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Ci piace ancora lavorare?

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Quando si parla di professione, gli italiani si dividono tra stakanovisti e     demotivati. Così sostengono i sondaggi. E due esperti spiegano il perché

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>>"È una sfida continua che fa sentire vivi"

Luciano Ziarelli, esperto

di formazione aziendale,

è ideatore del progetto

"Smile manager"

Del lavoro, nel nostro Paese, non riusciamo a fare a meno. Gli italiani passano 1.672 ore l'anno in fabbrica o in ufficio, più dei francesi e dei tedeschi, secondo un'indagine dell'Ilo, l'organizzazione internazionale del lavoro. E un giovane su due sogna una professione autonoma: rischiosa, ma gratificante. Ne sa qualcosa Luciano Ziarelli, 58 anni, guru della formazione aziendale. Dopo una laurea in Scienze politiche e una brillante carriera, sei anni fa ha lanciato il progetto "Smile manager", tramite il quale 20 mila tra dirigenti, imprenditori e impiegati hanno riscoperto il gusto di andare in ufficio. Come? Tornando a lavorare con il cuore. In azienda, infatti, secondo Ziarelli,  gli italiani cercano soprattutto emozioni.

Dunque Ziarelli, perché ci piace tanto timbrare il cartellino?
«Andare in ufficio è come partecipare a una piccola olimpiade quotidiana. Dove si ottiene sempre qualcosa, sia nel caso di un successo sia nel caso di un fallimento. La gara ci fa sentire vivi, ci offre l'occasione di metterci alla prova, di misurare i nostri limiti. E ci consente di migliorare, grazie alle critiche degli altri. Inoltre, il lavoro è un progetto collettivo che avvicina le persone, le rende solidali, al di là del ruolo».

Ti piace lavorare o timbrare il cartellino è una sofferenza? Di' la tua nel forum

Però oggi realizzare questo progetto sembra impossibile.
«È vero. Le aziende nascono e muoiono in un batter d'occhio. E il percorso verso la carriera è costellato di bruschi saliscendi. Basterebbe questo a determinare una generalizzata disaffezione al lavoro. Eppure pochissimi gettano la spugna. La maggior parte, infatti, continua ad amare la propria occupazione perché ha capito che per vincere il senso di fallimento e l'angoscia del futuro, bisogna investire nella professione il massimo delle energie. E non lasciare a casa sentimenti e passioni».

Cioè?

«Quando sei costretto a ripartire da zero, come spesso accade oggi, l'aiuto dei colleghi è indispensabile. In un mercato instabile, nessuno può far conto solo sulle proprie forze. E anche il peso della sconfitta, sulle spalle di tanti, è più leggero. Per costruire lo spirito di gruppo, però, bisogna cedere alle emozioni, mostrarsi per quello che si è, svelare le proprie debolezze».

Per esempio?

«Ricordo un manager freddo, che metteva soggezione. In un mio seminario ha rivelato che da ragazzo, come calciatore, era stato sul punto di sfondare in serie A. Ma ogni volta che entrava in campo non riusciva a stare in piedi dalla paura. La stessa cosa che, hanno raccontato i colleghi presenti, succedeva a loro quando entravano nel suo ufficio. Quella rivelazione è stata liberatoria. Li ha fatti sentire di colpo tutti più uniti. E umani».

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Ma non sono proprio le persone fredde e calcolatrici a fare carriera?

«Questo è sempre meno vero. Alla razionalità certo non possiamo rinunciare. Ma se non la mettiamo al servizio del cuore, appariremo individualisti, cinici e opportunisti. E al primo passo falso, rimarremo soli».

>>"È diventato un peso e non dà più sicurezza"

Giampaolo Fabris,

docente di Sociologia

dei consumi

allo Iulm

di Milano

Occupati o no, agli italiani il lavoro non piace più. Il numero di persone in cerca di un impiego, rileva l'Istat, scende. Negli ultimi tre mesi 137 mila uomini e donne hanno smesso di cercarlo, scoraggiati da flessibilità e bassi salari. Un malessere ripreso dalla letteratura e dalla tv. Il 25 febbraio è uscito Buongiorno pigrizia (Bompiani), un saggio che invita a incrociare le braccia, subito entrato nella classifica dei dieci libri più venduti. E Camera Café, la sit-com di Italia 1 sulle frustrazioni dei travet, è seguita da oltre due milioni di telespettatori a puntata. Il lavoro, insomma, ci ha delusi. Ne è convinto anche Giampaolo Fabris, 67 anni, docente di Sociologia dei consumi allo Iulm di Milano.

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Professor Fabris, ci siamo stancati di lavorare?
«Sì. Rispetto al passato, oggi le persone sono più disilluse. E ne hanno tutti i motivi: faticano per anni ma il capo non le degna di uno sguardo e la carriera è al palo. Se provano a cambiare mestiere, a quarant'anni si sentono dire che sono vecchie. Meglio allora lavorare il meno possibile e godersi lo stipendio. Organizzandosi di nascosto il fine settimana o l'happy hour con gli amici».

Non le sembra di esagerare?
«No. D'altronde, facciamoci caso: oggi se sentiamo qualcuno dire che rinuncia alle vacanze per lavorare, lo guardiamo con compatimento, non con ammirazione. E anche i supermanager evitano di farsi fotografare alla scrivania. Preferiscono essere immortalati su un bel campo da golf».

Come siamo arrivati a questo punto?

«Una volta gli operai si sentivano "tute blu", gli impiegati "colletti bianchi", gli imprenditori "cumenda". Chi aveva messo in piedi un'azienda ne era orgoglioso. Chi lavorava in fabbrica era convinto di poterla gestire meglio del padrone. E i dipendenti degli uffici erano così pochi, che i capi li trattavano con i guanti. Oggi, invece, gli imprenditori preferiscono godersi quello che hanno e non rischiare i soldi in un'epoca di crisi. Gli operai pensano a conservare il posto più che a partecipare alle scelte produttive. E gli impiegati sono diventati così numerosi e sostituibili che le imprese non si fanno più carico del loro destino».

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Però continuiamo a dire ai giovani che la professionalità è un'arma vincente sul mercato del lavoro. Lo sosteniamo ma non ci crediamo?
«Sì. La verità è che solo una piccola minoranza riesce a realizzare le proprie ambizioni. Qualche volta i più bravi. Spesso i più fortunati. Ma anche quelli con gli "agganci giusti" o che sanno farsi benvolere dal capo. In fondo, sono sopravvissute le vecchie abitudini aziendali».

Anche chi lavora in proprio ha perso l'entusiasmo?

«Salvo i pochi con una professionalità rara, richiesta e ben retribuita. Per gli altri, il problema è sbarcare il lunario tra un lavoretto e l'altro, senza pensare alla propria realizzazione».

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