Perché i ragazzi non conoscono l’italiano

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Elena D’Incerti, insegnante

I docenti universitari denunciano l'ignoranza dei ragazzi e puntano il dito contro la scuola superiore. Ma, nel fuoco incrociato delle accuse, chi non ha colpe?

L’italiano è parlato male, scritto peggio e probabilmente nemmeno compreso come una lingua madre dovrebbe essere: un gruppo di 600 docenti ha redatto un documento di cui sono firmatari, tra gli altri, Ilvo Diamanti, Massimo Cacciari, Carlo Fusaro. La lista di linguisti, filologi, economisti, matematici, giuristi, sociologi è lunghissima: chiedono un intervento urgente del governo, nella persona del ministro Fedeli, per sanare le falle del percorso scolastico.

Le colpe sarebbero della scuola che non prepara, che non vigila sui processi di apprendimento, che ha rinunciato a metodologie consone. Seguono alcune linee guida per correre ai ripari, che spaziano dalla pratica del dettato (davvero desueto?), del riassunto (così fuori moda?), alla cura della calligrafia (che a dire il vero neanche agli adulti piace tanto coltivare, purtroppo).

Incolpare dei fenomeni negativi il pezzo della filiera che ci precede è un’abitudine nazionale: e così, questa volta, il grido di dolore sullo stato della lingua italiana scritta e parlata dai giovani parte dalle nostre università.

La scuola superiore dal canto suo lamenta le carenze con cui gli studenti arrivano dalle medie, le medie addossano le responsabilità del disastro alla scuola primaria. Il tutto avviene con un movimento di deresponsabilizzazione a ritroso che assomiglia a un processo sommario e che non tiene conto di tanti elementi: primo tra tutti il fatto che la comunicazione cambia rapidamente, è diventata veloce (forse troppo, è innegabile) e in nome della funzionalità della lingua si finisce per appiattirne la bellezza, la ricchezza e la correttezza.

È solo dalla constatazione di questo fenomeno, che in parte è fisiologico (e soprattutto non è solo italiano), che converrebbe prendere le mosse. Bisognerebbe fotografare la lingua e la realtà che la circonda per provare a capire, riconoscendo anche che l’evoluzione linguistica comporta da sempre semplificazioni e “imbarbarimenti” di varia natura. Suona banale, ma anche il latino ciceroniano nei secoli ha perso per strada casi e declinazioni, impoverendosi di alcune sue strutture eppure arricchendosi grazie alla contaminazione con gli idiomi germanici e solo così ha dato vita alle lingue neolatine tra cui la nostra.

E poi, a ben guardare, la grammatica si studia fin dai banchi delle elementari, l’italiano si scrive, si legge, se ne segue il percorso storico in ogni ordine di scuola.
L’editoria per bambini e ragazzi pare viva e in buona salute: sforna ogni anno cataloghi ricchi di titoli e pure di ottima qualità.
Qual è allora l’anello che non tiene nella catena della nostra istruzione? C’è un solo anello che non tiene?

Nel dibattito di quest’ultima settimana qualcuno, per difendere la scuola dal fuoco incrociato di critiche, sostiene che l’italiano naufraga insieme all’intero sistema: gli insegnanti, strattonati da una burocrazia compilativa che impedisce loro di educare e trasmettere, delegittimati dall’aggressività di genitori iper-protettivi, mortificati da una retribuzione inadeguata, non hanno il tempo materiale per dedicarsi alla qualità della didattica, hanno smarrito la passione, hanno rinunciato loro malgrado a qualunque forma di credibilità intellettuale.

C’è poi chi se la prende con la deriva lassista: non si “seleziona”, non si boccia, non si attribuiscono più voti in numeri decimali ai bambini, si privilegiano le facilissime verifiche a risposta multipla (del resto non sono strutturati così anche i test di ammissione a molte facoltà universitarie? Non è questa la forma di molti esami in Italia e all’estero?).
Chi, ancora, tuona contro l’attacco frontale al liceo classico, al latino, al greco, alla filosofia, alla storia dell’arte, alle radici del nostro umanesimo.

E poi c’è Tullio de Mauro, titolato, lui sì, a parlare, e non solo perché è scomparso da poco, che sosteneva la necessità più ampia ma più impellente di rieducare il mondo degli adulti. In quante famiglie i nostri ragazzi vedono gli adulti leggere (tablet o libri cartacei: ma è questo il discrimine?), quanti di loro vengono invitati a teatro, quale cultura cinematografica viene proposta, a quali tipi di palinsesti televisivi padri e madri non sanno o non vogliono opporsi?

Tutti i protagonisti di questo processo pubblico hanno la loro quota di ragione nell’esercizio, un po’ sterile a dire il vero, dell’attribuzione delle colpe. Ma di fronte alle frasi spesso prive di senso compiuto dei nostri ragazzi, davanti alla povertà disarmante del loro vocabolario, sarebbe più sano e più costruttivo che ogni segmento della filiera si facesse carico di oliare il suo pezzettino e di farlo funzionare. Con la passione per la lingua che l’Accademia della Crusca in tanti secoli non ha mai smesso di promuovere e difendere e con un occhio spalancato e vigile sul mondo che quella stessa lingua fa muovere e dovrebbe raccontare.

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