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Il lavoro agile diventerà una realtà in Italia?

di Simone Spetia
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Ho bisogno di assistere la mamma anziana. La prossima settimana ci sono i colloqui con i professori di mio figlio. Mi piacerebbe fare un weekend lungo con gli amici lavorando dalla casa in montagna. È a queste esigenze che vorrebbe venire incontro il disegno di legge del governo sul cosiddetto lavoro agile o smart working.

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Ho bisogno di assistere la mamma anziana. La prossima settimana ci sono i colloqui con i professori di mio figlio. Mi piacerebbe fare un weekend lungo con gli amici lavorando dalla casa in montagna. È a queste esigenze che vorrebbe venire incontro il disegno di legge del governo sul cosiddetto lavoro agile o smart working.

Ho bisogno di assistere la mamma anziana. La prossima settimana ci sono i colloqui con i professori di mio figlio. Mi piacerebbe fare un weekend lungo con gli amici lavorando dalla casa in montagna. Spesso vorremmo essere altrove e sentiamo l’ufficio come una prigione. Per quanto siamo concentrati e ammantati di senso del dovere, tutto ciò ci fa stare, e lavorare, peggio. È a queste esigenze che vorrebbe venire incontro il disegno di legge del governo sul cosiddetto lavoro agile o smart working.

COS’È IL LAVORO AGILE? Per smart working non si intende il telelavoro, che prevede una postazione fissa a casa, ma la possibilità di lavorare dovunque con un tablet, uno smartphone o un pc portatile connessi a Internet. Da una panchina al parco, nel proprio appartamento, in uno spazio di coworking e, ovvio, in ufficio.

COME CAMBIERÀ LA NOSTRA VITA? Il disegno di legge intende arrivare all’equiparazione tra lavoro agile e lavoro d’ufficio classico. La premessa è un accordo tra il dipendente e l’azienda, nel quale si definiscono alcuni parametri: rispetto dei tempi di riposo, strumenti usati, modalità di esecuzione dei compiti assegnati, controllo da parte dell’azienda. Lo stipendio e i diritti restano gli stessi. Sul fronte della sicurezza sono tutelati gli infortuni solo se connessi al lavoro che si sta svolgendo.

SI POTRÀ CONCILIARE FAMIGLIA E PROFESSIONE? L’idea di fondo è proprio quella di consentire una maggiore conciliazione tra vita privata e vita lavorativa, un obiettivo che è stato letto troppo spesso e pregiudizialmente come una rivendicazione solo delle donne, sulle quali in Italia ricade gran parte della cura di anziani e bambini. In realtà proprio la possibilità di lavorare ovunque potrebbe essere l’occasione da un lato per incrementare l’occupazione femminile, dall’altro per spingere più uomini ad avere un ruolo attivo in famiglia.

È UN BENE PER I DIPENDENTI? Due anni fa Marissa Mayer, amministratrice delegata di Yahoo!, costrinse gli impiegati a rinunciare al lavoro da casa. « Le persone» disse «sono più produttive quando sono da sole, ma sono più creative e collaborative quando sono insieme». Se l’assenza dall’ufficio ci porta a comprimere i tempi di lavoro e ci consente maggiore concentrazione, ci fa anche mancare una serie di stimoli, per primo il confronto con i colleghi. Il giusto mix è la miglior soluzione: in molte aziende nelle quali lo smart working è una realtà, i dipendenti tendono a lavorare fuori solo quando ne hanno bisogno.

C’È IL RISCHIO DI LAVORARE DI PIÙ? Il pericolo di non staccare mai esiste, per quanto il disegno di legge preveda rispetto di orari e tempi di riposo. Dovremmo però aprire un capitolo su quanto tempo dedichiamo al lavoro fuori dall’ufficio già oggi, in assenza di regole sullo smart working. Secondo una ricerca realizzata negli Stati Uniti, l’80% degli americani lavora anche da casa e, tra controllare le email la mattina a letto (lo fa il 50%) e la sera prima di addormentarsi (il 69%), totalizza la bellezza di 7 ore a settimana di lavoro in più, che equivalgono a una quindicina di giorni l’anno.

LO SMART WORKING DIVENTERÀ REALTÀ? Se fosse approvata così com’è, la legge sarebbe ottima. Ma alle norme bisognerà affiancare un lavoro sulla cultura predominante, quella che vede nella presenza fisica in ufficio l’unica misura possibile dell’impegno del dipendente. Una cultura che tende ad attraversare tutto il mondo produttivo: imprenditori, manager, dirigenti, rappresentanti sindacali. E gli stessi lavoratori, che l’hanno subita per anni e oggi l’hanno fatta propria.

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