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Mamme carcerate: come crescono i bambini dietro le sbarre?

di Sara Scheggia
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Dopo il caso di Martina Levato, la condizione delle mamme detenute e dei loro figli balza in primo piano. E noi indaghiamo. Qui, volontari e operatori carcerari raccontano storie ed emozioni dei 40 piccoli che vivono in strutture e nidi molto speciali

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Dopo il caso di Martina Levato, la condizione delle mamme detenute e dei loro figli balza in primo piano. E noi indaghiamo. Qui, volontari e operatori carcerari raccontano storie ed emozioni dei 40 piccoli che vivono in strutture e nidi molto speciali

«Voglio che la mamma mi dica la verità e non le bugie. Non mi piaceva quando me le diceva, perché lo sapevo che erano bugie». Lo chiede uno dei bambini che ricorda come veniva “ingannato” dalla madre detenuta, preoccupata di non fargli capire la sua reale condizione. Questo è uno dei gridi d’aiuto raccolti da un gruppo di lavoro coordinato dall’associazione Bambinisenzasbarre, che dal 2002 si occupa di minori con genitori in prigione e che sta stilando una “Carta dei bisogni” dei circa 40 piccoli che stanno crescendo in carcere. Proprio su di loro ci interroghiamo da giorni, in attesa di sapere quale decisione definitiva verrà presa per il figlio di Martina Levato e Alexander Boettcher, la coppia condannata a 14 anni per aver sfigurato con l’acido un ex compagno di scuola.

Il compleanno non è una festa
«Ho un ricordo indelebile: il momento della separazione di un bimbo dalla sua mamma. Lei doveva restare in carcere ancora un anno. Lui ne aveva appena compiuti 3 e non poteva più rimanere. Il tempo di spegnere le candeline, preparare le sue cosine e salutare la madre, con cui aveva vissuto in simbiosi per tanti mesi quando c’era ancora il Nido del carcere San Vittore a Milano» racconta Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre. «Era disperato e io non dimenticherò mai il suo dolore. Fu affidato alla nonna, nei mesi successivi tornò a trovare la mamma, ma un colloquio ogni tanto non è la stessa cosa. Anche le maestre andavano a far visita a quella donna portandole i disegni del figlio. Tutti, quindi, cercarono di non spezzare questo legame» prosegue Lia Sacerdote. Fino a poco tempo fa, i piccoli oltre i 3 anni non potevano rimanere nelle carceri non attrezzate adeguatamente. Una legge del 2011 entrata in vigore l’anno scorso sta provando a evitare questi traumatici distacchi, permettendo ai bimbi di stare con le madri detenute fino ai 6 anni. A condizione che vivano in un Icam, l’istituto a custodia attenuata, più a misura di bambino (vedi box in fondo all'articolo).

Le gite sono una gioia breve
«Il sabato i bambini si svegliano prima del solito: è il giorno in cui i volontari li portano fuori. Loro lo sanno e li aspettano eccitatissimi» confidano le mamme detenute nel carcere femminile di Rebibbia, a Roma, la cui sezione Nido è considerata un modello nazionale. Si trova in un’area distaccata, ricavata da un vecchio chiostro: due grandi camerate, una sala comune in cui giocare e guardare la tv, tanti disegni alle pareti e un giardino con lo scivolo. Oggi ospita 8 donne, con altrettanti figli, tutti sotto i 3 anni. Che, oltre ad andare all’asilo “fuori”, il sabato escono per scorrazzare all’aperto. «Organizziamo uscite di gruppo, con quelli oltre l’anno di età: prima sarebbero troppo piccoli. Quest’estate siamo andati in piscina, in campagna e a visitare fattorie. Li facciamo divertire» dice Francesca Cusumano, una delle volontarie dell’associazione A Roma Insieme, attiva con tanti progetti a Rebibbia. Francesca qualche giorno fa si è stupita di come uno di questi bimbetti in piscina mimasse già i movimenti del nuoto. «Quando gli ho chiesto chi glielo avesse insegnato, mi ha risposto sorridendo: “Nonno Nanni”. Tutti i bimbi stravedono per lui». Nonno Nanni è il modo affettuoso con cui è conosciuto Giovanni Giustiniani: un pensionato che dedica i suoi sabati ai nipoti “acquisiti”, ospiti del Nido. «Le mamme nuove arrivate sono un po’ diffidenti nel far uscire i figli con noi. Poi le altre le convincono e capiscono che per i bambini è una bella opportunità» dice Giovanni. «Quando salgono sul pulmino, i piccoli sono timidi e silenziosi. Presto, però, si entusiasmano e, quando li riportiamo indietro, quasi non vogliono rientrare. Cerco di regalare loro serenità perché è triste scoprire che molti di loro non sopportano le cose aperte e vogliono sempre chiudere armadi e cassetti: sono abituati a vivere in spazi ristretti e a vedere, la sera alle 20, le porte blindate delle stanze chiudersi».

I poliziotti diventano compagni di gioco
«Qui non ci sono sbarre alle finestre. Noi agenti siamo in borghese, senza divisa: così i bambini non hanno la sensazione di essere vigilati» osserva Stefano Saraceni, coordinatore della sicurezza all’Icam di Milano. «Le mamme dormono con accanto i lettini dei bimbi e c’è una cucina comune, aree con giocattoli e tavolini bassi. Collaboriamo con gli educatori. Se loro non ci sono, per esempio la domenica, diamo supporto alle detenute. Ma lo sforzo maggiore è rendere le giornate divertenti per i bambini. Mi chiamano per nome e mi fanno tenerezza quando qualcuno mi saluta dicendo “Ciao, capo”. Passiamo tante ore insieme e alla fine è inevitabile affezionarsi».

 

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