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Cosa pensano le donne della lettera del marito alla Raggi

di Elisabetta Bucciarelli

Andrea Severini, marito separato del nuovo sindaco di Roma Virginia Raggi, ha pubblicato sui social una lunga lettera alla moglie. E il contenuto ha suscitato il dibattito, soprattutto tra le donne. Perché? Ecco cosa ne pensa la scrittrice Elisabetta Bucciarelli.

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Andrea Severini, marito separato del nuovo sindaco di Roma Virginia Raggi, ha pubblicato sui social una lunga lettera alla moglie. E il contenuto ha suscitato il dibattito, soprattutto tra le donne. Perché? Ecco cosa ne pensa la scrittrice Elisabetta Bucciarelli.

Virginia Raggi è da poche ore sindaco di Roma. È una donna, è un avvocato, è giovane (37 anni), ognuno metta nell’ordine che vuole questi dati biografici.

Ha portato avanti la sua campagna elettorale con determinazione, ora dovrà occuparsi dei fatti, di Roma e dei suoi cittadini. Di tutti, l’ha detto nel suo primo discorso, poche parole, chiare e precise. È al centro, in mezzo, nell’arena.

Non perché è donna sarà migliore di un uomo, ma proprio perché è donna dovrà ancora una volta essere più brava di un uomo.

C’è da scommetterlo. Mentre lei cerca di concentrarsi, i social iniziano il racconto, la Rete si stringe e si allarga intorno al suo successo.

È il suo successo fino a prova contraria, fino al momento in cui dall’ombra esce un maschio, un marito (ci sembrava fosse un ex) che dichiara molte cose, non in privato con un mazzo di rose, ma davanti a noi che ogni giorno sfogliamo le pagine della Rete.

Parla dall’intimo del suo blog, rivolgendosi a lei e alla piazza telematica. Dichiara di esserci sempre stato, ma soprattutto di esserci ancora: «Quanto tempo passato insieme a parlare di Roma? Dei gruppi d’acquisto solidale? Del movimento? Dei problemi da risolvere, delle possibili soluzioni? Quante volte ti ho detto che ti vedevo bene come sindaco e che ero sicuro che ce l’avresti fatta?».

Non mancherà di ubbidire al suo stereotipo: «Cercherò di proteggerti il più possibile anche da lontano».

Invoca un noi: «Ora tocca a noi», cerca in sostanza di riprendere il suo posto, riconquistare la sua posizione. Concede alla platea qualche brandello di sentimento: «Mi manchi da morire» giocando anche la carta della commozione.

Mi è simpatico quando attraverso un refuso disvela le sue intenzioni: «Concludo dicendoti che finora è stata dura, adesso lo sarà ancora più, ma noi non mollero mai ed è difficile vincere contro chi non molla!».

Noi non “mollero”, in realtà sarà lui a non lasciare la presa, che senza l’accento suona persino “molle”.

La scrittura, soprattutto sui social, svela di noi i lati più nascosti.

Resistere al richiamo di esibire i nostri sentimenti, a volte, è un atto rivoluzionario.

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