hanno subito quello che ho subito io".

Ma c'è come un buco, nel suo discorso. C'è qualcosa che non vuole dire; e anche: ha un bisogno spasmodico di dire. Aspetto. Cosa c'è, Caterina? Cosa c'è ancora? Parla a spezzoni, la voce è dura. "Avevo subito degli abusi, da bambina. Non ricordo. Uno zio. Provavo vergogna...". Allora è questo. C'è, in quasi tutte le vite che mi sono state raccontate, il sentimento profondo del proprio disvalore: si accettano le botte perché si pensa che sia normale, perché si pensa di non valere nulla. E dietro, spesso, c'è una storia di abusi sessuali infantili.

Mariangela me lo dice subito, e mi colpisce il modo in cui lo fa. Una frase secca, semplice, detta come se fosse scontato: "Ho avuto abusi da papà, mamma era alcolizzata". Poi mi racconta del suo convivente. L'ha derubata per dieci anni, ha inventato un tumore e spendeva in osteria i soldi che lei credeva fossero per le cure. Lei andava a chiedere il pacco in parrocchia, mangiava alla mensa dei poveri, e lui sperperava. E le diceva che era una stupida perché non portava a casa abbastanza soldi, con le pulizie. Finché una mattina è scappata, e si è scorticata i piedi nelle infradito mentre bussava a tutti i dormitori della città, a tutti i centri sociali.

"Mi dicevano: teniamo solo donne giovani, teniamo solo donne picchiate. E mi sbattevano la porta in faccia. Finché ai frati di San Marco non è arrivato l'assistente sociale, è stato il primo che mi ha preso la mano e mi ha detto: "Ora non sei più sola"". Adesso ha un piccolo appartamento fornito da una associazione, si sta curando le tre ulcere che le sono venute allo stomaco, va da una psicologa. "Adesso sto bene" dice. E scoppia in un pianto dirotto.

Le figlie, trentenni, sanno e non fanno nulla. Quanti ce ne sono, di figli adulti, consapevoli e muti. Loro sì vigliacchi, loro sì spaventosi. Non desiderano vedere e non vedono. O vedono quello che desiderano. Come il figlio di Piera, Piera che prende botte da trent'anni, Piera che ha avuto il bacino rotto due volte e "si fa presto a dire no alla violenza, ma io dove vado?". Piera che il marito, stimato e rispettato, un vigile, picchia lì dove non si vede e a cui il figlio dice che la fa troppo lunga. Come la figlia di Teresa, che rimprovera sua madre: "Perché ti metti il coltello alla gola e gli dici che ti ammazzi se non smette? Allora fallo".

E poi ci sono le storie condite di sesso. Perché c'è anche questo: la lama del piacere di picchiarsi, del piacere di fare sesso, dopo. "Abbiamo cominciato per scherzo". "Lui mi tradiva e mi picchiava, ma io lo rivolevo". "Ho scoperto che aveva un'amante e lui ha cominciato a picchiarmi". C'è questa connivenza, l'idea di giocare un gioco sessuale eccitante, il cui premio alla fine è lui: e invece sono solo botte.

L'ultima, di decine di telefonate, arriva a mezzogiorno passato dell'ultimo giorno. È Paola. Trema. Non riesce a respirare. "Il collo" dice "mi ha stretto al collo, non riesco a deglutire. Mi ha detto sempre "sei una troia", "sei una stupida", sempre, sempre, sempre...". Ora grida. E io non posso fare niente. "Botte, botte, botte. sono cinque anni che mi picchia, tutti i giorni mi picchia...".

Paola, sei stata brava ad averci chiamato. "Sì". E all'improvviso scoppia a ridere, una risata cattiva. "L'ho denunciato. Lui ha fatto resistenza e l'hanno arrestato. L'hanno arrestato, capisci? Sono fortunata che mi hanno creduto, ho portato le foto dei lividi, e i referti. Ma sai perché ho trovato la forza di denunciarlo? Ieri sera mi ha minacciato con una spranga di ferro, ti ammazzo, ti ammazzo, diceva...". E finalmente piange. E piango anche io.

Piango di tutto il dolore che ho ascoltato, di tutto il coraggio che ho sentito, di tutta la paura. Piango di tutte le speranze che abitano il nostro cuore di donne, di tutta la  nostra solitudine. E all'improvviso penso che non basta salvare le vittime: anche gli aguzzini hanno bisogno di aiuto. Perché davvero la guerra finisca.

LE NOSTRE INIZIATIVE

Vieni al convegno

L'8 marzo alle 15 Donna Moderna organizza al Teatro dell'Arte di Milano (via Emilio Alemagna 6) un grande convegno contro la violenza sulle donne. Parteciperanno parlamentari, esperti, operatori dei centri antiviolenza, personaggi dello spettacolo. Non mancare!

Clicca sul sito www.noallaviolenza.donnamoderna.com: puoi firmare contro la violenza sulle donne, raccontare la tua testimonianza, leggere inchieste e opinioni e guardare video e spot antiviolenza.

Il progetto

Donna Moderna promuove, con la onlus Fondazione Pangea, Pangeaprogettoitalia. L'obiettivo è sostenere quattro centri antiviolenza che offrono alle donne sostegno legale e psicologico, le aiutano a reinserirsi nel lavoro e offrono ospitalità in case rifugio.

Puoi contribuire

Con un versamento sul c/c bancario IT40 O 0501 801600 00000 547547, Banca Etica o sul c/c postale 36682953: causale Donna Moderna per Pangeaprogettoitalia.

Per telefono: dall'1 al 20 marzo con ogni SMS al 48584 doni un euro, con una chiamata da rete fissa Telecom doni 2 euro.

Facendo la spesa l'8 marzo in tutti i magazzini Upim: il 10 per cento dell'incasso sarà devoluto all'iniziativa di Donna Moderna per Pangeaprogettoitalia.

Andando all'Hammam della Rosa fino all'8 marzo: il 20 per cento dell'incasso ricavato dalla vendita dei prodotti del bagno turco di viale Abruzzi 15, Milano, sarà devoluto alla nostra iniziativa. E chi si presenterà con la ricevuta di due SMS per Pangeaprogettoitalia avrà un buono sconto del 10 per cento sull'ingresso nell'hammam.

Sostengono il progetto

Mediafriends: la Onlus di Mediaset, Medusa e Mondadori appoggerà la nostra raccolta fondi con uno spot su Canale 5, Italia1 e Rete4, in onda dall'1 al 20 marzo.

Radio R101: dal 5 marzo per tutta la settimana sosterrà la campagna di Donna Moderna, e l'8 marzo in tutti i programmi lancerà un invito a contribuire via SMS.

Framesi: la multinazionale italiana  dell'hair beauty contribuisce all'iniziativa di Donna Moderna per Pangeaprogettoitalia e invita la rete dei suoi acconciatori a farsene portavoce con le clienti in tutti i loro saloni.

Unes: contribuisce all'iniziativa, e sosterrà la raccolta di fondi in tutti i suoi supermercati.

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna