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Da medico dico: non è giusto vietare il velo in ospedale

di Alessandra Graziottin
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In Lombardia  dal 2016 non potranno entrare negli ospedali e negli uffici pubblici le  donne che indossano il velo islamico che copre il volto. Abbiamo  chiesto il parere di una famosa ginecologa

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In Lombardia  dal 2016 non potranno entrare negli ospedali e negli uffici pubblici le  donne che indossano il velo islamico che copre il volto. Abbiamo  chiesto il parere di una famosa ginecologa

Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia dell'Ospedale San Raffaele Resnati di Milano

«La prima cosa da chiedersi è: perché il divieto proprio in ospedale? Io credo che la motivazione principale sia da ricercare nel fatto che un luogo di cura dovrebbe prescindere dalle appartenenze. L’ospedale è un luogo dove le persone sono trattate tutte allo stesso modo, e pertanto i segnali di differenziazione devono essere ridotti al minimo. È quello che viene già chiesto a tutti i pazienti, che siano oncologici, pneoumologici o psichiatrici: entrando in ospedale ci spogliamo degli orpelli del rango o della provenienza. Alla base c’è un denominatore comune di rispetto della persona indipendentemente da connotazioni razziali o religiose. Questo non vale solo per i pazienti: l’abbigliamento nei nostri ospedali è comune anche per medici e paramedici e per gli operatori della salute a qualsiasi livello, di qualsiasi religione, colore o sesso. Ugualmente se mi reco negli Stati Unti, indosso lo stesso abbigliamento dei miei colleghi, non qualcosa che mi connoti come italiana, cattolica o laica».

«La seconda domanda da farsi è: come viene vissuto questo provvedimento oggi? Se fosse arrivato 10 anni fa, lo avrei considerato favorevolmente perché a mio parere crea un’attenzione democratica sulla persona, che ne valorizza l’uguaglianza. L’atteggiamento positivo con cui si pone il medico occidentale nei confronti delle donne di altre religioni, poi, può fare la differenza. Oggi invece non si può non considerarne l’aspetto simbolico: prestiamo maggiore attenzione ai confini, delle nazioni, delle case, del corpo. Stiamo riconsiderando che esiste una territorialità dei luoghi e delle persone. Ma li stiamo ridisegnando per qualcosa o contro qualcosa e qualcuno? Lo stesso velo, da elemento di riservatezza, è diventato per noi elemento di inquietudine, dietro a cui non vediamo più solo pudore ma anche minaccia fisica per noi stessi e la nostra comunità. Vietare il velo integrale in questo preciso momento storico dà una sensazione punitiva più che di equiparazione dei pazienti e di rispetto della territorialità del luogo di cura. Può addirittura essere vissuto come un abuso e percepito come un atto persecutorio. La motivazione buona, ovvero “mettiamoci tutti in modo trasparente di fronte al dolore nei confini dell’ospedale”, oggi suona come misura repressiva, io “ti impongo” di svelarti. E questo è pericoloso perché rischiamo di creare muri terribili».

(testimonianza raccolta da Natascia Gargano)

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