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Scambio di embrioni: quei gemelli, per me, hanno 4 genitori

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Sono nati. Di nascosto dalle telecamere e dal clamore. Parlo del frutto della gravidanza più mediatica dopo quella di Belen. Peccato che non di gossip si tratti, ma di cronaca, quella cronaca che non vorresti mai sentire: lo scambio di embrioni avvenuto all'ospedale Pertini di Roma, che ha fatto sì che una donna abbia partorito i gemelli di un'altra coppia.

Mentre i genitori biologici si preparano alla battaglia finale per accaparrarsi le creature, e aspettano per oggi la sentenza del Tribunale che dovrebbe stabilire a chi spetta lo status di genitori, tutti parlano di vuoto legislativo. Di un diritto che non viaggia alla stessa velocità del progresso scientifico. E in effetti è così.

Ma davvero è solo una questione di leggi mancanti?

In questa storia io ci vedo piuttosto un ritardo culturale e morale rispetto all'evoluzione di una società, dove la sacralità del legame-di-sangue sbiadisce sempre di più rispetto al valore del prendersi-cura.

Qualcuno, in questi 5 mesi, ha provato a parlare con le due coppie, ma non di leggi, cavilli, diritti, bensì di che cosa significhi essere genitori?

Se così fosse stato, probabilmente oggi non starebbero litigando per interposto avvocato, ma avrebbero già raggiunto un accordo.

Magari proprio quell’accordo che suggerisce Gustavo Pietropolli Charmet e cioè

«vivere in una specie di kibbutz, in cui ogni adulto - ciascuno in virtù del proprio ruolo - diventa genitore».

Sembrerà strano, ma una delle più belle lezioni sulla genitorialità l'ho avuta dal padre gay di due creature, cresciute nell'utero di una donna, grazie all'ovulo di un'altra donna, fecondato dagli spermatozoi del suo compagno. Un gran casino, insomma.

Da cui è nata la sua riflessione, pubblicata sul n. 22 di Donna Moderna:
«A renderci genitori è l'assunzione di responsabilità. È il desiderio di essere padre o madre e di occuparsi di un figlio che rende tali».



Secondo questa sacrosanta verità, in quel guazzabuglio del Pertini sono tutti genitori.

Lo capiranno anche i bambini. Ma adesso devono accettarlo loro, i genitori. E qualcuno deve aiutarli a farlo.

Voi cosa ne pensate?

Questo pezzo sarà pubblicato sul n. 34 di Donna Moderna.

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