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L’arresto di Bernardo Provenzano

di Stella Pende
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Il Padrino era potente e, dicono, ricchissimo.  Però viveva solo in un tugurio. Mangiava cibo coi vermi. Perché la mafia è orrore e solitudine. Per tutti. Anche per il boss dei boss

Il Padrino era potente e, dicono, ricchissimo.  Però viveva solo in un tugurio. Mangiava cibo coi vermi. Perché la mafia è orrore e solitudine. Per tutti. Anche per il boss dei boss

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Aveva una sciarpa addosso quando l’hanno trovato, Bernardo Provenzano. Gliel’aveva regalata la moglie. Non ha voluto lasciarla nemmeno quando, nella questura di Palermo, ha chiesto di andare in bagno. La “belva di Corleone”, “il burattinaio di tutte le mafie”: così e di più l’hanno chiamato giustamente giornalisti e cittadini. Il boss dei boss è stato scovato e arrestato dopo 43 anni di ricerche inutili. La sua irriducibile latitanza, l’invisibilità, il mistero della sua vita ne hanno fatto un orco immortale, hanno tramandato il suo potere come immenso. “Aveva un patrimonio di 600 milioni di euro”, dicono.

Forse hanno anche gonfiato la paura e la leggenda. Un film lontano dalla vita. Provenzano stava in un fetido casolare, freddo, primitivo, con le finestre foderate di plastica nera. Sul fuoco foglie di bieta. «Non buttava mai nulla, riusciva a mangiare anche cibo condito con vermi» ha raccontato un pentito. Batteva con una vecchia macchina Olivetti, ziu Bennu. “Carissima, amore mio.” stava scrivendo prima della cattura. La solita lettera che tutti i giorni sarebbe arrivata a sua moglie, che senza volere lo ha fatto scoprire mandandogli un pacco di biancheria pulita. Ziu Bennu era celebre per la sua durezza, per l’astuzia e per l’avidità spietata.

Ha diretto le fila e gli orrori di Cosa Nostra per decenni. Sono stata a Corleone a raccontare quella terra che ha inventato e visto nascere la mafia. Ho visto la casa di Provenzano, umile e fredda anche quella. La mafia si respirava nelle facce dei vecchi seduti al caffè e negli sguardi sospettosi della gente. Nel silenzio. Ma Corleone mi era sembrato anche un presepe ghiacciato dello Stato nello Stato. Un luogo dove l’unica cosa viva davvero fosse la guerra e lo schifo per Cosa Nostra. Giovani e adulti si impegnavano in manifestazioni e in dichiarazioni contro di lei. Certo, in quel paese ha ancora molte complicità. L’aiuto a Provenzano lo dimostra. Ma io credo, come spiegano peraltro esperti e professori, che il cuore di Cosa Nostra si sia spostato, non può essere rimasto chiuso solo a Corleone.

Giudici e tutti ci dicono che Provenzano fosse ancora il leader indiscusso. Ma una domanda mi deve essere concessa. Più di una. Era ziu Biennu ancora in piena attività? E poi, guardiamo la sua vita. Perché un vecchio solo, almeno sembrava tale, rimane a ruminare bieta come un topo in un tugurio se è miliardario? È la legge della mafia, mi rispondono. Arriva il prossimo interrogativo: perché non è scappato in Venezuela con la famiglia già anni fa? «L’uomo della prigione e della pena non è mai quello del delitto» diceva Nicolò Amato, una volta direttore delle carceri italiane. Intendendo che gli uomini in galera, o sottoposti a una carcerazione psicologica, cambiano e molte volte riescono ad affondare nella propria coscienza. Provenzano era in “galera” da molti anni ormai. I suoi milioni di euro gli sono serviti poco, a quanto pare. C’è da sperare che la sua vita, la sua storia e la sua solitudine faccia capire ai suoi giovani discepoli che la mafia è orrore, è dolore, è isolamento. Per tutti. Vittime e carnefici compresi.

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