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Rosalba Panzieri e la “cartella clinica umana”

di Mariella Boerci
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Rosalba Panzieri non è un medico, è una scrittrice e attrice. Ma ha avuto un’idea che aiuta a curare meglio: far raccontare ai pazienti la loro storia, i loro desideri. Sperimentata a Roma, è pronta per essere replicata in tutta Italia

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Rosalba Panzieri non è un medico, è una scrittrice e attrice. Ma ha avuto un’idea che aiuta a curare meglio: far raccontare ai pazienti la loro storia, i loro desideri. Sperimentata a Roma, è pronta per essere replicata in tutta Italia

Rosalba Panzieri, 34 anni, occhi blu e sorriso carnoso, è molto orgogliosa dei suoi mocassini “ricondizionati”: «Sono quelli con cui ho iniziato il mio percorso in corsia e con i quali ci tengo a portarlo a termine». Panzieri non è un medico; è una giovane e bella attrice e scrittrice reatina che frequenta le corsie per necessità («Ho subito due interventi al cuore») ma anche per generosità, mettendo in scena tra i pazienti il vissuto della malattia «come strumento di sostegno e consapevolezza del percorso terapeutico». Per lei, questi mocassini “ricondizionati” vestono una ragione che non è solo sentimentale: Rosalba Panzieri porta avanti la sua esperienza senza retribuzione. Per scelta, anche se l’impegno è quotidiano. Dunque, «anziché comprare le scarpe, le faccio riparare». Una tosta, insomma. Una che, in sinergia con il professor Massimo Santini, direttore del Dipartimento cardiovascolare, e Vincenzo Loiaconi, responsabile di Chirurgia delle aritmie, entrambi del San Filippo Neri di Roma, ha ideato la “cartella clinica umana”. Ossia, il racconto e la storia personale del paziente inseriti tra i dati della cartella clinica. Un’esperienza unica in campo sanitario, introdotta il 1° dicembre nell’ospedale romano, e pronta a essere replicata, da marzo, in tutta Italia e poi, anche in Europa.
Scusi, che cosa è, concretamente, la “cartella umana”?
«È un modulo narrativo attraverso cui il paziente racconta come percepisce la malattia, le sue preoccupazioni, il futuro, e che affianca in cartella i dati clinici e diagnostici. Sembra una banalità, invece è uno strumento di grande importanza perché non solo ridà valore alla persona, ma traduce nella pratica il concetto di accoglienza del paziente e quello di alleanza tra lui e il medico,  per garantire un rapporto terapeutico migliore».
E lei, che nella vita fa tutt’altro, come lo ha capito?
«Partendo da un’esperienza personale. Due anni fa, proprio mentre portavo nelle corsie un mio testo, Il disegno sul cuore, che racconta un intervento cardiaco, per puro caso mi è stata diagnosticata una cardiopatia gravissima. Lì per lì e per molti giorni ho provato un senso quasi di deportazione, come se non ci fosse un senso a quello che mi stava capitando. Poi, grazie alla scrittura e alla parola, a un certo punto mi sono accorta che non avevo più paura: ero consapevole e, nonostante tutto, mi sentivo profondamente dentro la mia vita. Così ho affrontato l’intervento chirurgico e dopo la guarigione, pensando alla mia esperienza, ho elaborato uno schema per cui i pazienti non si sentissero più soltanto un cuore o una mammella, ma una persona».
I malati come hanno reagito?
«Con un’apertura che, in tanti casi, nemmeno io mi aspettavo. Perché l’ospedale, anche un “cinquestelle”, è pur sempre un “non luogo” dove i rapporti sono spesso aridi e ridotti all’indispensabile. Raccontare la propria sofferenza serve ad allontanarsene, ad accettare la malattia, a favorire la comunicazione con i medici e quindi il processo terapeutico».
È una tesi provata sul campo?
«Ovviamente. Su oltre 500 cartelle cliniche ufficiali, da quando è partito l’esperimento (quelle ufficiose sono dieci volte di più), le verifiche hanno riscontrato una forte riduzione dello stress ospedaliero, una più rapida risposta alle terapie, una minore percezione del dolore post-chirurgico (ben il 10 per cento dei casi) e una migliore comunicazione con il medico e i familiari. Del resto, io credo che non si possa curare chi non si conosce e non si possa conoscere nessuno a cui non sia concesso di raccontarsi».
Da scrittrice lei dà grande valore alla parola.
«Gliene davo già quando avevo dieci anni. Dovunque fossi, anche in vacanza, mi isolavo con un foglio e una penna e da lì passava tutto il mio mondo. Non è un caso che abbia fatto la scrittrice».
Scrive solo di malattie?
«Ma no, io ho scritto di molte altre cose. Però, a un certo punto, sono stata affascinata dalla terminologia medica, perché cristallizza la paura ed è così diversa dal linguaggio del paziente. Per questo mi sono messa a cercare delle parole che favorissero un incontro. E ho portato la scrittura in corsia, da cui è nata poi la cartella clinica umana».
Che sta suscitando interesse in molti ospedali.
«Vero, per fortuna; e con l’aiuto di Conacuore, che riunisce oltre cento associazioni impegnate nella lotta alle malattie cardiovascolari, da marzo girerò l’Italia per due anni. A partire dall’Hospice di San Vito al Tagliamento, a Pordenone, che ospita i malati terminali. Poi, dopo il lungo tour italiano, sarà la volta dell’Europa: ho già avuto molte richieste, si tratta di un’iniziativa che non ha precedenti a livello internazionale. E ciò mi rende molto orgogliosa».
Perdoni l’indiscrezione: lei non ha una famiglia?
Sospira. «Ce l’ho, certo. Ho un marito, che è un artista, e a sua volta è molto impegnato. Poi ho due cani e un gatto. Per farmi perdonare le tante ore che trascorro fuori, ma anche perché, in fondo, sono rimasta una sana ragazza di campagna, almeno due o tre volte la settimana, faccio il pane in casa e cucino la crostata di frutta. Sono genuini. Buoni. E sanno di famiglia».

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