Noi, che abbiamo in affido una bambina musulmana

Credits: Daria Addabbo

Jasmine con Miriam e Davide

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di

Caterina Duzzi

Mattia e Anna, cattolici, hanno accolto una 12enne di origine marocchina. La convivenza? Possibile. Jasmine non va in chiesa ma festeggia il Natale. E frequenta gli scout

Jasmine, lunga e sottile, sguardo franco e molto senso pratico nonostante i suoi 12 anni, ha deciso fin da subito che avrebbe chiamato mamma e papà i suoi genitori affidatari, anche se una madre e un padre li ha già e forse un giorno torneranno a prendersi cura di lei. Temeva solo «di incontrare una donna molto severa, stile signorina Rottermeier» ma per fortuna non è andata così. Jasmine è una dei 2.356 minori stranieri in affido a una famiglia italiana. Di origini marocchine, da 3 anni abita a Milano con Anna Pirotta, maestra elementare, Mattia Vercellone, head hunter, e i loro 2 figli di 19 e 21 anni, in una casa al sesto piano piena di piante e di sole. Prima di essere accolta dai Vercellone, Jasmine ha vissuto in una comunità, un passaggio molto frequente nei casi di minori allontanati dal nucleo di origine. «Ma la voglia di entrare in una vera famiglia era forte: era proprio una bambina in attesa» ricorda mamma Anna.

Credits: Daria Addabbo

Jasmine con Miriam nella stanza che le ragazze dividono da 3 anni

«Quando ci hanno parlato di Jasmine, ho pensato: noi siamo di religione diversa»

Per l’affido di minori stranieri la legge richiede che nella scelta dell’abbinamento si tenga conto della religione e del background linguistico e culturale del minore. «I genitori affidatari devono sottoscrivere un patto di accoglienza. Dobbiamo evitare tensioni e rispettare sempre l’indicazione della famiglia di origine» dice Michela Bondardo, responsabile del Servizio Coordinamento Affido del Comune di Milano (www. affidomilano.it). «Prima di decidere un abbinamento incontriamo i candidati all’affido - perché anche le coppie non sposate o i single possono proporsi e non ci sono limiti d’età - e scegliamo quelli più compatibili: se per esempio c’è un nucleo molto cattolico e i genitori del bambino sono musulmani radicali è chiaro che la convivenza non funzionerebbe».

La strada degli abbinamenti “omoculturali”, ovvero delle famiglie con la stessa cultura di provenienza, è tuttavia ancora rara in Italia: «Succede, anzi, che molti genitori musulmani preferiscano che i loro figli siano educati in una famiglia religiosa, anche se cattolica, piuttosto che atea» dice Maria Luisa Coi, coordinatrice dell’area affido della Cooperativa sociale Comin. Certo, all’inizio la diversità può spaventare.

«Quando ci hanno parlato di Jasmine la mia prima reazione è stata: noi siamo cattolici osservanti, frequentiamo la parrocchia, è un aspetto importante della nostra vita» racconta mamma Anna. «Ma l’assistente sociale ci ha rassicurato: nella comunità dove la bambina ha vissuto prima di venire da noi erano presenti delle suore e i genitori avevano acconsentito». Anna e suo marito Mattia hanno firmato il patto di affido, la loro figlia Miriam (che all’epoca dell’arrivo di Jasmine aveva 16 anni) ha accettato subito di dividere la sua stanza e ha fatto spazio nell’armadio. «È fondamentale che il progetto dell’affido sia condiviso da tutti i membri della famiglia» precisa Michela Bondardo. «È capitato di fare retromarcia vedendo che un figlio non era del tutto convinto».

Credits: Daria Addabbo

Jasmine con mamma Anna

«Jasmine evita il prosciutto ma non osserva il Ramadan come i suoi genitori»

Con l’arrivo di Jasmine, a casa Vercellone alcune abitudini sono cambiate. «Ci siamo adattati reciprocamente, l’aspetto religioso è stato solo uno dei tanti» dice mamma Anna. «Jasmine non fa catechismo né religione a scuola. Quando andiamo in chiesa le chiediamo se preferisce aspettarci dai nonni o casa: a volte viene con noi, altre no. Però le piace partecipare a riti come la messa di Natale, canta Jingle Bells e addobba l’albero. Frequenta anche gli scout: i suoi genitori hanno capito che si tratta di un’esperienza formativa e sanno che non facciamo proselitismo. Io penso che Jasmine non si senta cristiana né musulmana, è consapevole che il papà non vuole che mangi prosciutto e lo rispetta. Non ha altre restrizioni alimentari, ma sa che i suoi genitori osservano il Ramadan. Noi cerchiamo sempre di creare collegamenti positivi con la sua cultura di provenienza, siamo andati al padiglione marocchino a Expo 2015 o a una mostra al Museo delle Culture, lei però non si dimostra particolarmente interessata in questa fase. Percepisce le ingiustizie sociali ed è spesso paladina dei diritti dei bambini, ma in generale, non solo di quelli arabi. Da quando è con noi, non ha mai cercato relazioni con coetanei del suo Paese, della lingua madre ricorda poco. Come tutti gli adolescenti, vuole omologarsi agli amici. In questa fase non le piace avere i capelli ricci e la pelle scura: la scorsa estate al mare stava molto attenta a non abbronzarsi».

«Stiamo attenti a non fare osservazioni quando ci sono notizie sull’Isis»

Il disagio di Jasmine non è un caso isolato. «Anche se le famiglia affidatarie sono preparate a rispettare la diversità, è frequente che i minori affidati una volta adolescenti tendano a rinnegare le proprie origini» spiega Maria Luisa Coi della cooperativa Comin. «Questo può far scattare il conflitto con la famiglia biologica. Sto pensando a un ragazzino che seguiamo: ha 12 anni e suo padre si aspetta che osservi il Ramadan e preghi quando va a trovarlo. Lui si rifiuta, vuole vivere come i suoi compagni. Stiamo cercando di mediare». Come viene affrontata, invece, la questione “Islam-Isis” a casa Vercellone? «Noi spieghiamo a Jasmine che sono le persone a essere sbagliate, non la religione» risponde Anna. «Non facciamo mai osservazioni a caldo, cerchiamo di controllare sgomento o rabbia davanti alle notizie. Jasmine per ora ascolta, ha solo 12 anni e sta formando le sue opinioni. Un affido comporta la volontà di mettersi in gioco su ogni fronte, la religione è un pezzo di tutto questo».

Credits: Daria Addabbo

Jasmine (la prima a destra) con la famiglia Vercellone: mamma Anna, papà Mattia, e i figli Miriam e Davide. Abitano a Milano

I numeri

28.449 sono i minori dati in affido (a parenti, comunità o altre famiglie). 16,6% i minori stranieri affidati. 2 anni la permanenza del 56% dei bambini in famiglia. Fonte: Ministero Politiche Sociali.

Chi può candidarsi

In Italia la legge vieta l’adozione alle coppie non sposate o ai single. Con l’eccezione, ancora poco praticata, delle “adozioni speciali”, come quella della bambina down di Napoli rifiutata da 7 famiglie e infine adottata da un single. Per diventare genitori affidatari non ci sono, invece, requisiti di età, istruzione, reddito. È un provvedimento temporaneo (con un massimo di 2 anni prorogabili) rivolto a bambini e adolescenti che vivono una situazione di difficoltà con la famiglia d’origine. Può essere a tempo parziale o full time. Nell’affido a tempo pieno è previsto un contributo che varia dai 400 ai 500 euro mensili. Per candidarsi, è necessario rivolgersi ai servizi sociali del proprio Comune.

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