Magdalena, che difende i braccianti dal caporalato

Credits: Roberto Salomone per Mondadori Portfolio
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di

Pietro Pruneddu

Magdalena Jarczak è arrivata in Italia nel 2001, in cerca di lavoro. Ha passato mesi d’inferno nelle campagne pugliesi. Ma ha avuto il coraggio di ribellarsi ai caporali e oggi è diventata la paladina dei braccianti senza diritti

10 ore con la schiena piegata a raccogliere pomodori, un pezzo di pane per pranzo.  È stata la prima esperienza cosa che Magdalena Jarczak, per tutti Magda, ha fatto dell'Italia. Appena arrivata dalla Polonia in quel 2011 aveva appena 20 anni ed è stata subito portata nelle campagne pugliesi a svolgere un lavoro disumano. Ora ne ha 35, è rimasta in Puglia e da bracciante sfruttata si è trasformata in agguerrita sindacalista. Incontra i migranti, parla con loro, li istruisce sui diritti che nemmeno sanno di avere.

Perché è venuta in Italia?

Dopo il diploma in Polonia ero alla ricerca di un lavoro. Un conoscente reclutava manodopera nel nostro paesino per un impiego stagionale in Italia. Io e mia sorella di 19 anni abbiamo accettato. La proposta era allettante: contratto regolare, una vantaggiosa paga settimanale, vitto e alloggio gratis e rimborso del viaggio di ritorno garantito.

E una volta arrivate qui?

Ci avevano raccomandato di non parlare con nessuno. Siamo state portate in un casolare sperduto in campagna, che è diventato il nostro alloggio. Niente acqua, servizi igienici o elettricità. Alle 5 del mattino un furgone ci ha prelevate e scaricate in un campo di pomodori. Sono stati mesi di inferno. Lavoravamo senza sosta. Non abbiamo mai visto un centesimo, intascavano tutto i caporali. Ho perso tanti chili.

Come vivevate?

Nei campi eravamo sempre sorvegliate. Una volta alla settimana ci permettevano di chiamare a casa in Polonia, ma eravamo costrette a dire che stavamo bene. Ho iniziato ad avere paura quando ci hanno fatto consegnare i passaporti e un caporale ha cercato di abusare di mia sorella. Poi ho capito che i nostri capi erano intenzionati ad avviarci alla prostituzione.

In che modo siete riuscite a liberarvi?

Non lontano dal nostro casolare c’era un’abitazione dove ogni weekend venivano due anziani, marito e moglie. Una sera abbiamo preso coraggio e ci siamo precipitate a chiedere aiuto. Avevo un vocabolario italiano tascabile, che mi ha letteralmente salvato la vita. Qualche gesto e poche parole sono bastati: loro avevano paura, ma ci hanno aiutate nascondendoci in un rifugio per una settimana e trovandoci un lavoro a Foggia. Quella coppia è stata la nostra salvezza. Intanto il nostro caporale era fuggito, indagato per sfruttamento e tratta.

Perché ha deciso di rimanere in Puglia?

All’inizio volevo andarmene via, poi ho pensato di restare in Italia per aiutare le migliaia di braccianti schiavizzati. Ho studiato e ho fatto tanti lavori. Nel 2007 ho seguito un corso di formazione per l’inserimento di persone svantaggiate e un tirocinio alla Cgil. L’Ufficio immigrazione del sindacato non esisteva formalmente e mi è stato proposto di occuparmene.

Ora è segretario provinciale a Foggia della Flai Cgil, che tutela i lavoratori agricoli e dell’industria di trasformazione alimentare. In cosa consiste il suo lavoro? C

on altre associazioni e grazie ai progetti “Non solo braccia” e “Sindacato di strada”, giro per le campagne, incontro i braccianti, mi occupo della burocrazia, del sostegno legale, delle domande di disoccupazione. Il fatto di essere straniera mi aiuta tantissimo, i migranti si fidano perché ho vissuto la loro stessa situazione. Negli ultimi due anni ho incontrate più di 3.000 persone. Siamo diventati una rete, punto di riferimento.

Qual è la situazione nei campi?

I braccianti sul posto di lavoro non osano parlare per paura di ritorsioni. Quando li guardo, mi sembra di rivedere me stessa tanti anni fa. Li incontro lontano dagli occhi dei datori di lavoro, che spesso ci cacciano via. Le condizioni sono difficili anche per le tensioni razziali, ci sono state delle aggressioni. L’unico modo per combattere il caporalato è portare informazione. I lavoratori sfruttati per 3,50 euro all’ora spesso non conoscono bene la lingua, non sanno di avere dei diritti.

Oggi si è costruita una nuova vita.

Nel giro di pochi anni sono venute a vivere qui anche mia madre e le mie 2 sorelle. Io mi sono sposata e ho 3 figli. Ogni estate andiamo qualche settimana in Polonia per stare un po’ coi nonni e non perdere i contatti con la mia terra d’origine.

Ai suoi figli ha raccontato la sua storia?

A volte porto le due più grandi in giro con me, per mostrare come lavoro. Devono rendersi conto che nel mondo esistono anche queste brutture. Vorrei far trovare loro un futuro migliore. Sono orgogliose di quello che faccio, sentirglielo dire mi dà già tanta speranza.

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