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Smettiamola di chiamare i nostri giovani bamboccioni

di Marzia Nicolini
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«Puntiamo sui 20enni e avremo un Paese migliore» dice l’astrofisica Sandra Savaglio, simbolo degli scienziati emigrati all’estero, che ora è felice di essere tornata a lavorare nella sua Calabria. «Una terra dove le nuove generazioni sanno guardare avanti»

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«Puntiamo sui 20enni e avremo un Paese migliore» dice l’astrofisica Sandra Savaglio, simbolo degli scienziati emigrati all’estero, che ora è felice di essere tornata a lavorare nella sua Calabria. «Una terra dove le nuove generazioni sanno guardare avanti»

Non si fa altro che parlare di cervelli “in fuga” e “di ritorno”. Un giorno c’è l’allarme sui troppi che partono: tra gli under 40, + 34% in 2 anni secondo l’ultima rilevazione della Camera di Commercio di Milano e Brianza sulla base di dati Istat. Un altro c’è la polemica sui troppi che restano: dal Regno Unito, Paese in ripresa economica rispetto al resto d’Europa, nello stesso periodo sono partite a caccia di opportunità lavorative 128.000 persone. Ovvero 40.000 in più rispetto all’Italia. Sintomo che i giovani non dovrebbero aver paura di fare le valigie. Dove sta la verità?

«Il problema sono i cosiddetti “common beliefs”, i luoghi comuni» risponde Sandra Savaglio, cosentina, 48 anni, astrofisica di fama mondiale e docente di Fisica all’università della Calabria. Lei lo sa bene, perché dai media è stata etichettata prima come cervello in fuga e poi come cervello di ritorno. «E nessuna delle 2 definizioni mi piace» dice, gentile ma ferma. Nel 2004, è apparsa sulla copertina di Time come simbolo dell’emigrazione degli scienziati europei. Lo è stata ai tempi dei suoi soggiorni allo Space Telescope Science Institute di Baltimora, negli Usa, e poi al Max-Planck Institute di Garching di Monaco, in Germania. Adesso che è tornata a vivere e lavorare in patria (a marzo festeggerà il primo anno del suo rientro), incassa premi e riconoscimenti. Come un buon esempio da seguire e sostenere, secondo lo slogan “riprendiamoci i nostri talenti e facciamoli lavorare qui”.

Le fa piacere essere tanto corteggiata? «Mentirei se dicessi che non mi lusinga ricevere le attenzioni dei media. Però vorrei che si parlasse di più di centinaia di ricercatori che non vanno ai talk show in tv e si dedicano in silenzio al proprio lavoro. Sono questi i veri motori del settore scientifico, di cui nessuno parla perché non sono famosi o non scrivono bestseller».
Grazie al suo lavoro sulle galassie, lei è considerata un genio. «Non amo quando ci chiamano geni. Il dovere di noi scienziati è andare avanti umilmente e ascoltare i giovani di oggi, condannati alla precarietà e da troppi bollati come scansafatiche. Puntiamo sui 20enni e avremo un Paese migliore: i ragazzi non sono tutti inaffidabili “scapocchioni” o “bamboccioni”».
Emigrare è inevitabile? «Sì, si va via dall’Italia perché fare esperienza all’estero, muoversi e condividere le proprie ricerche è fondamentale, a prescindere che vi siano delle occasioni in patria. Finiti gli studi, a me era stato offerto un posto di ricercatore a Roma, ma le cose non sono andate bene. E io ho deciso di partire alla volta degli Stati Uniti. Nella vita di un ricercatore si procede spesso per opportunità, incontri, fortuna».
Dica la verità: come mai ha scelto di rientrare? «In tanti hanno detto e scritto che sto aiutando l’università della Calabria. Non è affatto vero: questa è un’istituzione prestigiosa, fondata negli anni ’70, e non ha certo bisogno del mio sostegno. Sono tornata grazie al Programma di nomina per chiamata diretta o per chiara fama, introdotto all’epoca Gelmini (Mariastella Gelmini è stata ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca scientifica dal 2008 al 2011, ndr). Funziona così: un ateneo ha in mente una persona cui vorrebbe affidare un corso, ne discute in dipartimento e, approvata la richiesta, la inoltra al Ministero. Io sono stata contattata in questo modo. Non ho avuto sponsorizzazioni politiche o personali. Dopo aver risposto che ero interessata, ho aspettato per un anno la conferma, tanto che temevo il mio curriculum fosse finito perso in qualche mail. Invece mi hanno chiamata».
Ora è tempo di bilanci. Ha fatto bene a tornare? «Ne sono felice: amo la mia terra. Una terra che soffre di stereotipi. Quando si pensa alla Calabria vengono in mente subito la ’ndrangheta, la corruzione, l’arretratezza. Ma è troppo facile puntare sempre il dito contro il Meridione: questa università è un esempio di eccellenza, in un territorio per molti versi dimenticato. I miei alunni, una trentina di ragazzi, sono molto appassionati. Poter trasmettere a loro l’amore per l’astrofisica è un privilegio. E ho intenzione di restare qui, anche se so di essere privilegiata: il lavoro al Sud manca. Spero che la situazione migliori. Soprattutto per i più giovani, che faticano a coltivare sogni».

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