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Trivelle nell’Adriatico: ma ci conviene o è solo un rischio per il mare?

di Adriano Lovera
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Via libera alle trivellazioni al largo di uno dei paradisi naturali italiani, le isole Tremiti, nel parco naturale del Gargano, al largo di Foggia. Protestano gli ambientalisti e gli operatori turistici e 10 Regioni hanno pronto un referendum. Ma alla fine, ci conviene?

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Via libera alle trivellazioni al largo di uno dei paradisi naturali italiani, le isole Tremiti, nel parco naturale del Gargano, al largo di Foggia. Protestano gli ambientalisti e gli operatori turistici e 10 Regioni hanno pronto un referendum. Ma alla fine, ci conviene?

Trivelle ancora in azione nel mare Adriatico. Pochi giorni prima di Capodanno, il Governo ha dato il via libera per l'attività di esplorazione dei fondali marini, a caccia di petrolio, nel mare delle isole Tremiti (Puglia), uno dei posti più belli del Sud Italia. Una mossa che ha scatenato le proteste degli ambientalisti, ma anche degli operatori turistici, e riacceso le polemiche sullo sfruttamento dei cosiddetti giacimenti off-shore (quelli appunto in mare aperto), proprio nei giorni in cui la Corte Costituzionale è chiamata ad ammettere o rigettare definitivamente un referendum proposto da dieci Regioni su questo tema. Ma alla fine, ci conviene?

Il Governo, in prima fila il ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi, pensa che questa opportunità per l'Italia sia irrinunciabile. E dello stesso avviso sono Confindustria e diversi economisti. Il documento di Strategia energetica nazionale dell'esecutivo mette in luce alcuni numeri. Benché in Italia le fonti rinnovabili siano ben sviluppate (circa il 10% del fabbisogno nazionale), ancora oggi importiamo l'80% dell'energia di cui abbiamo bisogno, in gran parte gas e petrolio. Il costo di questa dipendenza è salato: circa 60 miliardi l'anno. E purtroppo anche l'energia prodotta da sole e vento grava sui contribuenti, perché si regge su 6 miliardi l'anno di incentivi fiscali. Il Piano vorrebbe ridurre dall'80% al 67% la quota di combustibili provenienti dall'estero entro il 2020, favorendo l'uso delle rinnovabili ma spingendo anche sull'estrazione di gas e petrolio che si trovano sulla terraferma e sui fondali. Otterremmo un risparmio di 9 miliardi l'anno, ma daremo vita anche a investimenti industriali per 170 miliardi, utili quindi per dare lavoro e sostenere il Pil. Ben vengano, quindi, le trivellazioni in mare, a patto di usare le tecniche più avanzate e di salvaguardare uno spazio di 12 miglia dalla costa, circa 19 km, come richiede la legge. "Anche le esplorazioni autorizzate vicino alle Tremiti" ha assicurato il ministro Guidi "rispettano questo limite".

Di tutt'altro avviso il fronte del no, composto da associazioni ambientaliste, docenti universitari (che di recente hanno firmato un appello rivolto al Governo per cambiare politica energetica) e molte Regioni, che in realtà non si oppongono al 100%, ma sono preoccupate per gli impianti troppi vicini alle coste, che possono deturpare il paesaggio e avere impatti nefasti sul turismo. Anche il presidente del Fai (Fondo ambientale italiano), Andrea Carandini, si è detto esterrefatto per le nuove concessioni. "Ma come? Si mettono a rischio ambiente e turismo per due spiccioli e quattro gocce di petrolio?" ha detto.

Vantaggi tutti da verificare
Il punto sta proprio qui. Secondo Legambiente, le riserve di petrolio che si potrebbero rintracciare sui nostri fondali basterebbero a soddisfare l'intero fabbisogno italiano per 7-10 settimane l'anno. Stop. E da quel momento, torneremmo a dover comprare dall'estero. "Ha senso mettere in pericolo la pesca e il turismo per questo?" si chiede la presidente Rossella Muroni. Inoltre, anche dal punto di vista economico, i vantaggi sembrano tutti da verificare. Attualmente le società attive in Italia per la produzione di gas e petrolio pagano circa il 5-6% del ricavato come diritti di sfruttamento (royalties) ai territori in cui operano. Un totale di 400 milioni di euro l'anno. "Sono una miseria. La Norvegia, ad esempio, chiede molto di più" secondo Nicola Armaroli, ricercatore del Cnr. Altro tema a favore del "no" riguarda il prezzo del petrolio sul mercato mondiale. Ormai il barile si scambia a 30-35 dollari. Nel 2013, anno in cui il Governo ha redatto il suo documento, era sui 100 euro. Quindi le stime su quanto costa realmente per l'Italia importare il petrolio di cui ha bisogno andrebbero drasticamente ridotte.

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