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Per un mafioso il bon ton è questione di vita o di morte

di Stella Pende
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Il decalogo di comportamento trovato nel covo di Lo Piccolo è da veri gentiluomini. Perché per queste belve sgarrare nella vita privata è un rischio troppo grande

Il decalogo di comportamento trovato nel covo di Lo Piccolo è da veri gentiluomini. Perché per queste belve sgarrare nella vita privata è un rischio troppo grande

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"Papà ti amo". Così il figlio di Salvatore Lo Piccolo ha urlato davanti ai poliziotti che lo portavano via insieme al padre, insigne primula rossa di mafiosi.  Cioè l'ultimo grande boss che dopo Provenzano e Riina restava ancora alla macchia. "Papà ti amo": chi l'avrebbe mai detto che il figlio del re del pizzo potesse abbandonarsi a un addio così struggente, così appassionato, quasi infantile. Da ragazzo buono e perbene insomma. Cos'ha nel cuore Francesco Lo Piccolo nessuno lo indovinerà: tuo padre è sempre tuo padre e non ne vedi e non ne senti che il tumultuoso affetto che arriva da quel legame primo e misteriosamente infrangibile.

Non sono le parole del ragazzo che sorprendono in questo affare di mafia. È invece il decalogo dei comandamenti di Cosa Nostra trovati nel rifugio del padrino che porta dentro a un mondo assolutamente lontano da quello che è l'immaginario di una mafia crudele e laida.

Non desiderare la moglie del tuo amico.

Non sottrarre i soldi a nessuno e tantomeno a quelli della famiglia avversaria.

Non giocare e non bere.

Comportati in maniera retta e rispetta Iddio.

È il codice dei boss mafiosi o quello dei Frati Cappuccini? È il credo di Lo Piccolo e Provenzano oppure quello di Tristano, principe dei condottieri  medievali? Che vuol dire? Forse che i mafiosi nascondono insospettabili gentiluomini fra di loro ma che vivono una doppia esistenza, dove in casa sono perfetti esseri umani e fuori diventano perfetti killer. Una considerazione confermata dall'arresto del leader massimo Provenzano.

Nel suo rifugio niente prelibatezze ma solo cibi casti, insalate e uova, vangeli e preghiere attaccate su qualunque parete, rosari a iosa e lettere d'amore struggenti per l'amata sposa. Anche Carlo Gambino, il boss emigrato a New York, scriveva a uno dei suoi figli: "Un vero uomo dedica la domenica a sua moglie e alla famiglia. Sarà nella vita con loro un perfetto padre e un compagno fedele e premuroso". Anzi di più. Ricorda che non si ha matrimonio vero senza fedeltà, anche se questa può essere una privazione non indifferente. Del resto Mario Puzo, nella sua meravigliosa saga Il padrino, racconta che per trovare la forza di uccidere, di tradire, padrini e picciotti sono costretti a esistenze private esemplari e rette. Soprattutto prive di emozioni. Vite che, fra l'altro, non possono mettere in pericolo le sorti della "famiglia". Una moglie tradita è più fragile e potrebbe parlare, un amico cornuto si vendica, un figlio ubriacone può rivelare nei deliri dell'alcol segreti molto rischiosi. Per assurdo, dunque, in un mondo dove le regole e i modi dell'umano sentire sono comunque e sempre traditi, sarebbero oggi gli uomini di Cosa Nostra a insegnarci il bon ton della vita. Come siamo ridotti signora mia!

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