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La riforma: le novità principali

di Bianca Notari
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Il primo gennaio di quest'anno è stata varata, con un anno di anticipo sul previsto, la riforma della previdenza complementare, contenuta nel decreto legislativo 252 del 2005, e voluta dall'ex ministro del Welfare Roberto Maroni. È stata la legge Finanziaria 2007 ad anticiparla

Il primo gennaio di quest'anno è stata varata, con un anno di anticipo sul previsto, la riforma della previdenza complementare, contenuta nel decreto legislativo 252 del 2005, e voluta dall'ex ministro del Welfare Roberto Maroni. È stata la legge Finanziaria 2007 ad anticiparla

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CHE COS'È IL TFR

Il trattamento di fine rapporto (o liquidazione) è una somma, pari al 6,91 per cento della retribuzione lorda annua complessiva, che l'azienda ogni anno accantona e trattiene. La versa al dipendente alla fine del rapporto (quando dà le dimissioni, oppure al momento della pensione). In pratica, è una forma di retribuzione differita. Gli importi accantonati vengono rivalutati, ogni anno, applicando un tasso che è costituito dal 75 per cento dell'indice di inflazione Istat più l'1,5 per cento.

IN AZIENDA O AL FONDO

Fino a oggi, il Tfr veniva accumulato in azienda. Adesso, invece, il lavoratore deve decidere se continuare a lasciarlo nel posto in cui lavora o se trasferirlo alla previdenza complementare (detta anche integrativa). In questo caso, sceglierà tra un fondo pensione di categoria (per esempio, chimici e metalmeccanici ne hanno uno), un altro tipo di fondo pensione o un'assicurazione sulla vita.

E la vecchia liquidazione?

Non è toccata dalla riforma, che riguarda solo la liquidazione futura, quella maturata dal 1° gennaio 2007 in poi. Il Tfr maturato negli anni precedenti, invece, non viene toccato. Il lavoratore lo ritirerà, come sempre, alla conclusione del suo rapporto di lavoro.

PERCHÉ OCCORRE PENSARE ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Investire il Tfr in una pensione integrativa serve per integrare quella dell'Inps. E garantirsi un trattamento più elevato quando si smetterà di lavorare. I lavoratori attivi oggi, infatti, per lo più andranno in pensione con il metodo di calcolo introdotto dalla Riforma Dini del 1995. Che si basa sui contributi versati nell'arco della vita lavorativa e non più sul livello delle ultime retribuzioni. La pensione, dunque, potrebbe essere molto inferiore all'ultimo stipendio (fino a meno della metà). La previdenza complementare è il cosiddetto "secondo pilastro" del sistema pensionistico (il primo è quello pubblico).

CHI È INTERESSATO

Questa riforma riguarda tutti i dipendenti del settore privato. In tutto, oltre 11 milioni di lavoratori. Per il momento, invece, non riguarda i dipendenti pubblici. Ma, in futuro, potrebbe essere estesa anche a loro.

In quanto tempo

Il lavoratore dipendente ha tempo fino al 30 giugno 2007 (sei mesi dall'entrata in vigore della riforma) per comunicare, per iscritto, al suo datore di lavoro che cosa ha scelto di fare. Per i nuovi assunti i sei mesi decorrono dall'assunzione.

I moduli

Sono due i moduli ufficiali da compilare e restituire all'azienda (sono stati da poco varati con un decreto interministeriale). Uno è per i lavoratori assunti entro il 31 dicembre 2006. L'altro, per quelli assunti dal 1° gennaio 2007 in poi.

COME SI DEVE PROCEDERE

Il lavoratore deve comunicare al datore di lavoro la sua decisione riguardo al Tfr. Nel farlo, ha due possibilità: può decidere di destinarlo a una forma di previdenza complementare. In questo caso, la decisione è irrevocabile: una volta avvenuta, in forma esplicita o tacita (il cosiddetto silenzio-assenso), il Tfr non può più essere accumulato in azienda.

Può scegliere di lasciarlo in azienda. Questa decisione, invece, non è irrevocabile. E, in qualsiasi momento, il lavoratore può decidere di passare alla previdenza integrativa.

DOVE FINISCONO I SOLDI?

Chi sceglie di aderire a una forma di previdenza integrativa, sa che i suoi soldi andranno al fondo prescelto. Cosa succede, invece, quando si lasciano i soldi in azienda o, nel caso del silenzio-assenso, non si decide in modo esplicito? Vediamo questi due casi.

Se si lascia il Tfr in azienda

Non è sempre l'azienda a conservarlo. La legge, infatti, ha distinto tra le piccole aziende, con meno di 50 dipendenti, e quelle da 50 dipendenti in su.

Piccola azienda

Le liquidazioni non dirottate ai fondi pensione rimangono presso il datore di lavoro. Che continuerà a impiegarle, come avviene oggi, per le sue esigenze di finanziamento, in attesa di darle ai lavoratori quando andranno in pensione.

Grande azienda

Il Tfr accumulato dal 1° gennaio viene convogliato al Fondo per l'erogazione del Tfr ai dipendenti del settore privato, creato apposta e gestito dall'Inps per conto della Tesoreria dello Stato. Per il lavoratore non cambia nulla. Per le aziende, invece, sì. A loro viene a mancare una fonte di liquidità, ma continuano a gestirne i relativi adempimenti burocratici. Per esempio, sarà ancora l'azienda a versare gli anticipi sul Tfr al lavoratore che ne dovesse fare richiesta.

Se non si sceglie

Se il lavoratore non comunica all'azienda entro sei mesi che cosa vuole fare del suo Tfr, questo verrà automaticamente trasferito a una forma di previdenza complementare. Che può essere:

il fondo di categoria o aziendale stabilito da un accordo;

in presenza di più fondi, quello cui aderisce il maggior numero di lavoratori;

in mancanza di altro, il fondo speciale istituito presso l'Inps.

Chi non ha ancora scelto, 30 giorni prima che scadano i sei mesi, riceverà dal datore di lavoro le informazioni sulla forma pensionistica collettiva in cui sarà trasferito il suo Tfr. I fondi hanno linee diverse di investimento (dalla più prudente alla più rischiosa). In mancanza di una scelta, il Tfr verrà versato in un fondo a "contenuto prudenziale", cioè una linea meno remunerativa, ma che garantisce rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del Tfr.

IL CASO DEL SILENZIO-ASSENSO

Se non si esprime all'azienda una decisione, scatta automaticamente il cosiddetto silenzio-assenso. E il Tfr futuro andrà alla previdenza complementare. Con la regola del silenzio-assenso, il governo ha voluto dare un netto impulso alle pensioni integrative, che hanno ormai oltre dieci anni di vita (vennero introdotte dal decreto legislativo 124 del 21 aprile 1993).

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