Assunti ma in realtà sottoccupati: chi sono i lavoratori a metà

Credits: Giacomo Bagnara
/5
di

Adriano Lovera

Nelle statistiche figurano tra gli assunti a tutti gli effetti, in realtà sono sottoccupati. Ovvero, hanno un impiego per poche ore al giorno o pochi mesi all’anno. Tanti vorrebbero passare al full-time e guadagnare di più, ma non riescono. Ecco perché

In Italia, vista la cronica mancanza di lavoro, tocca esultare per i dati più recenti forniti dall’Istat: ad agosto, ultimo mese di rilevazione, il tasso di disoccupazione ha toccato l’11,2%, lo 0,4% in meno rispetto allo stesso mese del 2016. Un segnale di lieve miglioramento. Però, di questo passo, quanto ci metteremo a tornare al 6% di 10 anni fa, che già ci sembrava un po’ alto? Che la strada sia lunga, e la vita faticosa, lo sanno bene i disoccupati. Ma anche un altro piccolo grande esercito di lavoratori a metà: i sottoccupati. Quelli, cioè, che un posto ce l’hanno. E nelle statistiche figurano come impiegati a tutti gli effetti. Ma avrebbero tempo e voglia di lavorare (e guadagnare) di più. Solo che non trovano l’opportunità.

I part-timer restano inchiodati a quel contratto

«Secondo l’Istat, in Italia ci sono quasi 2,7 milioni di cosiddetti part-timer involontari, cioè titolari di un contratto a tempo parziale, accettato solo perché era l’unica possibilità. Due terzi di loro sono donne. Tra queste persone, 740.000 si considerano sottoccupate nel senso che vorrebbero lavorare più ore. E sono quasi raddoppiate dal 2008» spiega Giuliano Ferrucci, ricercatore della Fondazione Giuseppe Di Vittorio. Che cosa è successo? «La crisi ha scompaginato tutto. Dieci anni fa un part-time era accettabile soprattutto per le donne, serviva per coniugare lavoro e famiglia. Successivamente, però, molti uomini hanno perso il posto e i contratti parziali delle mogli sono rimasti l’unica entrata mensile in casa» racconta Emilio Reyneri, sociologo dell’economia, docente emerito all’università Bicocca di Milano.

Pagano lo scotto della rigidità degli imprenditori e della flessione della richiesta

«Il problema è che in pochissimi casi si riesce a passare a un full-time. Un po’ per colpa della rigidità degli imprenditori, un po’ perché la crisi ha oggettivamente ridotto il bisogno delle imprese di ore lavorate. Ci sono anche mansioni che hanno dei picchi nel corso della giornata, dal cameriere al cassiere del supermercato, all’addetto al magazzino. Molte attività sarebbero in perdita se portate a tempo pieno». Il problema è che a pagare le conseguenze di questa situazione sono i lavoratori e le loro famiglie. «Io ho 41 anni, due figli di 5 e 7, e sono separata. Lavoro a tempo parziale all’Anpal, l’ex agenzia statale Italia Lavoro» racconta Alessandra, della provincia di Roma. «Prima mi andava bene. Adesso, invece, i soldi che avrei in più con il full-time mi farebbero comodo. Vediamo che succederà, spero che l’azienda esaudisca la mia richiesta». Altri, continuano a protestare e scioperare. Come i 1.000 dipendenti delle Poste in Sicilia che, denuncia la Cisl, chiedono di passare al tempo pieno visto che le numerose uscite avvenute in questi anni hanno creato spazi vuoti. Ma per ora non hanno ottenuto nulla.

Gli stagionali hanno sussidi ridotti

Quello dei part-timer involontari, però, è solo un pezzetto del problema. Perché ci sono milioni di persone che mettono insieme lavoretti nel weekend o impieghi stagionali e che figurano nelle statistiche come occupati, ma vivono al limite della povertà. Secondo un recente studio della Bce, la Banca centrale europea, la disoccupazione reale in Europa è ben maggiore di quella ufficiale e arriverebbe quasi al 20% in Italia. Come considerare, per esempio, gli stagionali del turismo? «Ho 41 anni e due bimbe di 11 e 7. Sia io sia mia moglie lavoriamo nella ristorazione per 6 mesi l’anno. E poi più niente» racconta Giovanni Cafagna, che vive all’isola d’Elba ed è a capo di un’associazione a difesa della sua categoria. «Mi fa arrabbiare chi dice che, d’inverno, dovremmo rimboccarci le maniche e trovare qualcos’altro. Qui non c’è nulla. I titolari delle attività, in bassa stagione, fanno miracoli per restare aperti, manca una politica seria per favorire il turismo tutto l’anno. E a noi, invece, tolgono i diritti. Prima avevamo un sussidio di disoccupazione che durava 6 mesi, quello nuovo, la Naspi, è stato dimezzato».

I giovani accettano mansioni sottoqualificate

«Ho passato l’estate preparandomi a una carriera da sottoccupata» scherza Silvia Gola, 26enne, perugina di origine ma già emigrata più volte: laurea triennale a Milano, magistrale a Bologna in Scienze filosofiche. «Ho svolto un tirocinio all’Istituto italiano di cultura di Edimburgo. Avrei preferito un lavoro, però mi offrivano stage di 3 mesi a qualche centinaia di euro di paga. Ora che ho finito in Scozia, sono dovuta tornare a casa dai miei genitori perché mantenersi a Bologna sarebbe impossibile. E inizio la caccia a un lavoro». Ed eccola qui, la fotografia nitida della condizione di migliaia di ragazzi. «I giovani faticano a trovare un’occupazione, ma soprattutto i laureati devono accontentarsi di ruoli non corrispondenti al loro titolo » ammette il sociologo Reyneri.

Perché per loro si prospettano sottoccupazione e sottoqualifica?

Secondo gli ultimi dati Ocse, il 30% dei lavoratori italiani oggi ha competenze in eccesso. «L’offerta di mansioni manuali e operaie tutto sommato non manca, è in linea con il resto d’Europa. Il nostro mercato offre invece pochi posti di alto livello, come dirigenti o figure tecniche iper specializzate» continua Reyneri. Non resta che accontentarsi. «Oggi è così, inutile nasconderlo, perché la ripresa è debole. Meglio comunque iniziare a lavorare e poi pensare alla crescita professionale». Di fronte a questo quadro poco allettante i ragazzi farebbero meglio a fermarsi al diploma e non proseguire nella formazione? «No, in prospettiva a crescere non saranno la manodopera o il piccolo artigianato, ma i servizi, l’informatica, la sanità, le professioni intellettuali, persino nel pubblico» sostiene l’esperto. «Si dice che abbiamo tanti dipendenti statali, in realtà sono il 5% degli occupati contro il 7% dell’Ue. Gli ospedali, per esempio, hanno fame di nuovi medici». Il messaggio per i ragazzi, dunque, è: studiate perché, prima o poi, conviene.

In difficoltà anche le partite Iva


Se davvero è mai esistito, il paradiso delle partite Iva è sparito da un pezzo. «Il mondo dei professionisti è diviso a metà. Ce ne sono pochi che guadagnano tantissimo. Altri che non fatturano a sufficienza» dice il sociologo Emilio Reyneri. E i dati lo confermano. Se il reddito medio di un dipendente italiano è 20.660 euro l’anno, quello di uno psicologo si ferma a 13.500 euro, quello di un giornalista freelance intorno ai 15.000 euro, un agrotecnico raggiunge i 17.000 euro e il 56% degli avvocati resta sotto i 20.000 euro annui. Non solo.«In tutti i casi» rivela l’ultimo rapporto annuale Adepp (Associazione degli enti previdenziali privati) «le cifre più basse si riscontrano tra quanti figurano nella fascia anagrafica tra i 25 e i 40 anni».

Riproduzione riservata
Stampa
Scelti per te