Vado a lavorare in campagna

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Vincenzo Petraglia

Sono 50.000 (e aumentano sempre di più) le aziende agricole guidate da under 35. Che, finiti gli studi, scelgono di “tornare alla terra”. E, grazie a moderne tecnologie e progetti innovativi, rivoluzionano l’antico mestiere del contadino

Un tempo l’agricoltura era vista come qualcosa di obsoleto e faticoso. Oggi conquista sempre più imprenditori, spesso giovani e non di rado donne. Colpa sicuramente della crisi economica, che fa calare gli occupati negli altri settori mentre i campi continuano a richiederne. Ma anche merito della voglia di ritrovare ritmi di vita più salutari e naturali. Il trend del “ritorno alla terra” è iniziato una decina di anni fa e non accenna a ridimensionarsi. Secondo gli ultimi dati Coldiretti, sono 50.000 (il 6,6% del totale) le aziende agricole guidate da under 35, metà dei quali laureati. In pratica, nel nostro Paese un’impresa giovane su 10 opera nell’agricoltura, con un incremento rispetto allo scorso anno del 9,3%.

Li chiamano “contadini 2.0” per la loro capacità di modernizzare uno dei mestieri più antichi del mondo con nuove offerte: trasformazione dei prodotti, energie rinnovabili, corsi di cucina e benessere, fattorie didattiche, pet therapy. Attività nelle quali le donne hanno un ruolo sempre più significativo. Non è un caso, dunque, che il nostro Paese occupi le prime posizioni a livello europeo per il numero delle manager in agricoltura: circa 220.000, con una proporzione di 1 su 3. Ecco le storie di alcune di loro.

Moira: «Ho lasciato il posto fisso per allevare asini»

Da un impiego a tempo indeterminato alla vita di campagna fra asini, confetture e stelle alpine. Moira Donati, 37 anni, madre di una bimba di 4, è laureata in Comunicazione e fino al 2010 lavorava alla Provincia di Trento, la sua città. Poi ha scelto «il salto nel buio in cerca di un maggiore appagamento». Grazie ai suoi risparmi e all’aiuto del Fondo europeo per lo sviluppo rurale, ha messo su una fattoria a Comano Terme, vicino a Madonna di Campiglio. Qui coltiva piante officinali (malva, calendula, arnica, genepy), conduce un allevamento di 40 asini e vende il loro latte, preziosissimo nei trattamenti per la pelle, a diverse aziende cosmetiche. «Li conosco uno a uno» spiega. «Sono animali incredibili, docilissimi e di un’intelligenza straordinaria». Quando ha lasciato il mitico posto fisso in molti le hanno dato della pazza: «Per fortuna non ho ascoltato nessuno e oggi ho un’attività che mi diverte». E che funziona alla grande: l’azienda agricola di Moira è stata premiata con l’Oscar Green di Coldiretti destinato alle startup ecosostenibili, sta potenziando i laboratori e il canale di vendita online. Risultato? «Lavorare in campagna non è una passeggiata. Ogni sera vado a letto esausta, ma felice, perché mi sento parte di quel ciclo naturale della vita dal quale spesso lo stress quotidiano ci allontana».

Elisa: «Ho inventato un nuovo formaggio»

«C’è ancora chi pensa che l’agricoltore sia un caprone che zappa la terra perché incapace di fare altro, invece questa professione è più concreta e innovativa di altri lavori astratti che talvolta disumanizzano e allontano dall’essenza delle cose». Elisa Pozzi,31 anni, risponde così a chi ancora non si capacita di come, completati gli studi all’American School di Milano, abbia scelto l’hinterland e nello specifico l’allevamento-caseificio dei nonni a Zibido San Giacomo. Dove 100 mucche che lei chiama «le mie bambine» sono il primo step per ricavare formaggi d’eccellenza come la caciotta Zipotta. «È la creatura di cui vado più fiera» confida Elisa «perché è il frutto di una serie di esperimenti con cui ho messo a punto la ricetta finale, molto apprezzata anche a Expo 2015». I suoi formaggi sono ottenuti con metodi naturali e manuali per i quali è stata anche finanziata dalla Fondazione Cariplo attraverso i Mercati della terra Slow Food, che assorbono parte della produzione. Il merito, secondo lei, è dell’attenzione riservata al benessere agli animali: «Se li rispetti, gli animali ti danno in cambio moltissimo. Le nostre vacche producono ancora a 18 anni, mentre altrove a 4 vengono già mandate al macello».

Maria Letizia: «Faccio del bene alle persone e all’ambiente»

Ha iniziato la sua avventura nelle campagne di Osimo (Ancona) a soli 19 anni, dopo la maturità classica. I genitori erano funzionari pubblici, ma fin da piccola Maria Letizia Gardoni, oggi 28enne, sognava di fare l’imprenditrice agricola. Con un mutuo ha acquistato i 9 ettari di terreno sui quali coltiva prodotti ortofrutticoli macrobiotici, recuperando anche antiche varietà. Nel frattempo si è laureata in Agraria e dal 2014 è presidente di Coldiretti Giovani. «Quando ho iniziato ero una mosca bianca, ma oggi per fortuna sempre più ragazzi fanno questa scelta: in un Paese che ha nell’agroalimentare la sua più grande risorsa ci sono ottime opportunità». Le motivazioni non mancano, nonostante le inevitabili difficoltà. «I tempi sono lunghissimi e non hai subito il riscontro di ciò che fai. Ma dato che riguarda il cibo, oggetto di uno dei più imponenti processi di speculazione al mondo, questo lavoro ti rende consapevole di quanto le nostre aziende possano portare benessere alle persone e all’ambiente tutelando la biodiversità. Una grande responsabilità».

Innocenzo: «La terra ti riporta alle origini»

Prima avvocato specializzato in diritto civile e internazionale a Milano, dove ha vissuto stabilmente per undici anni, ora impegnato in un progetto agricolo che sta piano piano realizzando. A Tricarico, in Basilicata, di dove Innocenzo Martoccia, 36 anni, è originario. «Ho avuto sempre un bel rapporto con la Milano by night ma allo stesso tempo ho sempre avuto un rapporto viscerale con la terra. Quando ci cammini sopra a piedi nudi ti dà sensazioi indescrivibili, primordiali, come se ti riportasse alle origini. Sono stati i miei avi, credo, a trasmettermi l'amore per la terra al punto che appena arrivo in campagna il primo gesto che compio è raccogliere un pugno di terreno e annusarlo per sentirne l'odore. La terra mi infonde serenità e nutre il mio spirito». La visione dell'agricoltura di Innocenzo non è però solo bucolica, ma anche di business, responsabile ovviamente. La sua vita oggi si divide fra la Basilicata, dove oltre a olio, lenticchie e ceci biologici, quando il progetto andrà a regime coltiverà anche bacche di goji e zafferano, e la Lombardia, per vendere direttamente al consumatore finale questi prodotti all'interno di una realtà alle porte di Milano a metà tra fattoria didattica e spazio per affittare e coltivare il proprio orto urbano. «La città offre sempre meno in termini lavorativi. L'agricoltura è, invece, un settore che non conosce crisi strutturali perché ha a che fare col cibo. La gente è sempre più schiava inconsapevole dei ritmi sostenuti, dei social, del tutto e subito, di uno stile di vita insomma che fa vivere in “apnea” e che sembra non soddisfarci mai abbastanza provocando frustrazione, ansia, insoddisfazione. Prima o poi la fame di ossigeno arriva e si risvegliano sensi ed esigenze assopite o addirittura mai provate. Il ritorno alla terra rappresenta una via d'uscita per ricrearsi un nuovo equilibrio in una dimensione di vita più vera e autentica».


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