Premio “Donna dell’anno 2017”, finale il 31 maggio

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di

Oscar Puntel

A Saint-Vincent (Aosta), il riconoscimento alle tenaci e coraggiose donne che ogni giorno lottano, anche a rischio della vita, per realizzare progetti di sviluppo e di pace nelle aree più povere e dimenticate del pianeta

Torna il premio internazionale “Donna dell’anno” 2017, riconoscimento prestigioso promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta/Conseil De La Vallee, con il nostro settimanale in veste di media partner. L’obiettivo è valorizzare il ruolo delle donne nella società, nella cultura, nel mondo del lavoro, nella politica, nella comunicazione, nelle arti e nello spettacolo. La cerimonia di consegna del Premio si svolgerà mercoledì 31 maggio 2017 al Centro Congressi del Gran Hôtel Billia di Saint-Vincent (Aosta).

Il riconoscimento “La Donna dell’Anno” premierà dunque personaggi femminili di ogni parte del mondo che, con il proprio lavoro e il proprio impegno, abbiano raggiunto importanti obiettivi e creato significative innovazioni e competenze, affermando l’identità femminile con un alto valore professionali: donne tenaci e coraggiose che ogni giorno lottano, anche a rischio della vita, per realizzare progetti di sviluppo e di pace nelle aree più povere e dimenticate del pianeta.

Il Premio è giunto alla diciannovesima edizione.

Guarda le vincitrici delle edizioni precedenti:


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    Credits: TARIK TINAZAY/AFP/Getty Images

    1998 - Leyla Zana

    Leyla Zana nasce in Turchia nel 1961 in un villaggio nei pressi di Diyarbakir, capitale virtuale del Kurdistan. Appartiene al popolo di etnia curda, al quale è negata la possibilità di esistere. Nel 1991, è eletta prima e unica deputata curda al Parlamento turco. Il suo caso scoppia nel 1994, quando, rientrata ad Ankara da un viaggio in Europa e negli Stati Uniti per sostenere la causa curda, è - con gli altri componenti la delegazione - privata dell’immunità e arrestata nell’aula del Parlamento. Accusata di “separatismo”, la condanna a morte è evitata grazie alle pressioni internazionali, ma le viene comminata la pena di 15 anni di carcere. Da allora Leyla, divenuta il simbolo della lotta democratica e pacifica per la libertà del popolo curdo, è in carcere. Dopo un forte pressing internazionale, il 9 giugno 2004 Leyla Zana e gli altri tre imputati, Hatip Dicle, Selim Sadak e Orhan Dogan, dopo dieci anni di carcere vengono liberati su sentenza della Cassazione turca.

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    1999 - Maria Maniscalco

    Maria Maniscalco è stata sindaco di San Giuseppe Jato, borgo rurale alla periferia di Palermo, eletta nel 1993 e riconfermata nel 1997. Il suo è un impegno in prima linea in un contesto dei più difficili. San Giuseppe Jato è infatti tristemente noto come culla della famiglia Brusca, rifugio del pentito Di Maggio e città dove il piccolo Giuseppe Di Matteo è stato rapito e ucciso. Nel settembre 1999 l'Amministrazione comunale di San Giuseppe Jato ha costituito una società che si dedica alla produzione di "coppole" di diverse fogge e colori. L'operazione, denominata "tanto di coppola", oltre a creare nuovi posti di lavoro, risponde all'intento di liberare il tipico copricapo siciliano dal significato mafioso che troppo spesso gli si attribuisce, per farne il simbolo della Sicilia che vuole cambiare e affrancarsi dalle cosche.

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    2000 - Francesca Zuccari

    Francesca Zuccari assistente sociale e docente universitaria, si occupa da trent'anni, con la Comunità di Sant'Egidio, degli emarginati della periferia di Roma. Nei primi anni Ottanta la sua attenzione e quella della Comunità si sono rivolte più specificamente verso l’emergenza di nuove e diffuse situazioni di precarietà riguardanti immigrati, pensionati, disoccupati di tutte le età, malati, portatori di handicap, giovani tossicodipendenti e famiglie con un solo reddito. Il cammino di Francesca Zuccari nel mondo delle "nuove povertà" parte da un rapporto di amicizia di strada, fatto di ascolto, di comprensione e di piccoli aiuti materiali, continua con la realizzazione di un centro di accoglienza e nel 1988 sfocia nell’organizzazione di una mensa che ogni sera da allora offre migliaia di pasti caldi. In tutti questi anni sono state più di 120mila le persone diverse che l'hanno frequentata. L'esperienza di Roma, apre la strada ad analoghe iniziative in altre città italiane ed europee, così Francesca Zuccari allestisce e organizza mense itineranti e interventi in strada a Napoli, Pisa, Firenze e Mosca.

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    2001 - Chiara Castellani

    Chiara Castellani, originaria della provincia di Parma, ginecologa, ha lavorato in Nicaragua durante la guerra fra sandinisti e contras, tra stragi e migliaia di morti, e ultimamente nel cuore della Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) sta lottando da sola per far rinascere la speranza là dove sembra non avere più possibilità di manifestarsi. In Nicaragua, col Movimento dei laici per l’America Latina, fra il 1983 e il 1990, presta la sua opera a Waslala, in trincea, a tu per tu con la guerra e i suoi morti. Quindi, dopo 4 anni, rientra in Italia. La nuova meta è l'Africa, con l'associazione italiana “Amici di Raoul Follereau” (Aifo), che ha organizzato un programma di intervento sanitario in Congo, nella regione di Bandundu, diocesi di Kenge, per curare il più ampio numero di persone e per ridurre la grande mortalità della zona, soprattutto quella infantile. A Kimbau, nella foresta, a 500 chilometri dalla capitale Kinshasa, si occupa attualmente di un piccolo ospedale, costruito in epoca coloniale, semidistrutto, senza letti, né luce, né acqua; gli ammalati dormono per terra.

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    2002 - Barbara Hofmann

    Barbara Hofmann è nata a Affoltern (Zurigo) nel 1962, specializzata in gestione aziendale e finanziaria, dopo un viaggio in Mozambico decide di dedicare la propria vita ad aiutare i bambini di quel paese. Ha fondato dei centri di accoglienza per bambini orfani e vittime di guerra in Mozambico e dedica la propria attività ai bambini di strada e ai poveri. Nel 1990 elabora un progetto per realizzare un Children Center a Beira. Ha sempre lavorato a progetti dedicati ai bambini del Mozambico aumentando i bambini ospitati a Manga e Macurungo e nelle sue scuole gratuite per i bambini poveri. I due centri ospitano 150 bambini e 1200 bambini sono iscritti alle sue scuole gratuite. Nel 2001 ha contratto la malaria ed è stata gravemente malata.

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    2003 - Marilena Pesaresi

    Nasce nel 1932 a Rimini. Il suo spirito missionario la porta a Chirudu (zona di confine della Rhodesia), per volere dell’Arcivescovo Montini. A causa delle tensioni determinatesi a seguito dell’indipendenza dello Zambia e Zimbabwe, lascia la zona per trasferirsi all’ospedale di Mutoko in Rhodesia a cui fa capo anche il lebbrosario di Mutemwa. Si trasferisce a Sichili nel sud dello Zambia, una zona nella boscaglia, lontana dalla città. Qui si ferma per un anno, il legame con la gente del posto diventa molto forte e si circonda di affetto e stima.Rientrata a Mutoko, affronta una sistematica opera di ristrutturazione dell’ospedale, aprendo una maternità, una casa per infermiere, un reparto uomini e un reparto malati di AIDS. In pochi anni l’ospedale si rinnova aumentando la professionalità. Donna forte e decisa, infaticabile nel servizio, è tenuta in altissima considerazione dalla popolazione che la chiama “il leone che sa”.

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    2004 - Joya Malalai

    Joya Malalai, giovane donna afgana nata nel 1978, vera sostenitrice dell’antifondamentalismo islamico, combatte a fianco di altre donne per la democrazia. Con grande coraggio, ha denunciato le ingiustizie contro le donne davanti ai signori della guerra, l’Alleanza del Nord, presenti alla Loya Jirga, grande assemblea del popolo afgano. Attualmente vive perseguitata, nel continuo terrore di essere eliminata per la sua valorosa accusa contro il regime afgano.

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    2005 - Vera Chirwa

    Vera Chirwa è la prima donna avvocato e storica attivista dei diritti umani, nata in Malawi nel 1932. Presidente dell’Associazione per la promozione e la difesa e dei diritti delle donne. Nel 1964 ebbe un ruolo di guida, assieme al marito Orton, nella campagna per l’indipendenza nazionale, ma il regime di Kamuzu Banda, rimasto poi al potere per trent’anni, li costrinse all’esilio in Tanzania. Nel 1981 la coppia venne rapita dalle forze di sicurezza del Malawi e riportata in patria dove venne accusata di alto tradimento. Amnesty International intraprese un’azione urgente per il rilascio della coppia. Nell’autunno 1992 una delegazione di esperti britannici ottenne il permesso di visitarli e finalmente Vera e Orton si rividero per la prima volta dopo otto anni. Orton morì l’anno seguente in carcere e Vera non poté nemmeno assistere al suo funerale. In seguito ottenne la grazia per ragioni umanitarie e il 24 gennaio 1993, dopo dodici anni di carcere, fu rilasciata. A partire dal 2000 Vera è relatore speciale sulle condizioni carcerarie per la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli.

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    2006 - Natty Petrosino

    Nata a Bahia Bianca nella provincia di Buenos Aires da una famiglia benestante di origine russa, dopo un’adolescenza senza ansie, passata a fare la modella, sposa un benestante uomo d’affari. La sua vita cambia, quando all’età di 30 anni si ammala di tumore al cervello, che la porterà ad un passo dalla morte. Da allora comincia a cercare nelle strade della sua città bambini, invalidi, anziani, e vagabondi. Per sette anni si prende cura di loro nella sua casa sino a quando i suoi parenti e i suoi vicini le chiedono di smettere. Natty decide allora di lasciare la sua casa e costruire un ricovero chiamato “Hogar Peregrino San Francesco de Asis” ai margini della città su un terreno ricevuto dal sindaco dove tutti i poveri trovano un rifugio. Dal 1988 lascia il ricovero nelle mani delle suore per potersi dedicare completamente ai popoli indios.

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    2007 - Lily Traubmann e Nayla Ayesh

    Lily Traubmann (nella foto, a sinistra) da quando ha 15 anni organizza attività nelle scuole del Cile, dove vive, per promuovere un’educazione più democratica, giusta e partecipativa, allo stesso tempo meno classista. Dopo il golpe militare dell’11 settembre 1973, a 17 anni, Lily entra a far parte della resistenza clandestina contro la dittatura cilena. Nello stesso anno suo padre scompare, entrando a far parte della lunga lista dei desaparecidos. Dal novembre del 1974 vive in Israele nel kibbutz di Megiddo. È una delle prime attiviste, nel 1988, delle Donne in Nero. Si è impegnata a promuovere percorsi congiunti con le donne di Jenin per far conoscere alle donne israeliane le condizioni in cui vivono i palestinesi nei Territori Occupati.

    Nayla Ayesh (nella foto, a destra) è da sempre impegnata in percorsi di pace: ha apportato un notevole contributo al lavoro e alle attività dei Comitati delle Donne Lavoratrici Palestinesi. È stata arrestata dall’esercito israeliano nel 1987 durante la prima Intifadah, rinchiusa nella prigione di Masqubiya, a Gerusalemme, ha abortito a causa delle torture cui è stata sottoposta. La sua liberazione è avvenuta grazie a una forte mobilitazione delle donne per la pace israeliane e internazionali. Suo marito Jamal è stato deportato dai Territori Occupati Palestinesi nell’agosto del 1988. Torneranno entrambi solo nel 1994. Al momento Nayla è Direttrice Esecutiva del Women’s Affairs Center, centro di ricerca e formazione che opera a Gaza dal 1991 promuovendo i diritti e l’uguaglianza di genere all’interno della società palestinese. E’ membro del comitato di coordinamento dell’International Women Commission.

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    2008 - Asha Omar

    Nata a Mogadiscio (Somalia) nel 1968, si laurea in Medicina e consegue un dottorato di ricerca in ginecologia presso l’Università La Sapienza di Roma. Ritorna in Somalia dove esercita la professione nel Corno d’Africa impegnandosi nella formazione del personale medico e para-medico e nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili. A Mogadiscio riesce a creare un centro di prevenzione per le gravidanze a rischio e la cura dei bambini con malformazioni congenite. Per aiutare la sua gente Asha mantiene stretti rapporti con i colleghi italiani di Roma e Chieti dove spesso invia i suoi pazienti per le operazioni chirurgiche più complesse. I 17 anni di guerra civile, che insanguinano la Somalia, la obbligano a vivere sotto scorta: una situazione che corrisponde agli arresti domiciliari. Gli estremisti islamici e i guerriglieri non tollerano la presenza di chi ha lasciato il paese natale per studiare all’estero. Da tre anni si è trasferita a Gibuti, dove lavora come ginecologa. Mentre i genitori vivono a Londra, Asha ha scelto la sua Africa per perseguire con tenacia un sogno.

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    2009 - Musdah Mulia Siti

    Nata a Bone, in Indonesia, nel 1958, Siti è una delle figure più rappresentative dell’Islam indonesiano, di cui interpreta autorevolmente la tradizionale apertura al multiculturalismo. Giurista e teologa, difende i diritti delle donne nella società musulmana, opponendosi alla poligamia e ad ogni forma di discriminazione. Siti è allo stesso tempo una donna di cultura accademica e una mediatrice sociale impegnata nella promozione dei diritti dei bambini, delle donne e del dialogo tra le religioni. Musulmana di formazione tradizionale e di stretta osservanza religiosa, si oppone a ogni integralismo. E’ impegnata nel dialogo tra le religioni e, fatto particolarmente significativo, si oppone alla pena di morte, rivendicandone l’estraneità alla corretta interpretazione islamica. Siti è stata la Presidente del Comitato statale indonesiano di revisione della legislazione islamica. Il suo impegno ne ha fatto una figura nota a livello internazionale.

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    2010 - Bibisara Oripova

    Bibisara Oripova è un medico psichiatra di Samarcanda che aiuta le donne a superare situazioni familiari fatte di violenza e abusi. La vita insopportabile, la mancanza di cibo e l’arretratezza sociale rendono estremamente difficili le condizioni delle donne nelle zone rurali e in quelle più remote dell’Uzbekistan: molte di loro si uccidono. La dottoressa Oripova, che è anche la Presidente dell’Associazione “Women’s Society” di Samarcanda, afferma che se si vuole eliminare il fenomeno degradante dei suicidi è necessario cambiare gli atteggiamenti e l’educazione degli uomini. Nel suo Centro cura la depressione cronica, lo stress fisico e psicologico. Dopo mesi, talvolta anni di recupero, cerca di inserire le donne in comunità protette dove i mariti non possano trovarle, dà loro la possibilità di imparare un mestiere e di ricominciare la vita in una società più civile.

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    2011 - Meena Paudel e Caroline Nomfundo Pilisani

    Meena Paudel (a sinistra), nata con una grave malformazione alla colonna vertebrale, è stata per questo abbandonata da piccola dalla propria famiglia. Lei ha studiato ed è diventata inarrestabile, non si è accontentata, non le è bastato conquistare l’autonomia per sé. Si batte per non vedere più bambine vittime sin dalla nascita della violenza e del pregiudizio. Così impegna tutte le sue energie in un progetto che coinvolga donne colpite da disabilità fisiche o mentali e problemi di emarginazione sociale. Fa parte del Nepal Disabled Women Association ed è coordinatore per il Nepal di CBM, una Ong che combatte da più di un secolo le disabilità nel sud del mondo.

    Caroline Nomfundo Pilisani (a destra) nasce nel 1950 a Cape Town. E’ una donna, è nera, in un luogo e in un’epoca in cui le persone di colore sono escluse dagli incarichi pubblici e, se donne, al massimo possono sperare in un lavoro da cameriere nelle case dei ricchi bianchi. Ma Nomfundo Caroline ha altri progetti. Studia e diventa preside. Nomfundo Caroline diventa presto il punto di riferimento per la sua comunità. Si trasforma in “Mama Pilisani”. La Casa del Sorriso da lei fondata è un rifugio sicuro per le donne e i bambini che ospita, ma soprattutto è l’ occasione per prendere coscienza dei propri diritti. Il luogo dove una madre sorridente offre i doni preziosi dell’autonomia e della libertà. Dal 2007, ha dato un futuro a più di 400 persone, tra donne e bambini.

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    2012 - Caddy Adzuba Fauraha

    Caddy è una giovane giornalista che porta avanti la sua battaglia quotidiana per dare voce ai senza voce, per denunciare le violazioni dei diritti umani e per offrire una vita migliore alle donne che hanno subito violenza e ai loro bambini. La Repubblica Democratica del Congo sta ancora vivendo le conseguenze di una guerra civile che ha interessato il Paese dal 1996 al 2008, che ha mietuto più di cinque milioni di vittime e che, in alcune aree, non è ancora terminata. Una società in cui le donne sono quotidianamente violentate, i bambini reclutati con forza, sia dai ribelli che dall’esercito regolare, portati via dalle loro famiglie, armati e obbligati a combattere, le bambine inoltre violentate per soddisfare gli istinti sessuali dei soldati stessi. Attraverso Radio Okapi, una radio al servizio della pace, e nell’ambito delle diverse associazioni di cui fa parte, Caddy non smette di denunciare questa situazione di crudeltà e orrori continui.

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    2014 - Anna Maria Scarzello

    Suor Anna Maria Scarzello è nata il 12 febbraio 1939 a Tarantasca, in provincia di Cuneo. Dal 1984 al 2003, si è distinta per l’importante impegno profuso a favore dell’emancipazione delle giovani donne del Chiapas, in Messico, dove ha lasciato una traccia profonda di dedizione, speranza, benessere e promuovendo una cultura della pace e della collaborazione. Da alcuni anni si trova in missione in Siria, a Damasco, come direttrice della comunità delle “Figlie di Maria Ausiliatrice”, le cui volontarie lavorano presso l’ospedale italiano di Damasco; lì è impegnata a promuovere - in un contesto segnato dalla guerra e da profonde violenze - l’educazione alla pace e il rispetto dei diritti umani. Suor Scarzello è diventata un simbolo di speranza per l’intera comunità, in particolare per i giovani, le donne, i poveri e gli ammalati.

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    2015 - Aicha Belco Maiga

    Da sempre impegnata in ruoli che la portano a spendersi a favore delle donne, Aicha Belco Maiga riesce a conferire a ogni suo interesse un valore particolare, sul piano sia economico sia socio-politico, dalla gestione e risoluzione dei conflitti ai diritti umani, al diritto alla libertà e all’uguaglianza davanti alla legge, alla promozione e alla nascita politica di donne leader, alla lotta contro la povertà e allo sviluppo culturale. Aicha è perseverante nella sua convinzione di donna leader al servizio esclusivo della pace e della sicurezza, soprattutto del suo Paese, il Mali, che, nella parte settentrionale, è sconvolto da ribellioni e ripetuti e interminabili conflitti che vedono anche il reclutamento di bambini-soldato per scopi jihadisti. Nel 2013 è eletta Deputato a Tessalit, per l’Assemblea Nazionale del Mali. Nel 2004, Aicha fonda un’organizzazione non governativa, nel nord del Mali, che interviene nei settori dell’istruzione, della sanità, dello sviluppo comunitario, dell’approvvigionamento idrico nelle zone rurali, del sostegno alle attività generatrici di reddito.

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    2016 - Nadia Murad Basee Taha

    Il 3 agosto 2014 è il giorno che stravolge l’esistenza, fino ad allora serena, della giovane irachena Nadia Murad Basee Taha. Il Daesh attacca il suo villaggio yazida, comunità che pratica una religione antichissima che contiene elementi di cristianesimo, islam e zoroastrismo e che i miliziani di Al Baghdadi condannano, ritenendola adorazione del diavolo. Tutti gli uomini sono uccisi e donne e bambini sono presi in schiavitù. Nadia perde sei fratelli e la madre, assassinata insieme ad altre ottanta donne sopra i quarantacinque anni, ritenute troppo vecchie per essere sfruttate. Tenuta in prigionia per tre mesi, Nadia è stuprata e ripetutamente venduta e comprata come schiava del sesso da membri del Daesh. Riesce a scappare. Da allora, Nadia conduce una campagna per condannare i crimini perpetrati in nome dell’Islam e per indurre i musulmani a respingere il Daesh, chiedendo loro di difendere i valori della loro fede e di mostrare tolleranza verso gli altri credi. Nadia è risoluta a incontrare il maggior numero di leader mondiali per impedire che proseguano le violenze perpetrate dal Califfato islamico, che in Siria e in Iraq sta conducendo una vera e propria pulizia etnica.


"Donna dell'anno 2017" si ispira a una frase di Gandhi: «La vera fonte dei diritti è il dovere».

Ci spiega Andrea Rosset, presidente del Consiglio regionale della Valle d’Aosta/Conseil De La Vallee: «Il concetto di dovere è alla base della convivenza civile, perché non si hanno diritti senza corrispondenti doveri. Ma il dovere è anche un valore morale che si realizza nei confronti del prossimo, che guida le nostre scelte più nobili attraverso il rispetto e la solidarietà ma anche il sacrificio e l'abnegazione. Il Premio, quindi, ancora una volta ci darà la possibilità di incontrare donne eccezionali con storie straordinarie».

Guarda le foto più belle della serata dello scorso anno:


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    L'attrice Paola Corti presenta la serata

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    Paola Corti con Simona Atzori

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    Una serata di musica grazie al soprano Sandra Balducci e al tenore Daniele Di Tommaso, accompagnati al pianoforte da Viviana Zanardo.

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    Il balletto di Simona Atzori, ballerina di fama internazionale, pittrice e artista a 360 gradi

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    Ancora Simona Atzori

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    Esibizione di Simona Atzori

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    Gli spettacoli di danza sono stati curati da L'Ecole et Conservatoire de danse di Ellada Mex, la Kriska Accademy e l'Officina Danza Asd.

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    Le premiazioni

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    Gran finale

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    Il pubblico


Dalla difesa dei diritti umani, alla libertà di pensiero, coscienza e religione, dalla lotta per condizioni giuste di lavoro alla libertà sindacale allo sviluppo della cooperazione internazionale. Il prestigioso riconoscimento, finalizzato a sostenere le attività promosse dalle finaliste, si articola in tre premi del valore complessivo di 45mila euro che saranno suddivisi tra la vincitrice del premio “La Donna dell’Anno”, la vincitrice del Premio popolarità (assegnato con voto popolare tramite il sito internet del Consiglio regionale), e la terza classificata.​

Nato nel 1998, per iniziativa del Consiglio regionale della Valle d’Aosta//Conseil De La Vallee, il premio vuole difendere i valori di identità culturale dei piccoli e grandi popoli, per la conquista e la tutela dei propri diritti fondamentali.

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