del

Dopo il clamoroso doping di Schwazer

Vota la ricetta!

Un caffè con Donna Moderna

C’è qualcosa che riguarda anche molti di noi, nelle parole e nelle lacrime di Alex Schwazer, il marciatore italiano estromesso il 6 agosto dalle Olimpiadi di Londra perché trovato positivo all’Epo, una sostanza dopante. La confessione pubblica dell’atleta altoatesino, che nella precedente edizione dei Giochi aveva vinto la gara dei 50 chilometri con un’impresa da grande campione, ha aperto uno squarcio su quel mix di ambizione e fragilità che spinge milioni di persone normali a cercare rifugio in sostanze chimiche di varia natura. Nell’aiutino per affrontare prove grandi e piccole. Non c’è solo il doping, a cui farebbero ricorso almeno 300mila atleti: 4 milioni di sportivi “della domenica” ci danno dentro con integratori e vitamine. Riascoltando le parole di Schwazer con  lo psichiatra e psicoterapeuta Raffaele Morelli abbiamo capito che il problema riguarda anche il boom degli antidepressivi, il cui consumo è raddoppiato in dieci anni, l’abuso di psicofarmaci senza prescrizione da parte del 6 per cento degli studenti, il dilagare del Viagra tra uomini di tutte le età, compresi quelli che non ne avrebbero alcun motivo medico. È una realtà. Tanti, troppi, sono diventati schiavi dell’“aiutino”.
Professore, cosa ci insegna la confessione di Schwazer?
«Il campione italiano di marcia è un uomo fragile: è stato investito di un personaggio più grande, quello dell’atleta sempre vincente, a cui si è dovuto adattare andando contro la propria natura. Il successo può imbrigliarti, soffocarti, travolgerti. Uno non ce la fa a star dietro a quel “vampiro” che ti costringe a essere sempre il più bravo. Non ce la fa a reggere il personaggio vincente e per mantenerlo vivo cerca una scorciatoia: ecco il doping, ecco l’Epo. Schwazer sperava di essere scoperto, per tornare a una vita normale. Però la confessione pubblica io non l’avrei fatta. È un passo indietro».
Perché è sbagliata la confessione in tv?
«Nasce dall’idea che se mi pento pubblicamente gli altri mi perdoneranno e io mi sentirò più buono. È adolescenziale. No, quell’errore l’hai fatto tu, riguarda te, nessuno ti può assolvere. Liberati dagli altri, dal bisogno di un applauso, che poi è la causa del tuo problema con il doping. Bisogna riconoscere il male, dire che è parte di noi. Gli uomini grandi fanno così. Per Schwazer la frase magica è: io sono il campione che vince e quello che si dopa, la luce e l’ombra, l’una e l’altra. Non mi sono iniettato l’Epo perché costretto da altri, ma a causa di questa smania di successo che vuole la vittoria a tutti i costi. Il cambiamento inizia da questa constatazione. Invece il tentativo di eliminare il male, di essere perdonati dagli altri, ci rende superficiali e infantili».
Oggi sono tantissimi quelli che ricorrono all’aiutino per raggiungere il successo lavorativo, con stimolanti e antidepressivi. Commettono lo stesso errore di Schwazer?
«Certo. Bisogna intenderci bene su questa cosa: non si fa carriera per essere felici. La gioia del successo e dei soldi dura un attimo. La felicità viene da uno stato interiore in cui segui la tua vera natura e fai qualcosa che ti piace. Nella vita conta quello che sai fare senza averlo imparato, anche se poi impari a farlo meglio. Dobbiamo prendere come modello un bambino di cinque anni quando gioca. Guardiamolo: è fuori dal tempo. Non pensa a se stesso, si diverte, non mangia, si abbandona al desiderio fino a essere esausto. La felicità nasce dal recuperare questa dimensione senza tempo. Dall’abbandonarsi a uno stato che non ha pensieri, obiettivi, programmi. Ma solo desiderio. La felicità non è il risultato di un progetto».
Il doping è un errore in cui cadono molti, se è vero che in Italia 300, 400mila atleti dilettanti usano sostanze illecite per migliorare le prestazioni.
«Se guardiamo nelle palestre troviamo questi giovani con toraci enormi. Cosa sono quei corpi scolpiti? Un modello imposto da altri, gabbie di muscoli e ossa dove nascondere l’insicurezza. Ma quale donna starà con te perché hai grandi pettorali? Solo una demente».
Però l’uomo palestrato riscuote successo.
«Più assecondiamo questo modello, più diventiamo depressi. Più andiamo in palestra, più usiamo sostanze, più siamo insoddisfatti. Se ti adegui a questo modello imposto da altri, se accetti di farti addomesticare come il gatto di famiglia, allora non sei più un essere umano, hai perso l’orientamento. Se il modello è il torace nerboruto, o l’impresa ciclistica, o il successo nell’atletica, io mi riempirò di sostanze. Ma noi non siamo solo muscoli. Se fosse così, andrebbe bene doparsi. Noi conseguiamo risultati perché abbiamo passione, desiderio, creatività. Cose che nessun aiutino ti può dare. Perché queste qualità si esprimano, bisogna liberarsi dalle imposizioni esterne».
E cosa dire degli studenti, e sono molti, che prima degli esami prendono caffeina, energy drink, sostanze eccitanti o calmanti?
«A questi ragazzi direi che chi non accetta il rischio della sconfitta diventa un robot. D’accordo, se l’aiutino è un caffè in più, ci sta. Se è anfetamine, non va bene, perché ti abitui all’idea che la sostanza la sa più lunga di te. Non è vero. Sei tu che sai cosa sei e cosa vuoi. I giovani poi subiscono la pressione e le aspettative esagerate dei genitori. La loro ansia che non lascia spazio alla crescita attraverso i tentativi e gli errori. Ci siamo chiesti perché gli adolescenti bevono tanto? Per raggiungere quell’euforia che rompe la gabbia in cui vengono rinchiusi. Peccato che l’alcol poi presenti un conto salato».
Il tenore peruviano Juan Flórez, star dell’opera, dice che anche lui, come molti cantanti, ha usato “medicine” per l’ansia da prestazione. E chissà quante altre persone sul posto di lavoro.
«Cocaina, eccitanti e ansiolitici sono stampelle che ti metti da solo. C’è l’idea che il successo abbia un prezzo. Non è vero. Il successo è figlio della naturalezza. E della disciplina che la naturalezza richiede. Non è sforzo, imposizione, sacrificio».
Anche chi non ha smanie di successo può soffrire d’ansia e prendere sonniferi.
«Se non dormi la notte non è per il motivo che pensi tu: un appuntamento importante, un esame, un compito difficile. No, è che non stai ascoltando la tua “signora interiore” che ti vuole far svolgere quello che è giusto per te, quel che ti viene naturale, i tuoi talenti. È questa la fonte della felicità, un elemento sacro che è presente in ogni istante della vita quando tu ti distacchi da quella identità che hai costruito per gli altri. La nostra cultura è troppo concentrata sulle richieste dall’esterno».
Un aiutino di cui si servono anche uomini giovani è il Viagra.
«Per stare bene non devi avere in mente la performance. L’eccitazione è una cosa naturale, non deve venire da una sostanza. Altrimenti ci si deve chiedere perché si sta insieme. A ogni donna dico: se uno vuole fare l’amore con te e prende il Viagra, è evidente che non gli interessi».
Stesso discorso per gli antidepressivi?
«Certo. Con gli antidepressivi l’effetto è contrario a quello desiderato: tutti gli aiuti esterni limitano la capacità del cervello di trovare soluzioni. Se la smetti di dirti cosa vuoi diventare, la tua mente troverà una via d’uscita. Gli aiuti esterni indeboliscono».
Ma viviamo in un mondo sempre più competitivo: non siamo forse costretti a lottare?
«No, ci sono stati secoli ben più competitivi del nostro. Ma siamo travolti dalla richiesta di essere efficienti e perfetti. Invece ognuno ha la sua strada e la può percorrere. Per farlo deve avere la mente sgombra. Bisogna chiedersi: “Quel che sto facendo è mio o mi è stato imposto?”. Avevo in cura un campione di arti marziali che soffriva di attacchi di panico. A cosa gli serviva eccellere nella durezza se in realtà desiderava tenerezza, dialogo, comprensione? Viviamo per gli altri. Consiglio a tutti di trovare mezz’ora al giorno di solitudine. Restate in silenzio, non ditevi niente. Lasciate affiorare immagini, emozioni, la vostra natura. L’anima ha la soluzione di tutti i problemi. Il vuoto è l’antidoto al doping».
Dobbiamo arrenderci all’ansia, al disagio?
«L’ansia non è sbagliata. È un dio che arriva quando è il momento di cambiare. Volevamo essere perfetti in tutto, nel modo di parlare, nel vestire, nell’amore, e arriva l’ansia a spazzare via ogni cosa. I disturbi psichici sono delle fortune, se li accogli. Diventando tristi ci si libera di un modo di essere sbagliato. Ma la depressione ha bisogno di tempo per farci capire di cosa abbiamo bisogno. L’aiutino mette a tacere la voce interiore e ci imprigiona nell’errore, togliendoci la possibilità di capire».

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna