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Questa nazionale di spiantati (per me) ha già vinto

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Separati, divorziati, oriundi, emigrati all’estero: la nazionale è lo specchio della nuova Italia. E forse ci può aiutare a disattivare il filtro “diversità” dai nostri schemi mentali

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Separati, divorziati, oriundi, emigrati all’estero: la nazionale è lo specchio della nuova Italia. E forse ci può aiutare a disattivare il filtro “diversità” dai nostri schemi mentali

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: ci sono anch’io tra i milioni di italiani che guardano il calcio una volta ogni quattro anni, fatta eccezione per i momenti di gloria della mia Inter (ma l’ultimo è stato appunto quattro anni fa).

Se ho frugato tra le pagine sportive dei quotidiani è stato solo per capire come conciliare la partita di sabato prossimo con l’orda di amici in arrivo dalla Puglia per il mio compleanno.

È così che sono inciampata in un articolo di Emanuela Audisio, che mi ha fatto notare come la nazionale italiana per la prima volta schieri 2 separati, 1 divorziato, 1 ragazzo padre, 2 oriundi e 3 giocatori emigrati all’estero. Uno specchio della nuova Italia, insomma.

Non che l’Italia sia cambiata negli ultimi quattro anni. Ma forse una squadra così assortita, che guarderemo adoranti mentre stona l’inno nazionale, che nel giro di due settimane ci risulterà più familiare dei vicini di pianerottolo, forse una squadra così può aiutarci ad assimilare un cambiamento in atto da tempo.

L’unico modo per disattivare il filtro diversità dai nostri schemi mentali, è quello di vivere fianco a fianco col presunto diverso. Perché quando ti accorgi che è una persona, non un’idea, smette di essere diverso. E io ne ho le prove.

Sono nata in una terra (e in un’epoca) che non dava cittadinanza alla omosessualità. Quando l’omosessualità ha bussato alla porta di casa mia, e aveva la faccia del mio migliore amico, allora ha smesso di essere un marchio, un filtro, per diventare qualcosa di pressoché irrilevante, come il gusto di gelato preferito.

Sono cresciuta in un contesto profondamente cattolico, dove un divorziato era un disertore della famiglia. Quando un divorziato è entrato a far parte della mia famiglia, questa immagine ha lasciato il posto a quella di un uomo coraggioso, che ha saputo prendere un secondo treno per la felicità.

Il paradosso è che passiamo un quarto della nostra vita ad assimilare schemi mentali e i rimanenti tre quarti a cercare di liberarcene. E ben vengano fiction in prima serata, pubblicità di bastoncini di pesce e squadre di calcio se ci aiutano ad accorciare le distanze con ciò che sembra lontano e minaccioso.

Per i bambini è tutto più facile. Vi ho già raccontato di mia figlia Sara, treenne, e dei suoi compagni di classe, che proteggevano per istinto il piccolo D., affetto da una grave forma di autismo, pur senza registrare (all’apparenza) le stranezze che gli vedevano fare. Bene, è successo di nuovo, a una Sara ormai seienne: per un anno intero mi ha parlato della sua amichetta M., compagna di teatro, e che al saggio finale ho scoperto essere affetta da una forma di ritardo che le impediva di esprimersi correttamente.

Come facevano a comunicare? In quale linguaggio si dicevano le cose che Sara mi riportava?

È un mistero che ho deciso di non indagare per non rompere l’incantesimo di un cuore dove le caselle “colore della pelle”, “quoziente intellettivo”, “estrazione sociale” non sono ammesse.

NB In compenso, di tutti i suoi amici Sara conosce il colore preferito e il piatto del cuore. Molto meglio, no?

Questo pezzo è il mio editoriale del n. 24 di Confidenze, in edicola oggi


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