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Il caso di Yara Gambirasio raccontato da un grande scrittore

di Raul Montanari

La sentenza di primo grado è arrivata. Il muratore Massimo Bossetti è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, la giovane promessa della ginnastica artistica uccisa nel 2010 in provincia di Bergamo. Ecco la ricostruzione del giallo, firmata da un grande scrittore

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La sentenza di primo grado è arrivata. Il muratore Massimo Bossetti è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, la giovane promessa della ginnastica artistica uccisa nel 2010 in provincia di Bergamo. Ecco la ricostruzione del giallo, firmata da un grande scrittore

Yara. Un nome insolito, un viso dolce e comune. Il sorriso adolescente, disarmato, i capelli tirati indietro a scoprire la fronte, i denti ancora mortificati dall’apparecchio correttivo. Unico segno particolare: è una promessa della ginnastica ritmica. All’inizio, lo ricordiamo tutti, Yara scompare. È il 26 novembre del 2010. Il luogo è Brembate Sopra, placida e ricca provincia bergamasca.

E qui ha inizio una delle indagini più sconcertanti della storia criminale italiana. Si comincia col cercare Yara mobilitando dei volontari. Il guaio è che i volontari sono sì pieni di passione, ma devono essere istruiti e guidati con competenza. In realtà, ancora oggi, nessuno è in grado di dire chi abbia organizzato le ricerche. Si parla della Protezione civile, ma erano stati coinvolti perfino degli ex alpini. In ogni caso, l’azione dei volontari non porta a nulla.

In compenso arriva un grande classico dei gialli: la falsa pista, con tanto di mostro sbattuto in prima pagina. Viene arrestato un piastrellista marocchino, Mohammed Fikri, che lavora in un cantiere dove si sospetta che Yara possa essere stata sequestrata e uccisa. Pare che, in una telefonata alla fidanzata, Fikri abbia pronunciato una frase compromettente. Peccato che ciascuno dei vari interpreti consultati dagli inquirenti abbia dato una traduzione diversa di questa frase. L’arresto avviene nel modo più spettacolare: il traghetto che sta portando Fikri in Marocco viene fermato in mezzo al mare.

Il pubblico si appassiona, i luoghi comuni si sprecano. Nel cantiere vengono portati i famosi cani molecolari, capaci di rintracciare al fiuto le molecole di sangue. Animali meravigliosi, che combinano il nuovo e il vecchio: da una parte le audacie della scienza applicata alla criminologia, dall’altra l’amico dell’uomo, capace di scavare nelle macerie di un terremoto o fra le nevi di una slavina per portare soccorso.

Niente da fare. Anche i cani falliscono, per tre buoni motivi. Il primo: un cantiere edile è, dopo un ospedale, il posto in cui è più facile che ci siano tracce di sangue, per le piccole ferite che i muratori si procurano ogni giorno. Inoltre questo cantiere non è mai stato chiuso dalle autorità per compiere le indagini. Terzo motivo, decisivo: il corpo di Yara non è nel cantiere.

Viene ritrovato a 3 mesi esatti dalla scomparsa, in un campo a poche centinaia di metri dal centro di coordinamento dei volontari, che evidentemente di lì non erano passati. Questa scoperta segna il momento in cui dolore e rabbia prendono il sopravvento, e nelle case di tutt’Italia i genitori si scambiano occhiate di angoscia: si respira la paura che ciò che è accaduto a Yara possa avvenire di nuovo, che l’incubo peggiore di ogni madre e padre si moltiplichi.

Le indagini, invece, sembrano arenarsi. E per qualche mese le notizie su questo caso scivolano sempre più indietro nelle pagine dei giornali. Poi, la svolta romanzesca: il Dna dell’assassino, di cui è rimasta traccia sul corpo di Yara, porta a un autista di bus morto 14 anni fa, che di questo assassino doveva essere il padre. Dal passato riemerge la storia di un amore segreto consumato a Gorno, un paesino della Valseriana in cui tutti si conoscono, e di un parto clandestino.

Mentre il povero Fikri, scagionato, esce finalmente di scena, il mistero si infittisce. Se il padre dell’assassino è morto, dov’è la madre? È morta anche lei? È emigrata? Abita ancora nella zona ma tace per proteggere il figlio? Per questo Csi lascia il posto a Maigret. O a Montalbano.

Si torna ai metodi di indagine tradizionali per trovare colui che si è macchiato di uno dei crimini che più hanno colpito la nostra coscienza collettiva. Perché ogni giorno bambini e ragazzi incontrano destini tragici, eppure forse solo la tragedia di Vermicino, nel 1981, con il piccolo Alfredino imprigionato in fondo a un pozzo, ci aveva dato una sensazione così profonda di familiarità e condivisione. Yara poteva essere la figlia di chiunque fra noi, alla fine è diventata la figlia di tutti.

Il 16 giugno 2014 viene arrestato, in base a prove scientifiche, Massimo Giuseppe Bossetti, 43 anni, muratore di Mapello, sposato e padre di tre figli. A maggio di quest’anno il pm chiede l’ergastolo. E gli italiani continuano ad appassionarsi a ciò che i media chiamano “giallo”. Una cosa è la trama di un romanzo, però. Un’altra è la vita. Il caso Yara non è un “giallo”. Tv, giornali, Internet sono stati criticati per aver amplificato a dismisura questa e altre vicende di cronaca nera, è vero. Eppure dobbiamo ricordarci che i media di solito intercettano i gusti del pubblico, più che imporre al pubblico qualcosa che non desideri già.

Allora perché abbiamo l’urgenza di immergerci con avidità in queste storie dalle tinte violente? Forse facciamo fatica ad amare le nostre esistenze tutto sommato comode, in cui i drammi sono le beghe condominiali, le bollette, i silenzi di un figlio, il no di una persona amata, e abbiamo voglia di tragedie in cui altri esseri umani mettono in gioco tutto ciò che hanno, e la vita e la morte danzano sull’orlo del precipizio.

Il grande poeta latino Lucrezio descrive il piacere turbato di chi, standosene al sicuro sulla spiaggia, assiste al naufragio di una nave, alla lotta dei marinai per sopravvivere: dopo 2000 anni, questa immagine è ancora perfetta per descrivere il nostro rapporto con i media. Abbiamo fame di storie dure, perfino cruente, da divorare per distrarci dalla routine quotidiana.

Certo, le emozioni che proviamo sono sincere, la pietà per le vittime e l’indignazione contro gli assassini sono sentimenti indiscutibili. Ma è nel profondo di noi stessi che si nasconde l’inquietudine vera, quella che non abbiamo il coraggio di scrutare.

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