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L’occupazione cresce: merito del Jobs Act?

di Flora Casalinuovo
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I dati sull'occupazione stanno migliorando. Secondo l'Istat, ad agosto gli occupati sono aumentati dello 0,3%: le persone che hanno trovato lavoro sarebbero 325 mila. Merito del Jobs Act? Abbiamo provato a fare un bilancio della legge che ha poco più di tre mesi. Piero Ichino, uno degli ispiratori delle nuove norme, ne dà un giudizio positivo in un libro appena uscito. Tra gli esperti, però, è...leggi di più

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I dati sull'occupazione stanno migliorando. Secondo l'Istat, ad agosto gli occupati sono aumentati dello 0,3%: le persone che hanno trovato lavoro sarebbero 325 mila. Merito del Jobs Act? Abbiamo provato a fare un bilancio della legge che ha poco più di tre mesi. Piero Ichino, uno degli ispiratori delle nuove norme, ne dà un giudizio positivo in un libro appena uscito. Tra gli esperti, però, è...leggi di più

Il libro, fresco di stampa, ha un titolo che richiama il sogno di molti, moltissimi italiani: "Il lavoro ritrovato" (Mondadori). Lo ha scelto per infondere speranza il suo autore, Pietro Ichino, giuslavorista, senatore del Pd e tra i padri della flexsecurity, i principi che ispirano i nuovi provvedimenti con cui si sta cambiando il mondo dell’impiego. Dando libertà agli imprenditori e sostegno a chi perde il posto. Pagina dopo pagina, troviamo i temi caldi del momento, dai vari tipi di contratto alle tanto dibattute modifiche all’articolo 18. Un mix perfetto per fermarsi a riflettere a 3 mesi dal 7 marzo, quando è entrato in vigore il Jobs Act. Tutti si domandano se la riforma favorisca le assunzioni. Le ultime notizie sembrano incoraggianti. Ad aprile si sono creati 756.926 posti, ma se ne sono persi 546.382. Il saldo è quindi di 210.544 impieghi in più. Il trend è davvero positivo? E continuerà? Rispondono Pietro Ichino e altri 3 esperti.

 

CI SONO PIÙ PERSONE ASSUNTE A TEMPO INDETERMINATO

Pietro Ichino - Giuslavorista, senatore del Pd, ora in libreria con "Il lavoro ritrovato" (Mondadori)
«È presto per un bilancio definitivo, ma un numero lascia ben sperare: in aprile, grazie al Jobs Act, sono stati avviati quasi 50.000 rapporti di lavoro a tempo indeterminato in più rispetto all’anno scorso. Significa che il provvedimento funziona. E che le aziende considerano il contratto a tutele crescenti, introdotto dalla riforma, come il modo “normale” per fare assunzioni. Anziché tante forme diverse di precarietà, dal Co.co.co al Co.co.pro, si sceglie fin dal primo giorno di dare un posto senza una scadenza. Con in cambio, per l’imprenditore, una maggiore libertà di licenziare, limitandosi a pagare al dipendente un indennizzo proporzionato all’anzianità aziendale. In precedenza la rigidità dell’articolo 18, che imponeva il reintegro delle persone lasciate a casa senza giusta causa, spingeva gli industriali a preferire i rapporti a termine. E a non investire su questi dipendenti. Ora gli assunti saranno spinti a dare il meglio, mentre le società punteranno sulla loro formazione. Ma ci sono altri vantaggi. Il Jobs Act ha esteso il trattamento di disoccupazione a tutti i lavoratori e arriva a garantire un reddito anche fino a 2 anni dopo la perdita del posto. Senza contare che un’economia meno ingessata offrirà maggiori occasioni di impiego. La riforma ha cambiato pure l’immagine del nostro Paese. Il comitato di Confindustria che riunisce gli imprenditori esteri ha confermato che aprire attività in Italia adesso è diventato più allettante perché il mercato è più libero. E l’arrivo delle società straniere moltiplicherà le assunzioni».

 

I CONTRATTI DAVVERO NUOVI SONO POCHI

Serena Sorrentino - Segretaria confederale della Cgil
«Dei 210.000 posti in più creati nel mese di aprile, solo un terzo sono nuovi contratti veri e propri, gli altri sono le classiche collaborazioni trasformate in rapporti a tempo indeterminato. E più che al Jobs Act, il merito va agli sgravi previsti dalla legge di Stabilità: in pratica, per 3 anni gli imprenditori non pagano i contributi sui neoassunti. Significa che il vero problema non è soltanto la flessibilità, ma il costo del lavoro, che rimane troppo alto. Ecco perché servirebbero molti più sconti e facilitazioni, non iniziative sporadiche. Al di là dei numeri, poi, la riforma peggiora la vita di tanti dipendenti. Altro che flexsecurity, c’è molta flessibilità, ma poca sicurezza. Per esempio, rimangono dubbi sull’efficacia degli strumenti per ricollocare i disoccupati. Il famoso voucher, il buono che chi è rimasto a casa riceve e può spendere in un’agenzia per il lavoro, è utile perché spinge i centri per l’impiego a occuparsi in modo mirato di quella persona. Ma offrire un corso di formazione non equivale a ridare un posto a quanti lo hanno perso»

 

LA LEGGE È BUONA MA NON BASTA

Maurizio Ferrera Professore di Scienza politica all’università degli Studi di Milano
«Gli effetti del Jobs Act? Per ora sono positivi. Ad aprile, sul totale dei nuovi assunti, quelli a tempo indeterminato sono stati il 22%, mentre un anno fa erano il 15%. Peccato che questo non sia sufficiente. Per creare occupazione non bastano le leggi, bisogna dare slancio alle imprese. Come? Per aumentare gli affari occorre spingere le ditte straniere a venire da noi: servono incentivi fiscali e una burocrazia più veloce. E vanno incoraggiati i consumi. Una leva potrebbe essere il turismo. Siamo un Paese meraviglioso, eppure abbiamo meno visitatori di Francia e Spagna perché ci sono infrastrutture non all’altezza: pochi treni ad alta velocità, aeroporti non efficienti, alberghi non sempre di qualità. Se riparte l’economia, riparte anche la ricerca di lavoratori da parte delle imprese».

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