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Dietro Cogne si nascondono le paure remote delle donne

di Maurizio Dalla Palma
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Da cinque anni Annamaria Franzoni, condannata in appello per l'omicidio del figlio, divide l'Italia in colpevolisti e innocentisti

Da cinque anni Annamaria Franzoni, condannata in appello per l'omicidio del figlio, divide l'Italia in colpevolisti e innocentisti

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Lo ricorderemo a lungo, lo sguardo indefinibile di Annamaria Franzoni. Lo ricorderanno soprattutto le donne, dice Vittorino Andreoli. Secondo il famoso psichiatra le paure remote delle mamme si sono riflesse negli occhi della madre di Cogne. Abissi dell'animo tutti da approfondire, ora che la vicenda giudiziaria è vicina alla conclusione. Il 27 aprile la Corte d'assise d'appello di Torino ha confermato la condanna della Franzoni, riducendole la pena da 30 a 16 anni. È stata lei, per i giurati, a uccidere il figlio Samuele il 30 gennaio 2002.
La donna, hanno detto i giudici, al momento dell'assassinio era capace di intendere e di volere. Andreoli prende spunto dalla sentenza per commentare lo straordinario interesse suscitato dal caso, che per cinque anni ha riempito i giornali e garantito ascolti da record alle trasmissioni tv (4 milioni di telespettatori complessivamente per Porta a Porta e Matrix il 30 aprile). «Un'odissea mediatica che non nasce da curiosità morbosa o da voyeurismo, ma che è stata una forma di terapia collettiva» dice.

Cosa ha provato quando ha saputo della condanna?

«Quel che da sempre provo per Annamaria Franzoni: la voglia di curarla. Forse ha solo bisogno di aiuto. Peccato che non abbia accettato una vera perizia psichiatrica per dimostrarlo».

La sentenza dice che la mamma di Cogne ha ucciso il figlio. Ed era capace di intendere e di volere.

«Dunque la Franzoni racconta bugie? Non ci credo. Non esiste un solo caso di infanticidio in cui una mamma sia riuscita a tenersi tutto dentro. Prima o poi crolla e racconta la verità».

Secondo i giudici, la Franzoni, al momento del delitto, soffriva di uno stato d'ansia su base isterica.

«Proprio per questo è strano che l'abbiano condannata. L'isteria è un disturbo della personalità che, se accertato, dovrebbe portare al riconoscimento dell'infermità mentale».

Al di là degli sviluppi giudiziari, questa storia finisce qui?

«Proprio no. Mi dispiace per i giornalisti, ma l’interesse per la vicenda non è stato provocato dal circo mediatico. C'è qualcosa di più profondo. Che rimane».

Che cosa?

«La gente, anzi le donne, sono state calamitate da un sentimento di inquietudine e di paura. Paura che la mamma di Cogne non sia pazza. Che abbia agito lucidamente».

Le italiane si sono identificate nella mamma di Samuele?

«Sì. Hanno visto Annamaria Franzoni, una donna bella, benestante, con due bambini e una casa fantastica. L'ideale della madre italiana. E si sono dette: se lei ha ucciso il figlio, allora potrebbe succedere anche a me. Un pensiero che ti toglie il sonno».

C'è chi pensa che il caso sia stato amplificato da mille trasmissioni tv.

«No, c'era da aspettarselo. Gli italiani hanno scelto la vicenda come schermo su cui proiettare i loro peggiori incubi. Per buttarli fuori da sé e dalle loro case. Per tenerli lontani».

L'abbiamo trasformata in uno spettacolo: siamo diventati cinici?

«Al contrario. Il coinvolgimento è stato una forma di terapia collettiva».

Da che cosa dovevamo guarire?

«Cogne è stato un delitto contro la nostra cultura. Il vero eroe della famiglia italiana è la madre. Lei allatta il figlio, fa sacrifici, rinuncia a se stessa. Nei Paesi nordici l'eroismo materno non esiste: faticherebbero a capire il nostro interesse per Cogne».

Basta questo per creare tanto interesse, tanta partecipazione?

«Non solo. Cogne ci ha fatto intuire che la crisi del rapporto tra madre e figlio, oggi, non è immaginaria ma reale. C'è il timore che le donne non possano più avere figli. O che non li vogliano».

Cosa glielo fa pensare?

«Non si parla più delle madri che danno amore al proprio figlio. C'è il rischio che questo caposaldo, un po' mitico, sia in declino. Se vuoi essere un'imprenditrice di successo o fare politica devi rinunciare ai bambini. Ma poi esplode il conflitto interiore».

Riemerge il desiderio di maternità?

«Sì. Le donne, quando arrivano ai 35 anni, si sentono angosciate per il tempo che passa, vanno in crisi, magari fanno un figlio con un uomo conosciuto da poco. E altre, che non hanno figli di carne, creano figli immaginari: si legano in modo esagerato ai nipotini o ai bambini delle vicine di casa».

È un discorso pericoloso: potrebbe allontanare le donne dal lavoro.

«Constato un fatto: le donne che lavorano stanno male. Un po' perché non hanno diritti. Un po' perché si confrontano con il mito della madre eroica. Le donne devono essere aiutate di più».

Tutto questo emerge dalla vicenda del piccolo Samuele?

«Sì, ci sono delitti che segnano un'epoca, perché portano all’estremo il vissuto e rivelano i contrasti nascosti. Il dramma di Cogne ci dice che la madre non vive più per il figlio».

Facciamo altri esempi. Ha fatto clamore, nei mesi scorsi, la strage di Erba: è una vicenda emblematica?

«Sì, la coppia di vicini di casa che uccide una mamma, suo figlio e altre due persone, è il dramma della proprietà. Guai a chi invade il “mio”, fosse anche solo con rumori molesti».

In questi giorni è uscito per la prima volta dal carcere Pietro Maso, il giovane che nel 1991 ha ucciso i genitori.

«Maso voleva mettere le mani sui soldi del padre. Ci ha fatto vedere che la ricchezza conta più del rapporto con i genitori. Sono passati 15 anni e se ne parla ancora: un destino che accomunerà anche Annamaria Franzoni».

Sulla mamma di Cogne è stata detta l'ultima parola?

«No. Ma l'avvocato dovrebbe cambiare strategia. Bisogna cercare la verità dentro la madre».

Cosa consiglierebbe?

«Dovrebbe far sottoporre Annamaria Franzoni a una perizia psichiatrica. E valutare se soffre di un disturbo isterico. Poi, con i risultati, dovrebbe chiedere alla Cassazione di riaprire il processo».

È un augurio?

«Dico solo che la sentenza lascia troppi dubbi. E non va bene».

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