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Raffaele Cantone: vivo sotto scorta. Non ho paura ma mi sento solo

di Giusy Cascio
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Per anni è stato a capo della direzione antimafia di Napoli. Il clan dei Casalesi gli ha giurato vendetta perché con le sue indagini ha capito che volevano uccidere lo scrittore Saviano. Da allora Raffaele Cantone ha dieci "angeli custodi". Con loro portai figli a scuola, con loro va in vacanza con la famiglia. La ragione? Tutta in una unica parola: giustizia

Per anni è stato a capo della direzione antimafia di Napoli. Il clan dei Casalesi gli ha giurato vendetta perché con le sue indagini ha capito che volevano uccidere lo scrittore Saviano. Da allora Raffaele Cantone ha dieci "angeli custodi". Con loro portai figli a scuola, con loro va in vacanza con la famiglia. La ragione? Tutta in una unica parola: giustizia

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«Lo vuole un caffè? Prego, si accomodi». Siamo a Giugliano, il terzo comune della Campania per numero di abitanti. Davanti a noi c'è un tipico uomo del Sud. Generoso, perbene. Goloso di buone letture, mozzarella di bufala e mele annurche. Quest'uomo fa il magistrato e lavora a Roma, in Cassazione.

Si chiama Raffaele Cantone, ha 45 anni. Di anni alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli ne ha trascorsi otto. Qui, con le sue indagini accurate, ha scoperto gli affari più loschi della camorra, non ultimo il progetto di assassinare lo scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra. Ed è per questo che i clan, ancora oggi, gli giurano vendetta. Nella strada in cui abita c'è una pattuglia 24 ore su 24 che vigila sulla sua incolumità. E sulla sicurezza di Rosanna, la moglie, e di Claudia ed Enrico, 13 e 10 anni.

Casa sua, una villetta senza lussi, è piena di fotografie dei bambini. Papà Raffaele ne va fiero. La cosa a cui non rinuncerebbe mai è «passare le vacanze insieme, accompagnarli a scuola». Cose normali. Peccato che Cantone debba farle sempre e comunque sotto scorta. «Dieci ragazzi che si danno il turno, cinque a cinque, a giorni alterni» spiega. E se gli chiedi perché, lui risponde: Solo per giustizia. Come il titolo della sua autobiografia (Mondadori), appena uscita e già nella top ten dei libri più venduti.

Dottor Cantone, perché questo libro?

«Volevo raccontare le tappe della mia vicenda umana e professionale. Per mostrare che si crea un intreccio inevitabile tra la vita pubblica di un magistrato e il suo privato».

Da dove nasce il titolo?

«Quel solo significa soltanto, perché la molla che guida un magistrato è unicamente il rispetto della legge. Ma significa anche che un pm deve prendere decisioni difficili in totale solitudine. Se pure non ti senti abbandonato dal contesto, spesso sei solo».

Perché è diventato magistrato?

«Un po' per caso. Laureato in Giurisprudenza (a 22 anni alla Federico II di Napoli, con 110 e lode, ndr), volevo fare l'avvocato penalista. Ma con la pratica ho capito che ero più attratto dalle indagini. Il bello del lavoro del pubblico ministero è che segue il processo dalle

prime fasi. Anche sotto il profilo umano».

Quindi?

«Superato il concorso, sono entrato in magistratura nel 1991. Nel 1999 sono arrivato alla Dda, la Direzione distrettuale antimafia dove sono restato fino al 2007».

Ma erano già cominciate le minacce?

«Sono stato colpito, poco prima di entrare in Dda, da un volantino diffamatorio. I colleghi cercavano di sdrammatizzare con la battuta: "Meglio una calunnia che un proiettile

in testa". Ma quel volantino minava la mia credibilità. Questo dà il dolore più grande. Al di là del rischio reale».

Che comunque c'era. Forte.

«Sì, tanto che dal febbraio 1999 mi è stata assegnata l'auto blindata. La scorta, invece,

nel 2003. Ci tengo a ringraziare tutti i ragazzi: Franco, Peppe, Raffaele, Luigi, Francesco, Walter, Luca, Giampaolo, Peppe, Marino».

I suoi vicini accettano la scorta?

«All'inizio hanno firmato una petizione per mandarmi via. E questo mi ha amareggiato. Sa, alcuni commercianti guardano alle piccole logiche di bottega, anche perché poco dopo il mio arrivo a Giugliano molti negozi abusivi sono stati controllati e per un periodo chiusi».

Chi la minaccia?

«Ci sono state voci di attentati preparati contro di me dal clan dei Casalesi. E il mio nome è stato fatto in aula al Processo Spartacus (che ha condannato gran parte dei camorristi che fanno riferimento al boss Francesco "Sandokan" Schiavone, ndr). Eppure io con quel processo non c'entronulla, non me sono mai occupato. Ora lavoro a Roma, al Massimario della Cassazione. Studio Diritto tributario, si figuri. Ma l'angoscia nasce proprio quando non sai che cosa c'è dietro. È davvero inquietante».

Ha mai ricevuto minacce esplicite?

«Certo, una volta anche un biglietto firmato. Me lo portò l'avvocato del latitante Michele Zagaria, perché voleva farmi sapere che non ce l'aveva con me: lui non aveva mai nemmeno pensato di torcere un capello a un uomo delle istituzioni».

Un avvertimento mafioso?

«Simbolico: vuol dire che rispettano i segni formali dello Stato. Del quale, però, occupano gli spazi vuoti».

In che senso?

«La camorra ottiene consenso perché dà posti di lavoro e sa controllare le imprese con giri d'affari enormi. Per scardinare il sistema la sola repressione non basta. Bisogna eliminare le condizioni che creano terreno fertile alle attività illecite e costruire alternative per i giovani, attratti dai guadagni che i clan promettono».

Quando ha capito che cosa è davvero la camorra?

«Non c'è stato un episodio preciso. Qui a Giugliano la camorra è nell'aria. La noti dalla quantità di moto in strada, ingiustificata dal reddito. Seguire le guerre tra clan, in un paese dove tutti si conoscono e sanno chi è il boss, è un po' come condividere le tradizioni del posto. Tra noi ragazzi Gomorra, come la chiama Saviano nel suo bestseller, la davamo per scontata. E ne discutiamo pure oggi. Gli amici sono gli stessi di allora».

Saviano è un suo amico?

«Lo è diventato nel tempo e ho imparato a rispettare certi lati del suo carattere. Per esempio, se scompare, bisogna accettarlo».

Scompare?

«Non si fa sentire, quando tu lo cerchi, non ti cerca... Chi non lo conosce pensa che si sia montato la testa, invece è rimasto una persona semplice. Con lui posso parlare di tutto».

Di che parlate?

«Anche dei fatti suoi, personali».

Donne?

«Capita. Roberto non è così disinteressato all'argomento» (ride).

La sua, di donna, le ha mai chiesto di mollare le indagini?

«Rosanna sa quanto amo il mio lavoro. Non mi ha mai chiesto apertamente di lasciare le indagini. Sono io che ho deciso di cambiare ufficio, per la serenità di tutti noi, dei bambini».

E i suoi figli le hanno mai chiesto se ha paura?

«Sì, in tante occasioni. Ma io ho sempre cercato di rassicurarli».

Se Claudia vuole andare al cinema o Enrico allo stadio, possono farlo?

«Da soli, sotto tutela, senza grossi problemi. Ciò che io posso fare, per lasciarli liberi di avere una vita il più possibile normale, è limitare la mia presenza: li metterebbe in pericolo».

E la villeggiatura, la scuola?

«Vado in vacanza con loro sempre negli stessi posti, testati. Con la scorta. E con la scorta li accompagno a scuola. Così ho trovato un mio equilibrio e al peggio non ci voglio pensare».

Lo sa che lei è un eroe?

«Ma quale eroe! Al massimo sono un secchione. Faccio il mio dovere con dignità e orgoglio: per me appartenere alla magistratura è un privilegio. Quando ero in Procura, se ci fossero stati i tornelli di cui tanto si parla oggi, mi sarei arricchito con gli straordinari».

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