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Io, il posto fisso e l’articolo 18

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Appartengo a una generazione stritolata tra il rifiuto ideologico del posto fisso e il bisogno materiale di averne uno.

Sognavo di cambiare lavoro e città a seconda delle fasi della vita. Mi sono ritrovata a fare un figlio solo dopo aver firmato un contratto a tempo indeterminato, e a sentirmi una professionista di serie B finché ho lavorato da freelance.

Ammiro i miei amici che costruiscono famiglia e carriera senza il bisogno di queste certezze del secolo scorso, ma solo pochi di loro l’hanno scelto liberamente. Per gli altri si tratta di una reazione fiera e coraggiosa a una condizione imposta.

Se c’è una cosa che vorrei per le mie figlie, è evitar loro questa contraddizione.

Vorrei che crescessero in un Paese che non è spaccato a metà tra il paradiso degli Assunti e l’inferno dei Precari.

Vorrei che si affacciassero a un mondo del lavoro dove le persone e le idee si muovono.

Vorrei che non si sentissero perdute se a 40 anni o più perdono il posto.

E vorrei che, per loro, fare il freelance fosse una scelta libera e dignitosa, non un passaporto per lavorare no-stop e senza garanzie, invidiando i privilegi del collega Assunto.

Vorrei, insomma, che vivessero col lavoro un rapporto d'amore: rinnovando l’impegno e meritandoselo ogni giorno. E quando quell'amore finisce, per un motivo o per l’altro, vorrei che fossero aiutate a divorziare e a innamorarsi di nuovo. Ecco cosa vorrei.

Ma fin quando il dibattito sul lavoro in Italia sarà ridotto a Articolo-18-sì, Articolo-18-no, tutto ciò mi sembra ancora incredibilmente lontano.



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