del

Come può un ex omicida fare il professore?

di Laura Badaracchi
Vota la ricetta!

Dopo le polemiche, la rinuncia. Giovanni Scattone, dopo aver scontato una condanna a 5 anni e 4 mesi per l'omicidio della studentessa Marta Russo, decide di non accettare la cattedra in un istituto di Roma. Ma se avesse voluto, avrebbe potuto insegnare. Com'è possibile? Risponde un giudice della Corte di Cassazione

Un caffè con Donna Moderna

Dopo le polemiche, la rinuncia. Giovanni Scattone, dopo aver scontato una condanna a 5 anni e 4 mesi per l'omicidio della studentessa Marta Russo, decide di non accettare la cattedra in un istituto di Roma. Ma se avesse voluto, avrebbe potuto insegnare. Com'è possibile? Risponde un giudice della Corte di Cassazione

Il 47enne Giovanni Scattone ha rinunciato alla cattedra di ruolo in Storia della filosofia, Psicologia e Scienza dell’educazione all’Istituto professionale “Luigi Einaudi”. Dopo un decennio di supplenze, sarebbe stato assunto come docente a tempo indeterminato, ma ha deciso di declinare l’opportunità dichiarandosi «non sereno». Molte infatti sono state le polemiche riguardo questo incarico definitivo, che arriva dopo che Scattone ha scontato la condanna a 5 anni e 4 mesi per l’omicidio colposo della studentessa Marta Russo il 9 maggio 1997 all’Università di Roma “La Sapienza”.

Nei giorni scorsi si respiravano tensione e sconcerto per la notizia della docenza stabile. Innanzitutto nella famiglia della vittima: Aureliana Russo, la madre di Marta, ammette che «Scattone si deve rifare una vita, nessuno glielo nega. Ma per insegnare ci vogliono doti morali: lui le ha perse quando ha ucciso Marta. Non può andare da un’aula di tribunale in un’aula scolastica. Dovrebbe fare un altro lavoro: che esempio può dare ai ragazzi?». Nel frattempo, lei e il marito Donato continueranno a promuovere nelle scuole la donazione degli organi, attraverso l’Associazione Marta Russo: «Agli studenti non abbiamo mai parlato della vicenda giudiziaria, solo di valori e solidarietà in cui nostra figlia credeva. Come quello di donare i suoi organi».

Sul caso di Scattone l’opinione pubblica sembra divisa: il sospetto nei suoi confronti genera un corto circuito emotivo, nonostante la pena scontata. Secondo il magistrato Massimo Ferro, giudice della Corte di Cassazione, la gente «fatica a comprendere la concezione “retributiva” della pena, che ha la finalità di reinserire nella società la persona condannata; quindi il “pagamento” di questa “retribuzione” esaurisce il debito di colui che ha pagato. Invece i media tornano continuamente al momento in cui è stato commesso il delitto, come se il processo non fosse stato celebrato e la pena espiata, incentivando così le fazioni degli innocentisti e dei colpevolisti». Esiste dunque «uno scollamento tra giustizia formale e memoria collettiva: il web annulla l’oblio di chi ha pagato il suo debito con la giustizia e ha il diritto di rifarsi una vita», osserva il magistrato. E puntualizza: «Non posso entrare nel merito della decisione presa su Giovanni Scattone dalla Corte di Cassazione di revocargli l’interdizione dai pubblici uffici. Ma se accettiamo un soggetto terzo che giudica e condanna il fatto, dobbiamo anche accettare che la sua decisione sia corretta, cioè la verità giudiziaria».

Concorda il professor Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo: «I giudizi non possono essere fondati sull’emotività. È chiaro che l’opinione dei parenti delle vittime sia screziata dal dolore, dalla richiesta di risarcimento. Ma le leggi sono fatte apposta per valutare con equilibrio i fatti, altrimenti saremmo nel far west. La pena ha lo scopo di riabilitare il condannato».

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna