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Aborto e obiezione: l’equilibrio che non c’è

di Michela Murgia
Aborto e obiezione: l’equilibrio che non c’è 3 - 3.00/5

Secondo la scrittrice Michela Murgia il bando di concorso della regione Lazio per reclutare medici non obiettori difende la legge 194. E cerca di stabilire un equilibrio con il diritto di obiezione dei medici. Che, ad oggi, prevale nettamente sul diritto all'aborto delle donne  

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Secondo la scrittrice Michela Murgia il bando di concorso della regione Lazio per reclutare medici non obiettori difende la legge 194. E cerca di stabilire un equilibrio con il diritto di obiezione dei medici. Che, ad oggi, prevale nettamente sul diritto all'aborto delle donne  

Michela Murgia
Un'opinione di

Michela Murgia

Nata in Sardegna, con il romanzo Accabadora (Einaudi, 2009), tradotto in più di 20 lingue, ha vinto...

La decisione della Regione Lazio di indire un bando di concorso apposito per reclutare medici non obiettori al San Camillo è un atto politico di grande portata, benché di nessuna efficacia. Il risultato pratico non può che essere nullo perché nessuna regione ha il potere di revocare in forma permanente il diritto di obiezione dei medici: con la legge attuale infatti niente impedirebbe loro di dichiararsi obiettori dopo l'assunzione e questo alla Regione Lazio lo sanno benissimo.

L'efficacia politica del gesto di Zingaretti è però altissima proprio per questo: dopo molto tempo si riapre sul piano legislativo e politico lo spinoso dibattito sulla conciliazione tra il diritto di ricevere assistenza per l'interruzione di gravidanza e quello di obiezione di coscienza. È importante ribadire che di conciliazione si sta trattando, perché questa dialettica – a causa delle storture nell'applicazione della 194 che hanno trasformato un diritto in una caccia disperata al medico non obiettore – oggi non è più così pacifica.

Non mi conto tra chi pensa che gli obiettori non dovrebbero fare i ginecologi: la ricchezza di competenze di quella professione non può infatti essere ridotta all'interruzione di gravidanza, tanto meno esservi sostanziata. Qualunque paragone con l'obiezione militare è errato proprio perché usare armi è il cuore del lavoro militare, mentre abortire non è quello del lavoro ginecologico. In generale l'obiezione di coscienza non dovrebbe essere messa in discussione; è un bene di tutti perché tocca le convinzioni profonde delle persone. Nello specifico chi rifiuta di praticare l'aborto lo fa perché è convinto che sia un omicidio e poiché il feto è tecnicamente un essere umano questa convinzione non può essere smentita: solo rispettata.

Altrettanto intangibile è però il diritto di accedere all'interruzione di gravidanza, perché se è vero che il feto è un essere umano, è vero altrettanto che non è ancora una persona, a differenza della donna che lo porta in grembo. Con la legge 194 il sistema giuridico italiano ha già stabilito una gerarchia di diritti tra la persona compiuta e la persona in potenza e quella gerarchia io la condivido senza tentennamenti: la tutela della donna incinta, ovvero della sua volontà, della sua salute, della sua condizione psichica e del suo stato sociale vengono prima di quelle del feto, a meno che non sia lei stessa (e lei sola) a decidere l'inverso.

Come garantire che questo avvenga senza ledere il diritto di obiezione?

La risposta la deve dare lo Stato, non l'obiettore, né si può pensare che la questione si risolva negando o limitando il diritto di obiettare. La risposta è proprio quella che con una forzatura necessaria sta intelligentemente sollecitando la Regione Lazio: è necessario creare liste verificate di medici non obiettori e stabilirne una presenza certa in ogni ospedale pubblico, affinché nessuna donna debba più entrare in una struttura sanitaria dello Stato e trovarsi davanti alla negazione del suo diritto di decidere.

Oltre a questa scelta, ineluttabile se non si vuole continuare a danneggiare la libertà delle donne, va fatta maggiore chiarezza anche sui limiti dell'obiezione. Se infatti ha senso che la eserciti il medico ginecologo che deve agire in modo diretto, non ne ha alcuno includervi azioni collaterali come l'anestesia: questa opacità consente infatti un'interpretazione ancora più allargata, tanto che a pretendere l'astensione dal servizio è anche chi dovrebbe svolgere solo l'assistenza medica e infermieristica pre e post aborto.

La matrice religiosa di questa interpretabilità è evidente: la Chiesa Cattolica commina la scomunica immediata non solo a chiunque pratichi l'aborto, ma anche a chiunque vi assista o collabori alla decisione a qualunque titolo, determinando di fatto il completo isolamento sociale della donna. Questo non rientra minimamente nella tutela del diritto di obiezione e uno Stato non può e non deve consentire che nelle sue strutture si svolga l'esercizio arbitrario della colpevolizzazione delle scelte legali delle donne in nome di qualsivoglia precetto religioso.

Zingaretti nel suo operato è stato più che corretto: il bando dedicato non sta dicendo che i medici non possono obiettare; sta dicendo che il diritto delle donne di accedere alla scelta dell'interruzione di gravidanza non può essere subordinato a quello di obiettare. Fino a questo momento lo Stato ha tutelato solo il secondo: è tempo che torni a occuparsi anche del primo.

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