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È giusto lasciare il lavoro per aiutare i figli?

di Paolo Federici
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Paolo Federici
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Paolo Federici

Giornalista da 25 anni, ha scritto di ambiente, scienza, salute, medicine alternative, benessere,...

Ci sono genitori che abbandonano il lavoro per aiutare i figli a crescere. Mamme, nella maggior parte dei casi. Questa volta, però, si tratta di un padre.

La Gazzetta del Mezzogiorno racconta di Vincenzo, un papà di 56 anni che ha lasciato la sua occupazione per dare un sostegno a scuola a suo figlio Giulio, affetto da una forma di autismo, un disturbo che lo porta a isolarsi dal mondo.

Giulio ha 14 anni, è autosufficiente e non ha problemi cognitivi, ma una decina d’anni fa ha cominciato manifestare problemi di linguaggio e a isolarsi. Imparava, ma non riusciva a comunicare e ad entrare in relazione con gli altri.

Così, da subito, suo papà gli dedica tutto il tempo libero: per insegnargli a scrivere, a rimanere fermo, a non fuggire nel suo mondo.

Fino alle medie Giulio viene seguito anche da insegnanti di sostegno. Come capita quasi sempre, però, questi “tutor” entrano in classe e affiancano i bambini (o i ragazzi) solo per poche ore al giorno. Spesso cambiano di anno in anno. Per di più, i tagli all’istruzione riducono progressivamente la loro presenza a scuola. Insomma, non possono bastare, in certi casi.

La legge italiana, però, permette di ingaggiare educatori privati (autorizzati dalla scuola e pagati dalla famiglia) per dare una mano agli studenti che necessitano dell’aiuto di un professionista del settore. Non esclude che possano essere gli stessi genitori ad affiancare i figli. Così Vincenzo, il papà di Giulio, ha deciso di prendersi un’altra laurea, che gli consentisse di essere considerato idoneo come “educatore privato”.

Forse è stato proprio grazie a questa decisione che oggi Giulio, quattordicenne autistico, ha terminato il primo anno dell’istituto tecnico commerciale. Una grande vittoria per entrambi. A volte, ammette Vincenzo, urla e strepita come un bambino di 5 anni (e vederlo fare da un ragazzo  di 80 chili può fare impressione), ma c’è lì il suo tutor, pronto a calmarlo, a dargli sicurezza.

Però non so se sia giusto.

Forse ci sono insegnanti più preparati di Vincenzo, che potrebbero usare metodi più adatti ad aiutarlo.
Forse un papà è troppo coinvolto emotivamente per poter essere un buon insegnante di sostegno.
Forse certi tagli ai bilanci (doverosi, necessari, irrinunciabili), quando toccano settori come questi, fanno compiere un passo indietro alla nostra civiltà.

Secondo voi esistono settori della vita sociale che non dovrebbero mai nemmeno essere sfiorati dai tagli?

PS
L’autismo è un disturbo su cui è stato scritto molto: se non li avete letti, provate Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon o La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, per citare i primi due libri che vengono in mente. Non vi annoierete.

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