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L’assegno di divorzio va pagato anche se il matrimonio dura poco

di Lorenza Pleuteri
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L'assegno di divorzio va versato all'ex moglie anche se il matrimonio è finito in fretta. Lo stabilisce una sentenza recente, per cui la durata della relazione incide sulla determinazione della somma da corrispondere, ma non cancella il diritto di tutela economica del partner più debole

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L'assegno di divorzio va versato all'ex moglie anche se il matrimonio è finito in fretta. Lo stabilisce una sentenza recente, per cui la durata della relazione incide sulla determinazione della somma da corrispondere, ma non cancella il diritto di tutela economica del partner più debole

L'assegno di divorzio va versato all'ex moglie anche se il matrimonio è finito in fretta, andando in pezzi dopo una breve convivenza. Sembra una cosa scontata, invece non lo è. E per ribadire il principio c'è voluta la Cassazione. La durata della relazione – hanno stabilito i giudici - incide sulla determinazione della somma da corrispondere, però non cancella il diritto di tutela economica del partner più debole.

Il caso concreto sul quale si è pronunciata la suprema Corta riguarda una coppia scoppiata emiliana. La donna ha chiesto l'assegno di divorzio (il contributo che si può ottenere dall'ex coniuge quando viene sciolto il vincolo coniugale), ma il Tribunale di Modena ha detto no. La ragione? La brevissima durata della convivenza nuziale, tre mesi secondo l'ex marito, quindici mesi a detta di lei. La Corte d'appello di Bologna, in sede di ricorso, ha confermato la decisione dei giudici di primo grado: niente assegno post divorzio, a causa del matrimonio-lampo.

La signora però non si è arresa. Si è rivolta alla Cassazione civile, ottenendo un pronunciamento favorevole e la possibilità di avere un nuovo processo e una decisione positiva. Riesaminando la situazione, si dovrà tenere conto di un principio ritenuto fondamentale: "La durata del matrimonio influisce sulla determinazione della misura dell’assegno – salvo casi eccezionali in cui non si sia verificata alcuna comunione materiale e spirituale tra i coniugi –  ma non anche sul riconoscimento dell‘assegno".

La prima cosa da verificare è che la partner richiedente abbia diritto a un aiuto in soldi, in relazione ai mezzi di cui dispone, raffrontati al tenore di vita avuto prima del matrimonio e a quello ipotizzabile se la relazione fosse continuata. L'ammontare della cifra sarà poi personalizzato dai giudici tenendo conto delle condizioni economiche e del reddito degli ex sposi, del contributo dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio personale e comune e dei motivi della rottura, tutti elementi da valutare in proporzione alla durata della relazione. L'ex marito della storia emiliana dispone di entrate elevatissime, oltre 18.000 euro mensili. La ex moglie guadagna 1.300 euro. Durante la fase di separazione,  causata dal comportamento del marito e consensuale, lei si era vista riconoscere 593 euro al mese come assegno di mantenimento (il contributo economico assegnato al partner più debole, e non in colpa, prima della sentenza di divorzio).

"Non posso che esprimere il mio plauso per questa importante pronuncia - commenta Katia Lanosa, presidente dell'Associazione avvocati matrimonialisti dell'Emilia Romagna e esperta di diritto di famiglia - e lo faccio sia come avvocato, sia come giurista chiamata ad individuare strumenti di garanzia per i soggetti più deboli delle crisi familiari. La tutela del coniuge meno forte, che nella stragrande maggioranza dei casi è la donna, non può essere parametrata solo alla durata delle nozze. Diversamente - spiega la specialista - si assisterebbe a una rottura dei vincoli coniugali a costo zero, che non terrebbe conto del dovere di assistenza materiale e morale discendente dal matrimonio né degli obblighi che ci si assume quando si dichiara per sempre".

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