Noi pendolari, sempre in attesa del treno che non c’è

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    Credits: Mondadori Portfolio

    Manca perfino l’orario in stazione

    Chi viaggia sulla Cumana, la linea ferroviaria che collega Napoli con la costiera flegrea, non si annoia mai. Anche perché, strano a dirsi, un orario effettivo dei treni non esiste. «Ogni giorno è una roulette» racconta Stefano Erbaggio, 25 anni. «In parecchie stazioni hanno appeso dei cartelli: l’intervallo stimato tra i convogli è di 40 minuti. Ma molto spesso sale a 50 o anche 60. E, dal momento che nessuno ti informa dell’ultimo passaggio, l’attesa può diventare indefinita e infinita».

    L’Eav, l’azienda dei trasporti che gestisce il servizio, è afflitta da un grave deficit: oltre 700 milioni secondo una stima regionale. «Così mancano i convogli, e quelli in funzione sono vecchi e spesso guasti» aggiunge lo studente universitario. «Per non perdere le lezioni, molte volte vado a piedi. Sono 3 chilometri fino alla fermata dell’autobus. Ma, ad aspettare il treno, ci metto lo stesso tempo».

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    Bisogna calcolare qualsiasi imprevisto

    Lucia Ruggiero, 36 anni, vive in provincia di Bergamo e lavora a Milano per una casa editrice. Dovrebbe impiegare un’ora a raggiungere l’ufficio, invece è costretta ad alzarsi prima dell’alba. «Devo calcolare anche l’imprevisto» dice.

    Per essere al lavoro alle 8.30, parte da casa alle 6.20: alle 6.34 prende il tram delle valli e poi da Bergamo arriva a Milano con il regionale delle 7.02. «Spesso il treno ritarda di 15 o 20 minuti» racconta Lucia, che fa parte di un comitato di pendolari. «Su un viaggio di 50, sono tantissimi: mi saltano tutte le coincidenze». La Lombardia è la regione che spende di più nei trasporti: quasi 1 miliardo e mezzo di euro negli ultimi 10 anni. Eppure non basta: «I treni hanno poche, affollate, carrozze; la notte i vagoni sono incustoditi e così la mattina li troviamo in pessime condizioni; la stazione di Bergamo è inadeguata. Insomma, ogni giorno è un’incognita».

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    Il viaggio è un terno al lotto

    Dal 1975, tutti i giorni, Rosalba Rizzuto, geologa, prende la linea Nettuno-Roma. Ora, a quasi 50 anni, è la memoria viaggiante dei disagi e delle contestazioni del popolo dei pendolari laziali: «I treni sono vecchi e sono più le volte in cui non vanno che quelle in cui funzionano. È come l’estrazione della lotteria, tra corse soppresse e ritardi che si accumulano» spiega.

    L’incognita per i 45.000 pendolari di questa linea lunga 59 km, di cui 26 a binario unico, è sempre dietro l’angolo: «Un giorno rubano il rame dalle rotaie. Un altro c’è un incidente, un altro ancora una locomotrice si ferma». Per non parlare dei vagoni sovraffollati. Rosalba è abituata a stare in piedi: «Da noi è la normalità». Ma come minimo vorrebbe viaggiare serena: «C’è tanta violenza a bordo: balordi, vandali, e sempre meno controllori».

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di

Gabriele Jorio

Reportage del nostro giornalista che racconta tre testimonianze di pendolari disperati: dalla Circumvesuviana, dalla Bergamo-Milano e dalla Nettuno-Roma. I problemi sono sempre gli  stessi. E le possibili soluzioni? Scopritele qui.

Il mio viaggio sul treno dei pendolari comincia in una campagna coltivata a broccoli e cavolfiori. La stazione della Circumvesuviana a San Vitaliano, provincia di Napoli, è aggrappata a un viadotto. Il tetto crolla a pezzi, la scala mobile è chiusa. Sul pavimento, bottiglie rotte e siringhe usate. «Sono così le stazioni abbandonate» spiega Enzo Ciniglio del comitato Stop al taglio dei treni. «E sono solo una faccia del problema. Siamo costretti, ogni giorno, a fare i conti con corse soppresse e ritardi. Nell’ora di punta è il caos. E tutti noi pendolari ci chiediamo: riusciremo a tornare a casa anche oggi?».

Nel 2013 la Circumvesuviana, 140 chilometri di binari in provincia di Napoli, è arrivata prima nella classifica delle 10 peggiori linee ferroviarie d’Italia, stilata da Legambiente in base alla frequenza dei treni, all’età dei vagoni, alle condizioni delle stazioni. Ciò non vuol dire che altrove si viaggi su cuscini di seta. Nella lista ci sono anche la Milano-Codogno-Cremona-Mantova e la Nettuno-Roma. A tutte le latitudini, la vita del pendolare è una scommessa contro il tempo e i disagi. Nel 2013, denuncia sempre Legambiente nel dossier Pendolaria, le risorse per i trasporti su gomma e ferro sono scese a 4,9 miliardi di euro dai 6,1 del 2009. Tutto è cominciato con il passaggio delle competenze alle Regioni. Che con i tagli imposti dal governo hanno dovuto ridurre la voce in bilancio. Il paradosso è che, pur diminuendo i servizi (con intere linee che sono scomparse), cresce il costo dei biglietti: del 25% in Abruzzo e Umbria, del 41 in Liguria, del 47% in Piemonte. Risultato: 140.000 passeggeri in meno nel 2013, il primo calo da 10 anni.

Oggi sono 2,8 milioni gli italiani che prendono il treno per andare al lavoro. E per loro la giornata si allunga di almeno un’ora. Alla stazione di Castello di Cisterna, altro paesone alle porte di Napoli, sembra che il tempo si sia fermato. Le lancette dell’orologio sono cristallizzate sulle 4.20. Il tabellone annuncia, forse da anni, lo stesso treno in partenza per le 9.14. I convogli italiani sono i più lenti d’Europa: viaggiano in media a 35,9 chilometri orari. Al confronto i vagoni spagnoli sfrecciano, con i loro 51.

A Roma, Napoli e Milano, 3 pendolari su 4 si dicono insoddisfatti. Contestano l’affollamento, i ritardi e l’igiene dei treni, secondo un sondaggio di Altroconsumo su oltre 1.500 viaggiatori abituali. Sorprenderebbe il contrario, considerando le carrozze zeppe all’inverosimile che solcano il Piemonte o il Veneto o il Lazio. Si protesta ovunque. Le richieste, però, sono sempre le stesse: «Più treni, soprattutto nelle ore di punta, e maggiori investimenti per la manutenzione» spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. «Si tratta di dare dignità a un servizio usato da milioni di cittadini». Come hanno fatto in Alto Adige, dove negli ultimi 10 anni sono stati spesi 570 milioni di euro per i trasporti ferroviari locali. E secondo una ricerca dell’Accademia europea di Bolzano (che ha fatto giudicare, tra le altre cose, l’affidabilità dei treni, la comodità del viaggio, la qualità delle stazioni), il grado di soddisfazione dei pendolari è del 65 per cento. Un caso isolato, ma che dimostra come si potrebbero migliorare le cose.

«Quando devo prendere il treno, per prima cosa mi faccio il segno della croce. E poi cerco di arrangiarmi ». A Santa Maria del Pozzo, periferia est di Napoli, incontro Anna Trieste, che delle sue disavventure sulla Circumvesuviana parla nel blog Annatriestismi.blogspot.com. «In borsa porto un bel po’ di biglietti, perché nel mio quartiere la biglietteria è sempre chiusa» spiega. E non dimentico mai l’Amuchina per disinfettare il posto, semmai dovessi trovarne uno. Con le stazioni incustodite di notte, chiunque sale a bordo, e con qualsiasi cosa. Meglio igienizzare». E così, mentre Anna pulisce, il treno si infila nel ventre di Napoli. Bisogna fare in fretta a uscire. Dall’altra parte della porta automatica la folla sgomita per guadagnarsi un sedile. Il mio viaggio è finito, il loro sta per cominciare.

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