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Articolo 18: perché non si applica agli statali?

di Adriano Lovera
Articolo 18: perché non si applica agli statali? 1 - 5.00/5

Una sentenza stabilisce che in caso di licenziamento ritenuto illegittimo dal giudice, se si tratta di un dipendente della pubblica amministrazione, deve essere integrato sul posto di lavoro. E c'è chi denuncia: i lavoratori statali sono sempre i più tutelati

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Una sentenza stabilisce che in caso di licenziamento ritenuto illegittimo dal giudice, se si tratta di un dipendente della pubblica amministrazione, deve essere integrato sul posto di lavoro. E c'è chi denuncia: i lavoratori statali sono sempre i più tutelati

Articolo 18, dietrofront. Per i dipendenti pubblici italiani, un piccolo esercito di 3,2 milioni di persone, valgono ancora le vecchie (e per molti rimpiante) regole dello Statuto dei lavoratori. Quindi, in casi di un licenziamento ritenuto illegittimo dal giudice, un dipendente della pubblica amministrazione deve essere integrato sul posto di lavoro. Mentre nel settore privato, prima la riforma Fornero e poi il Jobs Act hanno ridotto questa possibilità soltanto di fronte a licenziamenti considerati “discriminatori” (per sesso, religione, credo politico) mentre in tutti gli altri casi, l'impresa può cavarsela con un risarcimento in denaro.

Diverso trattamento tra i lavoratori

Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Cassazione, che ha posto fine all'iter giudiziario di un dipendente del Ministero dei Trasporti, iniziato nel 2012. I Giudici, in sostanza, provando a tradurre dal linguaggio tecnico delle sentenze, hanno rilevato che le recenti riforme del lavoro puntano a fornire più flessibilità in entrata e in uscita per andare incontro alle specifiche necessità dell'impresa privata, che può accusare cali o aumenti di produzione determinati dal contesto di mercato. Mentre, se si parla di statali, gli interessi in gioco superano il diritto del singolo lavoratore, ma riguardano l'interesse pubblico generale e il principio di imparzialità della pubblica amministrazione. Dunque è ammissibile una forma maggiore di tutela.

Una decisione, che conferma la posizione sempre espressa dal Governo Renzi, e in modo particolare dal ministro della P.A. Marianna Madia, che considerano gli statali esclusi dalle novità del Jobs Act del 2015. Certo, migliaia di lavoratori adesso tirano un sospiro di sollievo. Ma non mancano le critiche. “I giudici hanno deciso che il nostro mondo del lavoro è per sempre spaccato in due gruppi, i più e i meno tutelati” ha commentato l'economista Oscar Giannino. Ma perché è così importante la sentenza, se questo è sempre stato l'orientamento dell'esecutivo? Per la solita, ingarbugliata burocrazia italiana.

Un anno fa decisione opposta
“Appena un anno e mezzo fa, sempre una sentenza della Cassazione aveva stabilito il contrario: le modifiche dell'articolo 18 volute dall'ex ministro Elsa Fornero si applicano in automatico anche al pubblico impiego contrattualizzato, cioè a tutti i dipendenti statali e locali con l'eccezione di professori, magistrati e militari” spiega Gianni Trovati, esperto di Enti locali del Sole 24 Ore. Ma ora è arrivata un'interpretazione completamente contraria. Dov'è la verità? La sentenza da prendere per buona è l'ultima. Però, per evitare che ogni volta un singolo collegio di giudici si metta a interpretare tutta la normativa, il Governo è chiamato a metterci un rattoppo. Infatti il testo del Jobs Act, quello che attualmente regola il nostro mercato del lavoro, è sempre stato giudicato un provvedimento rivolto ai privati, ma in realtà il testo non lo dice esplicitamente in alcun passo. Quindi, entro fine anno, il Consiglio dei ministri metterà il principio nero su bianco in uno dei decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione.


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