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Intervista al ministro Giannini, la lady (di ferro) della riforma dell’Istruzione

di Mariella Boerci
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A un mese dall’inizio delle lezioni abbiamo incontrato Stefania Giannini. «Ho subito attacchi e polemiche ma non mi fermo» dice il ministro. «I docenti saranno valutati e i migliori valorizzati: oggi serve qualità»

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A un mese dall’inizio delle lezioni abbiamo incontrato Stefania Giannini. «Ho subito attacchi e polemiche ma non mi fermo» dice il ministro. «I docenti saranno valutati e i migliori valorizzati: oggi serve qualità»

E che cosa ha imparato in questi primi 20 mesi? «A utilizzare le mie competenze tecniche senza dimenticare che ogni scelta ha una fortissima valenza politica: tutte le leggi sono passi verso un miglioramento sempre perfettibile e assumersi responsabilità dirette significa anche confrontarsi con assenso e dissenso».

Se parliamo di dissenso, attorno a lei ce n’è parecchio a causa della riforma. «Il mondo della scuola è da sempre quello che scatena le reazioni più forti. Con attacchi che talvolta, strumentalmente, diventano anche personali e fanno soffrire. È vero, all’avvio dell’anno scolastico e con i riflettori altamente puntati addosso, il dissenso c’è stato».

I toni oggi si sono abbassati ma le polemiche continuano. Sulla nostra pagina Facebook abbiamo invitato le lettrici a dire la loro sulla scuola. Abbiamo ricevuto 108 proposte. «Dica, dica pure: ne approfitto per rispondere alle domande».

“Inglese, inglese, inglese” chiede la maggioranza delle mamme. Con insegnanti di madrelingua e più di 1 ora alla settimana. «Ma la riforma rafforza l’insegnamento delle lingue introducendolo, appunto, già alle elementari. In alcuni istituti i docenti saranno madrelingua e per quanto riguarda le ore di studio ogni scuola le gestisce in autonomia. È questa la parola chiave della riforma: au-to-no-mia. Se il direttore didattico o il preside devono migliorare la competenza linguistica e in 3 anni non lo fanno, verranno valutate la loro responsabilità».

Le critiche più dure riguardano gli insegnanti. Le lettrici li definiscono poco preparati, approssimativi, negligenti, attenti solo allo stipendio e con poca passione. Perfino ignoranti. «Dopo un anno di totale immersione nel mondo della scuola posso dire che fra gli insegnanti, come in tutte le professioni, ci sono persone che amano il loro mestiere e lavorano con passione e altre che se ne approfittano, anche perché non sono mai state valutate. La Buona scuola valorizzerà i meriti».

La parola “merito” ha mandato su tutte le furie i sindacati. «Loro hanno sempre preferito garantire il cosiddetto sacro principio dell’uguaglianza, “tutti al minimo”, e non la qualità. Invece “merito” non può più essere una parolaccia».

Anche sull’alternanza scuola-lavoro, che in Germania funziona egregiamente, si nota una certa resistenza. «È vero. C’è resistenza tra gli studenti e timidezza tra gli imprenditori che potrebbero accoglierli. I ragazzi dovrebbero fare da 200 a 400 ore obbligatorie di stage formativo all’anno, a seconda che frequentino istituti professionali, scientifici o umanistici, e in famiglia bisognerebbe vivere l’alternanza scuola-lavoro come un patrimonio. Purtroppo, c’è una generazione di genitori che non riesce a dare ai figli il giusto slancio».

Lei ci è riuscita? «Certo che sì, è nella mia natura. Avevo 30 anni e un bambino di pochi mesi quando vinsi la mia prima cattedra a 350 chilometri da casa: ho fatto la pendolare settimanale imponendo il mio sacrificio a lui e a mio marito. Poi è arrivato il secondo figlio ed è andata alla stessa maniera. Potevano non darsi da fare? E comunque, me lo lasci dire da mamma, i miei ragazzi sono diventati due giovanotti meravigliosi dei quali sono molto orgogliosa».

Suo marito ha dichiarato che, da quando lei è ministro, la vita matrimoniale si è ridotta in pratica a una telefonata la sera. «Dopo 28 anni di matrimonio io e Luca abbiamo un rapporto talmente forte e rodato che basta il tono della voce per capirci. Siamo insieme dai tempi del liceo, se oggi sono qui lo devo anche a lui: mai che mi abbia detto “fermati”. Mi ha sempre spronata e dato tutto lo spazio di cui avevo bisogno».

In politica si immaginava un’ascesa tanto rapida? Da parlamentare a ministro in 3 anni. «Per niente. Però, nel mio piccolo, ci ho messo tutto l’impegno quotidiano. La fatica, che è tanta. Il disagio di un ruolo pubblico, che talvolta è acuto. E comunque, nella mia posizione, oggi mi sento a mio agio».

Il bilancio, quindi, è positivo. «A dire il vero, se c’è una cosa che proprio non possiedo nel kit genetico, è lo specchietto retrovisore. I miei figli me lo dicono sempre: “Ma tu, mamma, con il passato hai qualche problema?”. Non ne ho, ovviamente, è che sono naturalmente proiettata verso il futuro. Quindi, più che un bilancio, mi sento di immaginare quello che verrà dopo questa esperienza. Aspettandomi di continuare a vivere domani con la stessa passione con cui vivo oggi».

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